Troppo barbuti. In che modo gli immigrati dal medio oriente cercano di ottenere asilo politico in Russia e con quali motivazioni gli viene negato

Ayman: dalla guerra civile alla coppa del mondo di calcio

“Sono arrivato a Mosca durante il campionato del mondo di calcio, qui era come un paradiso. Tutti cercavano di aiutarmi. Appena il campionato finì, però, agli occhi della gente io sono diventato un terrorista”.

Ayman è nato nello Yemen ma per qualche anno ha vissuto e lavorato in Arabia Saudita. Lasciò il suo paese natale dopo che suo fratello morì saltando su una mina: nello Yemen è in corso una guerra civile. In Arabia Saudita Ayman vendeva profumi in un negozietto ma, dopo l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione, non poté più lavorare.

É arrivato in Russia con il Passaporto del Tifoso nel luglio del 2018, durante il campionato del mondo di calcio. (Durante il campionato del mondo venne concessa ai tifosi la possibilità di entrare in Russia senza visto, era sufficiente il cosiddetto “Passaporto del Tifoso”: un passaporto valido ed il biglietto per una delle partite in programma. NdT). Atterrò a Mosca e da lì si diresse a San Pietroburgo. Il piano era quello di proseguire verso l’Europa occidentale, ma la persona che avrebbe dovuto farlo entrare in Finlandia si rivelò essere un truffatore: si prese i soldi ma non mantenne la parola data. A San Pietroburgo Ayman venne arrestato e trattenuto per ventiquattr’ore. Dopodichè lo rilasciarono, e lui tornò a Mosca.

A Mosca Ayman si recò due volte all’ufficio immigrazione, presso la Direzione Generale del Ministero dell’Interno. La prima volta lo fece nel febbraio del 2019. Come mai si rivolse al servizio immigrazione solamente dopo diversi mesi di permanenza in Russia? Varvara Tretjak, coordinatrice di un progetto di assistenza agli immigrati del comitato “Graždanskoe Sodejstvie”, fornisce questa spiegazione:

“I profughi entrati con il Passaporto del Tifoso si tranquillizzarono quando la validità di quei permessi fu prorogata fino alla fine del dicembre 2018. Tutti i tifosi che, come Ayman, erano arrivati in cerca di una vita più sicura, credevano che entro quella data sarebbero riusciti in qualche modo a regolarizzare la loro posizione oppure a lasciare la Russia. Quando compresero invece che uscire dal paese sarebbe stato impossibile, cominciarono a rivolgersi a noi, visto che era troppo complicato per loro trovare da soli un ufficio immigrazione a cui rivolgersi. Avrebbero dovuto almeno saper parlare russo”. 

Estate 2018: tifosi passeggiano sulla via Nikolskaya a Mosca durante il Campionato del Mondo.

Nel febbraio del 2019, la richiesta di un permesso di soggiorno temporaneo di Ayman fu respinta in quanto mancava la traduzione del passaporto in russo. Quando a marzo si ripresentò con una nuova richiesta e con la traduzione, gli fu ordinato di radersi la barba e ritornare ancora una volta, allegando alla richiesta anche delle fotografie senza barba. 

Il regolamento amministrativo del Ministero degli Interni russo, relativamente all’erogazione dei servizi governativi di valutazione delle richieste per il riconoscimento dello status di rifugiato o per la concessione di permessi di soggiorno temporaneo sul territorio federale, prescrive che:

“Alla richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato o alla richiesta di concessione di un permesso di soggiorno temporaneo, il richiedente dovrà allegare due fotografie su carta opaca […] con una chiara rappresentazione frontale del viso e senza copricapo. Coloro ai quali la propria fede religiosa non permetta di mostrarsi in pubblico a capo scoperto, possono presentare delle fotografie nelle quali indossano un copricapo che non nasconda però l’ovale del viso.”

Il regolamente non prevede alcuna limitazione riguardante la barba.

“Io non capisco in che modo gli dia fastidio la mia barba” racconta indignato Ayman. “Non la porto per motivi religiosi e non ho intenzione di raderla. Cercano semplicemente una scusa per respingermi.”

Ayman non ha ricevuto alcuna risposta scritta sulla questione della barba. Anzi, non ha ricevuto nessuna risposta scritta neppure sul fatto che la sua richiesta fosse stata respinta. La sua versione sulle motivazioni del rifiuto è confermata da Basel’, l’interprete del comitato “Graždanskoe Sodejstvie” che lo ha accompagnato all’ufficio immigrazione.

Inizialmente Ayman sperava di ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato. Adesso vorrebbe, se non altro, regolarizzare la sua permanenza in Russia ottenendo almeno un permesso di soggiorno temporaneo. Questo gli permetterebbe di lasciare il paese. “Se nello Yemen non ci fosse la guerra io tornerei a casa, non rimarrei qui”.

Ayman ha già provato a lasciare la Russia. Dopo non essere riuscito ad entrare in Finlandia, provò a tornare in Arabia Saudita, ma essendo sprovvisto di un permesso di soggiorno non venne imbarcato sul volo. I soldi del biglietto, ovviamente, non glieli hanno restituiti.

Ayman non ha mai chiesto assistenza legale a “Graždanskoe Sodejstvie”, il comitato gli aveva semplicemente messo a disposizione un traduttore. Da aprile il giovane non si è più messo in contatto con loro.

“É preoccupante, stanno cercando di mandar via chiunque sia arrivato durante il campionato del mondo” racconta Varvara Tetrjak. “In alcuni casi gli agenti si sono presentati agli indirizzi indicati sui moduli di richiesta di permesso di soggiorno temporaneo, tuttora in corso di valutazione da parte dell’ufficio immigrazione, hanno arrestato i richiedenti e li hanno portati alla polizia. Lì sono stati trattenuti una notte e poi rilasciati, in quanto ancora in attesa della valutazione della loro pratica. Forse ad Ayman è toccata la stessa sorte. Spero che si rifaccia vivo”.  

Navshervan: in una tenda sotto a un portico

Quello di Ayman non è stato l’unico caso in cui, con la scusa della barba, hanno rifiutato di accettare la richiesta di permesso temporaneo. Nella stessa situazione si è ritrovato l’iracheno Navshervan quando, nel gennaio del 2019, è andato per la terza volta a presentare domanda di asilo. 

Navshervan vive in Russia già da cinque anni. Dopo il suo arrivo nel dicembre del 2014 ha da subito tentato di ottenere lo status di rifugiato: ha sostenuto un colloquio nel marzo del 2015 ma due mesi dopo gli è stato comunicato il respingimento della sua richiesta. Oggi come allora é assistito dai consulenti del comitato “Graždanskoe Sodejstvie”.

La prima richiesta di asilo presentata da Navshervan.

Navshervan ci racconta del suo arrivo in Russia con un visto turistico e 1.200 dollari in tasca, soldi che gli erano stati dati da sua madre. Dopo aver passato la prima notte all’aeroporto di Mosca Vnukovo, ha vissuto in un ostello. Grazie all’aiuto di “Graždanskoe Sodejstvie” fu sistemato a Serebrjaniki, un centro di accoglienza temporanea per profughi dove può alloggiare chi è in attesa che venga valutata la propria richiesta di asilo, e dove può rimanere chi abbia già ricevuto lo status di rifugiato o un permesso temporaneo. Navshervan ha vissuto a Serebrjanki per un anno, fino al termine delle valutazioni della sua richiesta di asilo.

La sede di Mosca dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati ci ha confermato di avere un fascicolo aperto sul caso di Navshervan, ma si sono rifiutati di commentare con noi il suo caso: “si tratta di informazioni strettamente confidenziali, non abbiamo il diritto di divulgarle senza l’autorizzazione del richiedente asilo”. 

Sappiamo solamente che nell’ottobre del 2017 l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati ha rifiutato di concedergli asilo, obiettando che le motivazioni presentate da Navshervan non rientravano tra quelle previste per ottenerlo.

Dopo che gli vennero rifiutati sia lo status di rifugiato che il permesso temporaneo, fu allontanato dal centro di accoglienza. “E ce lo siamo ritrovato nel portico davanti ai nostri uffici” racconta Evgenija Lëzova, consulente per le questioni migratorie di “Graždanskoe Sodejstvie”. Non abbiamo un posto dove sistemarlo: dato che le richieste sono molte, quando si libera un letto preferiamo darlo a una donna con un figlio piccolo.

La tenda di Navshervan nel portico antistante gli uffici di “Graždanskoe Sodejstvie”.

Nel marzo del 2017 Navshervan ha nuovamente presentato domanda per un permesso temporaneo, indicando su tutte le richieste di aver lasciato l’Iraq in quanto la sua vita era in pericolo: nei territori del suo paese nativo a tutt’oggi sono in corso azioni di guerra. A conferma delle proprie parole, Navshervan cita quanto dichiarato dai vertici dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati:

“Poichè la situazione in Iraq rimane alquanto mutevole e instabile, e tenuto conto delle notizie secondo le quali tutte le zone del paese risultano essere direttamente o indirettamente interessate dal conflitto in corso, l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati invita le nazioni ad astenersi dal rimpatrio forzato delle persone provenienti dall’Iraq fino a quando non avverranno sostanziali miglioramenti sul piano della sicurezza e del rispetto dei diritti umani. In presenza della situazione attuale molte delle persone scappate dall’Iraq posseggono verosimilmente i requisiti per ottenere lo status di rifugiato, come stabilito dalla convenzione del 1951 (si tratta della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ratificata dalla Russia nel 1992).

La richiesta di asilo temporaneo di Navshervan fu respinta per la seconda volta, nonostante l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati lo ritenesse bisognoso di protezione internazionale. Non fu possibile impugnare in tribunale queste decisioni contraddittorie.

Nel gennaio del 2019 Navshervan ha presentato per la terza volta una richiesta di asilo temporaneo all’ufficio immigrazione. I documenti che presentò non furono accettati sulla base del nuovo pretesto: gli venne ordinato di radersi la barba e di presentare delle fotografie nelle quali è ritratto senza.

A sinistra: la fotografia allegata alla richiesta di permesso temporaneo. A destra: un selfie di Navshervan fatto ai tempi della vita per strada.

Attualmente Navshervan condivide un appartamento in affitto con degli amici conosciuti durante questo periodo di vita semi-legale in Russia. A volte riesce a guadagnarsi qualcosa. Il suo ultimo impiego è stato come buttafuori in un locale, ed è proprio questa una delle ragioni per cui si rifiuta categoricamente di radersi la barba: gli darebbe un aspetto più virile, da addetto alla security. Tra le varie risposte negative collezionate da Navshervan, c’è anche la raccomandazione di presentare una nuova richiesta di Asilo solo nel caso in cui  fossero mutate le circostanze, in quanto stava abusando delle leggi sui rifugiati.

“”Mutate circostanze” può voler dire molte cose, come per esempio un matrimonio con una cittadina russa. Per lui sarebbe l’ideale. L’asilo non glielo concederebbero lo stesso (per lo meno, non per quel motivo), ma le mutate circostanze richiederebbero una nuova procedura di valutazione, e finchè valutazione è in corso Navshervan non potrebbe essere cacciato” racconta Evgenija Lëzova.

Il visto diventa una trappola: ecco come i migranti si ritrovano in Russia.

Un consulente per le questioni migratorie del comitato “Graždanskoe Sodejstvie” ci spiega che in Russia, senza l’aiuto di qualche difensore dei diritti umani, è molto difficile ottenere lo status di rifugiato. Gli uffici immigrazione fanno tutto quello che possono per ostacolare l’accesso alle procedure di valutazione delle richieste di asilo.

“Nonostante si riesca ancora, in qualche modo, ad ottenere un permesso di soggiorno temporaneo, nel caso dello status di rifugiato invece le autorità fanno di tutto perchè non ne venga fatta richiesta” ci racconta Evgenija Lëzova. “Anche se la legge prevede che al richiedente che conosce poco, o per niente, la lingua russa venga affiancato un interprete, accade invece che gli venga rifilato un documento da firmare nel quale dichiara di rinunciare volontariamente a presentare richiesta di asilo. Dopo averlo firmato, convinto di essere obbligato a farlo, l’unica possibilità che gli rimane è accontentarsi di un permesso temporaneo”.

“Al 1 gennaio 2019 in Russia erano presenti in tutto 572 persone registrate con status di rifugiati: venti persone in meno dell’anno precedente” dichiara Graždanskoe Sodejstvie citando i dati dell’Agenzia Federale Russa per le Statistiche.

“A rigor di legge, per fare richiesta di asilo politico non sarebbe nemmeno necessario presentare alcun documento. Una persona potrebbe anche trascinarsi nuda attraverso la frontiera, crollare a terra e chiedere asilo. Nessuno avrebbe il diritto di pretendere da questa persona dei documenti. Il compito delle autorità è solo quello di chiarire se il richiedente stia dicendo la verità. Il problema è che i nostri uffici immigrazione agiscono in base a dei regolamenti interni che contraddicono le stesse leggi federali sui rifugiati, le quali se per molti aspetti è vero che si differenziano da quelle internazionali, per molti altri si richiamano ad esse” prosegue Evgenija Lëzova.

Nel regolamento del Ministero dell’Interno, per esempio, è previsto che il migrante si presenti con un passaporto valido all’ufficio immigrazione. Se anche fosse in possesso un passaporto che risultasse però scaduto da un mese (o anche solamente da tre giorni) la sua richiesta non verrebbe nemmeno ammessa alla valutazione. É proprio in questa situazione che potrebbe venirsi a trovare Navshervan quando presenterà nuovamente una richiesta di asilo, in quanto tra pochi mesi il suo passaporto non sarà più valido.

Alla domanda sul perché molti profughi vengano proprio in Russia, pur sapendo che quasi certamente li aspetta un rifiuto, Evgenija Lëzova risponde: “Secondo voi dove vuole fuggire una persona, quando viene a trovarsi in una situazione nella quale si senta minacciata e in pericolo? Se soffre a causa delle severe regole patriarcali della società mediorientale da cui proviene, sognerà di trasferirsi nell’Europa libera e felice. Ottenere un visto per andarci però non è così semplice. Dal loro punto di vista la Russia è già Europa, con la differenza che la Russia il visto lo concede. Ecco perché vengono qui. La situazione che si viene a creare però è spiacevole. Se non si vogliono i migranti, allora perchè gli si concede un visto? È ovvio che chi parte da un paese travagliato non stia venendo qui per visitare il Cremlino”.

Fonte: Nastojaščee Vremja, 30/05/2019 di Dar’ja Želnina.    Traduzione: Paolo Zirulia

Zirupa

Nato nel 1975, un po’ milanese e un po’ sardo. Mi piace il mare, leggere, nuotare, le serie tv americane, Berlino e la cultura russa. Ho studiato russo all’Università Cattolica e non ho mai smesso di essere incuriosito da quel paese e di seguirne le evoluzioni, che a volte mi fanno sperare, altre volte mi fanno arrabbiare. Vivo a Milano. Email: paolo.zirulia@hotmail.com