Le morti più insolite degli scrittori russi

Le cause di morte più consuete degli scrittori russi sono state duelli, malattie o la repressione politica. E ovviamente il suicidio. Qui, insieme a Sofia Bagdasarova, ne ricordiamo altre, le più strane e insolite.

Una capanna in fiamme: Avvakum Petrov

Oltre che padre della nuova letteratura russa e fondatore del genere della prosa confessionale, l’arciprete Avvakum fu allo stesso tempo una figura religiosa importante nel XVII secolo e, come si direbbe al giorno d’oggi, un politico d’opposizione. Per questo motivo, il ribelle Vecchio credente venne condannato a morte (a metà del XVII secolo, il patriarca Nikon diede il via ad una serie di riforme che portarono la chiesa ortodossa a quello che viene oggi ricordato come raskol’, “lo scisma”; in molti, guidati dall’arciprete Avvakum Petrov, si opposero alle riforme dando vita al movimento dei Vecchi credenti, esistente tutt’oggi, NdT). Il metodo della sua esecuzione può sembrare insolito, ma è quanto stabilito dalle leggi del regno russo di quel tempo. Il primo aprile del 1682, Avvakum fu bruciato vivo in una capanna di tronchi.

“Mia luce, mia signora, respiri ancora, mia cara amica? Respiri ancora, o ti hanno arsa, o soffocata? Non so e non sento, non so se sei viva, non so se sei morta. Figlia della chiesa, cara figlia mia, Fedos’ja Prokop’evna. Se sei viva, invia a me, un vecchio peccatore, un’unica parola”.

Dalle lettere dell’arciprete Avvakum alla boiara Morozova.

Avvelenato con l’acido: Aleksandr Radiščev

Secondo gli storici sovietici, l’autore di “Viaggio da Pietroburgo a Mosca” fu un ostinato oppositore del regime. Perciò, nella maggior parte delle fonti si trova scritto che lo scrittore si sarebbe suicidato bevendo del veleno, incapace di portare ancora avanti le proprie battaglie… Tuttavia, Radiščev fu comunque sepolto secondo il rito ortodosso, che invece condanna il suicidio. Alcune prove confermano come egli abbia in realtà bevuto per errore un bicchiere di “vodka reale” (una miscela di acido nitrico e cloridrico), preparata per lucidare le vecchie spalline da ufficiale del figlio maggiore.

“Zigolo rosso

Su un cespuglio di ribes

Seduto a cantare ad alta voce

E non vede il baratro dell’inferno

Inghiottirlo come una tomba aperta.”

Aleksandr Radiščev, “Idillio”

Acqua di colonia: Matvej Dmitriev-Mamonov

Figlio di un favorito di Caterina, contemporaneo di Puškin, Matvej Dmitriev-Mamonov fu un uomo facoltoso, un massone, un ufficiale e uno scrittore; fece un po’ di tutto nella vita. Uomo irascibile e orgoglioso della propria discendenza da Rjurik (principe di Velikij Novgorod, capostipite della dinastia dominante in Russia dal tempo della Rus’ di Kiev fino alla fine del XVI secolo, NdT), disprezzava lo zar e si esibiva in gesta eccentriche, e per molti anni si rinchiuse nel suo maniero di Dubrovica.

Nel 1825 fu arrestato, dichiarato pazzo e posto sotto custodia. Dmitriev-Mamonov venne tenuto in una camicia di forza, legato ad un letto e curato con docce d’acqua fredda. Una volta, la camicia, impregnata d’acqua di colonia, prese accidentalmente fuoco e lo sfortunato conte morì per via delle ustioni riportate.

A chi attribuirò, bellezze, il mio lavoro?

A chi consegnerà la mela la corte di Parigi?

A voi! che siete tanto colme di bellezza;

Che nella vostra tenerezza siete un dono del cielo.

Matvej Dmitriev-Mamonov, “Epistola alle bellezze”

Solo nel momento del bisogno: Dmitrij Pisarev

Compagno di Černyševskij e  Dobroljubov, critico e nichilista, un giorno d’estate Pisarev si recò con sua cugina, la scrittrice Margot Vovčok (di cui era innamorato) e suo figlio nel Golfo di Riga per rilassarsi al mare, e lì annegò.

D’altronde, a giudicare dalle memorie dello storico Aleksandr Skabičevskij, era già tutto scritto nel suo destino: Pisarev rischiò di annegare per la prima volta ancora bambino nel villaggio natale: un contadino lo tirò fuori mezzo morto dall’acqua. La seconda volta fu durante il primo anno di università, quando cadde sotto il ghiaccio della Neva. Un passante lo tirò fuori prendendolo per il bavero della giacca. Alla terza, nel Baltico, non ci fu nessuno a salvarlo.

“Da quanti anni le persone vivono nel mondo, da quanto tempo parlano di come organizzare la propria vita in modo più confortevole ed elegante, ma finora le relazioni più semplici e davvero necessarie non hanno mai raggiunto una forma appropriata. Fino ad ora, uomo e donna hanno interferito ognuno con la vita dell’altro, si sono avvelenati reciprocamente la vita usando i mezzi più diversi e sofisticati. Non possono separarsi, e nemmeno congiungersi, e cercando istintivamente  di avvicinarsi finiscono per intrecciarsi in relazioni così complesse, dolorose e innaturali da non essere nemmeno lontanamente concepibili per una persona sana di mente.”

Dmitrij Pisarev, “Tipi femminili nei romanzi e racconti di Pisemskij, Turgenev e Gončarov”

Accusato di stregoneria: Sergej Semenov

Di origini contadine, scrittore e tolstojano, l’avvento della rivoluzione del 1917 lo colse mentre era già in età avanzata, per cui non vi partecipò attivamente. Nel 1922 Semenov viveva pacificamente nel suo villaggio natale di Andreevskij, nella regione di Mosca. Ma qui, un vicino di casa oscurantista che considerava il successo di Semenov frutto di stregoneria, gli sparò. Essendo sotto il regime sovietico, venne ovviamente fatto scrivere che ad ucciderlo furono i kulaki, in quanto elemento estraneo alla loro classe sociale.

“Durante una giornata d’autunno, al mattino presto, un vecchio passò davanti al davanzale di ogni capanna, e nel mentre, picchiettando con un bastoncino sugli stipiti, urlava a gran voce: – Ehi, padroni! portate i ragazzi ad iscriversi a scuola, se volete che gli insegnino, – è giunto un ordine dal volost’ (suddivisione territoriale amministrativa di una zona rurale, secondo il sistema in vigore in Russia tra la fine del VIII secolo e gli anni Venti del XX secolo, NdT)”.

Sergej Semenov, “Perché Paraška non ha imparato a leggere?”

Come Puškin: Andrej Sobol’

Sebbene i suicidi siano stati esclusi da questa lista, per questo scrittore sovietico è stata fatta un’eccezione, dato che si tratta di un evento particolarmente insolito. Nel 1926, due giorni dopo il compleanno di Puškin, Sobol’ si recò al monumento al poeta sulla Tverskaja a Mosca, e si sparò allo stomaco, come per dimostrare che i dottori dello zar avevano solo potuto prestare soccorso al grande poeta, mentre i medici sovietici avrebbero potuto benissimo salvarlo.

Tuttavia, i medici sovietici non furono in grado di salvare Sobol’, che morì sul tavolo operatorio. Ma forse si tratta solo di una leggenda e tutto il carattere “puškiniano” nella morte di Sobol’ sarebbe una pura coincidenza: lo scrittore aveva sofferto di depressione per molto tempo e aveva tentato il suicidio diverse volte in passato.

“Carmen, meglio un fiore di carta su una chioma di esuberanti capelli neri, piuttosto che un fiore di carta in una bocca esausta e stanca! Più tardi, nella tua fredda stanzetta in via Karl Liebknecht, serrerai strette le labbra, stringerai i denti e non dirai nulla al responsabile del Sovnarchoz, che sulle tue bizzarre calze rosse porta il suo amore di direttore, ridicolo, ordinario, con le sue tessere annonarie per il burro, con le sue razioni da dirigente, ma pur sempre un amore così ardente”.

Andrej Sobol’, “Quando fiorisce il ciliegio”

Contro una collina: Evgenij Petrov

Il coautore di “Le dodici sedie” è uno dei pochi scrittori professionisti famosi morti nella Grande Guerra Patriottica (a differenza della Prima guerra mondiale, questi furono per lo più arruolati come corrispondenti di guerra, un ruolo relativamente più sicuro).

Petrov era anche un giornalista di prima linea. Egli morì nel 1942, volando via da una Sebastopoli assediata dopo gli ultimi giorni di difesa. L’aereo modello Douglas sul quale volava come passeggero scese di quota durante la fuga da un caccia tedesco e si schiantò contro una collina.

“Kiselev speronò un Heinkel tedesco ad un’altitudine di milleottocento metri. Gli staccò un pezzo dell’ala con l’elica. Pochi giorni prima, il pilota del vicino squadrone Talalichin aveva staccato ad uno Junkers tedesco parte dell’alettone. La cosa più sorprendente è che i piloti parlano di questi atti di supereroismo con fare pratico, come di una manovra d’attacco di ordinaria amministrazione. Dire “ha speronato l’aereo” è lo stesso che dire “ha sparato all’aereo”.

Evgenij Petrov, “Corrispondenza dal fronte”

Combattendo per La résistance: Elizaveta Kuz’mina-Karavaeva

Il destino di questa poetessa dell’età dell’argento è tale da meritare il grande schermo. In gioventù, Elizaveta Kuz’mina frequentò la “Torre”  di Vjačeslav Ivanov, la “Bottega dei poeti”  di Gumilev e la casa in Crimea di Maksimilian Vološin (“salotti” frequentati dai maggiori poeti del tempo, NdT). Dopo la rivoluzione divenne una socialista-rivoluzionaria, servì come commissaria, fu arrestata dal controspionaggio di Denikin e sfuggì alla pena di morte.

Emigrata in Francia, negli anni ’30 prese i voti. Durante l’occupazione di Parigi il suo ostello monastico divenne uno dei quartier generali della Resistenza, un punto di transito per i fuggitivi. Sorella Marija Skobcova, (come fu chiamata dopo la presa dei voti), fu giustiziata dai nazisti nelle camere a gas di Ravensbrück nel marzo del 1945. Nel 2004 fu canonizzata dal Patriarcato di Costantinopoli, e in seguito l’arcivescovo di Parigi annunciò che questa suora ortodossa sarebbe stata considerata anche una santa cattolica.

“Ciascuno ha un nome e un patronimico,

E una data di nascita e morte.

Riguarda ognuno di noi la profezia del Signore:

Prestate ascolto, abbiate fede.”

Madre Marija (Skobcova), “Poesie” (1937)

Per mano dell’amata: Nikolaj Rubcov

Il poeta sovietico, attivo negli anni sessanta, morì all’età di 35 anni mentre passava la notte con la sua sposa, la poetessa Ljudmila Derbina. La donna lo strangolò.

La corte sovietica giudicò il caso come lite domestica e definì la morte causata da “asfissia meccanica per compressione degli organi del collo con le mani”. La sposa venne condannata a otto anni, di cui scontò solo i primi sei. Naturalmente, presero immediatamente corpo teorie di una supposta organizzazione della vicenda ad opera del KGB.

“C’è luce nella mia stanza.

Essa proviene da una stella notturna.

La mamma prenderà un secchio,

In silenzio porterà l’acqua…”

Nikolaj Rubcov

Fonte: culture.ru, Traduzione di Michael Bianchi

Michael Bianchi

Nato a Roma con sangue italiano e belga, 3 mesi a San Pietroburgo durante il centenario della Rivoluzione hanno reso il mio cuore un po' russo. Traduco per RIT per raccontare questo mondo affascinante, a tratti fiabesco, figlio di una storia e una cultura che risuonano di un’eco mitica e millenaria.