Come l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov fermò la Terza guerra mondiale

Nella notte del 26 novembre 1983, il mondo fu vicino come mai prima di allora alla catastrofe nucleare, e solo la professionalità del luogotenente Stanislav Petrov salvò la vita di gran parte della popolazione mondiale.
Sull’orlo dell’Apocalisse

L’inizio degli anni 80 del secolo scorso divenne il momento più pericoloso dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962. L’opposizione tra Unione Sovietica e USA raggiunse il suo apice ed il presidente americano Ronald Reagan battezzò l’URSS con l’espressione “l’impero del male”, promettendo di battersi contro di esso con tutti i mezzi a sua disposizione.

Allo spiegamento delle truppe sovietiche in Afganistan gli americani risposero con delle sanzioni economiche, boicottando le Olimpiadi di Mosca, e cominciarono a rinforzare le concentrazioni di missili vicino alle frontiere sovietiche. L’Unione Sovietica reagì rifiutandosi di inviare i propri atleti a Los Angeles per le Olimpiadi del 1984, mentre si lavorava attivamente per preparare i mezzi della difesa antiaerea a respingere un possibile attacco nucleare.

Il 1 settembre 1983, nei cieli di Sachalin i caccia russi abbatterono un boeing sudcoreano. L’episodio provocò la morte di tutti i 269 passeggeri che si trovavano a bordo.

L’aereo coreano che, due anni dopo questo scatto, fu abbattuto nei cieli di Sachalin. Fonte: Wikimedia.org

Solo dopo anni fu chiarito che su quell’aereo il pilota automatico non funzionava correttamente e che l’aereo di linea era entrato due volte nello spazio aereo sovietico in maniera del tutto involontaria. Tutti, dunque, si aspettavano una risposta da parte degli americani: una risposta che avrebbe potuto essere del tutto imprevedibile.

Il sistema non del tutto collaudato «Oko»

Il Centro di osservazione dei corpi celesti Serpukhov-15, situato a 100 km da Mosca, in realtà si occupava del territorio degli Stati Uniti e degli altri Stati della NATO. I numerosi satelliti spia sovietici trasmettevano regolarmente informazioni sulle basi di lancio americane, distribuite sulle coste est e ovest degli Stati Uniti, registrando tutti i lanci di razzi senza eccezioni.

In questo, i militari erano aiutati da un localizzatore di 30 metri e dal gigantesco computer M-10, che, in una frazione di secondo, rielaborava le informazioni del satellite. Ma quella che veniva considerata la ciliegina sulla torta era il sistema satellitare per l’Early Warning “Oko”, introdotto nel 1982.

Questo permetteva di registrare persino l’apertura del portello dei silo. All’avvio, esso determinava la traiettoria dei missili e consentiva di individuare l’obiettivo scelto dagli americani.

Secondo i calcoli dei militari, un missile americano avrebbe dovuto raggiungere Mosca o gli altri bersagli nella parte europea dell’Unione Sovietica in non meno di 40 minuti. Un lasso di tempo decisamente sufficiente per un attacco nucleare di risposta.

L’attacco di un missile o un guasto del sistema?

Nella notte del 26 settembre 1983 più di 100 militari erano in turno nel Centro. Ognuno di loro era responsabile del proprio settore di lavoro. Coordinare le loro azioni e prendere decisioni tempestive era compito dell’ufficiale in servizio, il luogotenente quarantaquattrenne Stanislav Petrov.

Il turno si stava svolgendo in maniera tranquilla quando un enorme localizzatore ricevette dei segnali dal satellite “Kosmos-1382”, che orbitava sulla Terra ad un’altezza di 38 mila chilometri. Improvvisamente, alle 00.15 scattò una sirena assordante che comunicava la partenza dalla costa ovest degli Stati Uniti del missile ballistico intercontinentale Minuteman III con una testata nucleare.

Il lancio di prova del missile Minuteman III. Fonte: Wikimedia.org

L’ufficiale si mise in contatto con il posto di comando del sistema di allerta missilistica, dove gli fu confermata la ricezione dello stesso segnale. Non gli restava altro che trasmettere un messaggio attraverso la catena di comando: dopo una decina di minuti dal territorio sovietico i nostri missili sarebbero stati lanciati in direzione degli Stati Uniti.

Ma il luogotenente notò che i soldati del servizio militare, incaricati di seguire gli spostamenti del missile, non lo vedevano per niente. Un falso allarme? Arrivarono segnali di un secondo di un terzo e di un quarto lancio, ma di nuovo i missili non si vedevano. Petrov allora prese la decisione di comunicare al suo comando la presenza di un guasto nel sistema di allerta, chiedendo di non inviare nessun missile in risposta.

Mettere la propria vita a rischio

Già il mattino seguente Jurij Votincev, capo delle truppe di difesa missilistica e spaziale dell’Unione Sovietica, arrivato d’urgenza al Centro, strinse la mano al luogotenente, ringraziandolo per aver vegliato attentamente e per aver agito con grande professionalità. Ma quella notte Petrov mise a rischio la sua stessa carriera e la sua vita, perché in caso di errore lo avrebbero atteso il tribunale e una sicura condanna a morte.

La commissione che arrivò stabilì piuttosto velocemente la ragione del guasto, il quale era legato ad un difetto dei veicoli spaziali dell’epoca e a degli errori del programma informatico.

Il sistema per l’Early Warning “Oko”, che per poco non aveva provocato una guerra nucleare, venne perfezionato nel giro di due anni, mentre il luogotenente Stanislav Petrov fu silenziosamente “scaricato” in pensione nel 1984 perché non parlasse troppo. Questa storia fu tenuta nel massimo riserbo fino a quando, nel 1991, Jurij Votincev la raccontò ad un giornale.

Un eroe invisibile del nostro tempo

Il ruolo di Stanislav Petrov nell’evitare la Terza guerra mondiale fu noto molto tempo dopo. Nel gennaio 2006, l’ufficiale in pensione fu invitato a New York, dove, nel quartier generale nell’ONU, ricevette la statuetta di cristallo “Una mano che regge la sfera terrestre”. Su di essa l’incisore mise un’iscrizione: “All’uomo che evitò la guerra nucleare”.

Nel febbraio 2012, Stanislav Petrov vinse il premio dei media tedeschi. L’anno seguente gli fu conferito il prestigioso premio Dresda per aver prevenuto un conflitto armato. Negli ultimi anni della sua vita, fu ricordato anche nel nostro paese.

Stanislav Petrov alla cerimonia di premiazione a Dresda nel 2013. Foto: Z thomas/Wikimedia.org

Nel 2014 fu persino girato un documentario intitolato “L’uomo che salvò il mondo”. Morì nel silenzio il 19 maggio 2017 a Frjazino, nella regione di Mosca. Stanislav Evgradovič non amava vantarsi del suo passato, e persino i suoi vicini non avevano idea che accanto a loro vivesse un ufficiale sovietico che fermò l’inizio della Terza guerra mondiale, salvando milioni di vite umane.

Fonte Ekspress Gazeta, 26/09/2018 – di Roman Zablockij, Traduzione di Cristina Sarracco

Cristina Sarracco

Studentessa magistrale all'università di Bologna. Dopo un periodo a Mosca, mi sono trasferita a Parigi, dove attualmente vivo, grazie a una borsa di studio per un anno accademico alla Sorbona.