Andrej Sen-Sen’kov racconta Vavilon

Lo scorso 28 ottobre è stato ospite dell’Università di Torino il poeta Andrej Sen-Sen’kov che, all’interno del corso di Letteratura Russa, dedicato alla poesia del secondo novecento, ha tenuto una vera e propria lezione-testimonianza su una delle prime esperienze poetiche emerse in Russia a cavallo tra la perestrojka e i selvaggi anni ’90, e di cui egli stesso fece attivamente parte: Vavilon.

 “Buongiorno a tutti, mi chiamo Andrej Sen-Sen’kov. Sono un poeta russo. Uno dei rappresentanti di una delle realtà letterarie chiave, se non forse la principale, degli anni ‘90, Vavilon, la cui storia, i cui miti e leggende cercherò oggi di raccontare. È la mia prima lezione universitaria e farò di tutto per non annoiarvi”.

Così Andrej Sen-Sen’kov esordisce davanti ad un’aula gremita di giovani studenti, russisti o semplici appassionati di poesia che, avendo la possibilità di mettere da parte per un giorno la classica lezione accademica, erano impazienti di sentire il racconto di una letteratura come esperienza vissuta. Per Andrej, infatti, si è trattato piuttosto di decidere in che misura e in che modo condividere quello che per lui è in parte un ricordo di gioventù. Così il poeta ricorda e commenta quelli che furono i cambiamenti giunti in seguito alle riforme di Gorbačëv e la conseguente ondata di frenesia culturale dalla quale tutti, volenti o meno, furono travolti:

“Era un periodo terribilmente interessante. Ogni giorno le persone scoprivano scrittori sconosciuti, artisti, compositori, registi. Strati enormi di cultura e arte, vietata in URSS, dopo l’inizio della perestrojka ci piombarono addosso come uno tsunami (…) Una letteratura non censurata proruppe nella stampa pubblica. (…) Il quadro cambiava ogni giorno: uscivano numeri di una qualche rivista e scoprivamo che nella letteratura c’era dell’altro, e ancora dell’altro completamente diverso, mentre fino al giorno prima non ne avevamo minimamente idea. Ci fu un episodio divertente una volta: già da un paio d’anni scrivevo versi, all’epoca pessimi, ed ecco che in una trasmissione radiofonica un poeta lesse i suoi versi (chi di preciso ora non ricordo). E il conduttore disse ‘E così, cari ascoltatori, abbiamo conosciuto l’opera di un poeta che scrive in verso libero!’ Il verso libero! Anche io lo facevo, senza saperne nulla… questa continua mutevolezza del mondo, in cui io stavo per trovarmi, divenne importante e significativa per i debuttanti di allora: ci ha abituati alla plasticità, alla tolleranza estetica, ci ha permesso di amare e apprendere da varie scuole e tendenze.”

In questa nuova atmosfera calata in Russia, la generazione poetica di Sen-Sen’kov matura l’esigenza di definire il proprio posto nel nuovo territorio culturale, apertosi loro all’improvviso, in cui poter riflettere questo fermento proveniente da ogni dove, pulsante di novità e cambiamenti di cui fino ad allora erano stati privati: “Alla base del progetto c’era quello stesso pluralismo estetico, la concezione del fatto che in una sfida dell’epoca, comune a tutti, possono essere date le risposte più diverse, ragion per cui tutti hanno diritto di esistere e possono essere costruttive, interessanti e sensate.”

Difatti, il progetto “Vavilon” nasce dall’idea di cinque giovani (futuri) autori riunitisi a Mosca nel fatidico ‘89: i poeti Vjačeslav Gavrilov, Vadim Kalinin, Stanislav L’vovskij, Dmitrij Kuz’min e Artem Kuftin, prosatore. All’epoca il più grande, D. Kuz’min aveva solo 20 anni, mentre i più giovani, Kalinin e Gavrilov, appena 16. La cosa curiosa che Andrej nota è come attualmente tutti questi poeti non vivano più in Russia, ma si siano sparsi tra la Gran Bretagna e l’India; Kuftin pare addirittura si sia fatto monaco e ora viva in un monastero ortodosso: divisi e sparpagliati in piccoli frammenti come quella torre di Babele, che ha richiesto tanto tempo per essere costruita e poco per essere distrutta. 

Riguardo alla scelta del nome, avvenuta attraverso una votazione democratica in cui vinse contro la variante “Pobeg” (la Fuga), si può dire che se Vavilon (Babilonia) all’orecchio di un occidentale potrebbe rimandare alle Sacre Scritture, nel contesto sovietico porta con sé un’altra allusione che è ben lontana dai motivi religiosi. L’origine è da ricercare infatti nell’opera di un’altra importante figura dell’underground musicale moscovita, quella di Boris Grebenščikov (cantante del gruppo Akvarium). In una delle sue canzoni, quale appunto Vavilon, Grebenščikov cantava “v etom gorode dolžen byt’ kto-to eščë, // V etom gorode dolžen byt’ kto-to živoj!” (in questa città ci deve essere ancora qualcuno / in questa città ci dev’essere ancora qualcuno di vivo!); un ulteriore riferimento è da ricercare nel testo di un’altra canzone in cui compare l’immagine della città, Ryba (il pesce):

Vavilon – gorod kak gorod,

pečalit’sja ob etom ne sled:

esli ty ideš‘, to my idem v odnu storonu –

drugoj storony prosto net.

(Babilonia, una città come tante / non si dovrebbe esser tristi per questo / se tu vai, noi andiamo da quella parte / un’altra parte semplicemente non c’è)

“E questa era anche la formula del nostro pluralismo estetico”, sottolinea Andrej, riflettendo poi su come “la reale torre di Babele fu costruita per osservare le stelle e i pianeti. Dai frammenti conservatisi delle tavole astrologiche della torre sembra che il loro calendario iniziasse il 21 marzo. In questo giorno, adesso, si festeggia la Giornata internazionale della poesia. Adoro queste coincidenze”.

Nella corporazione ‘vavilonese’ Andrej ci entrò nel 1991, quando la rivista indisse un concorso per giovani poeti. La giuria del concorso era costituita da importanti nomi nell’ambito poetico (Kušner, Levitanskij, Krivulin, Bunimovič, Ždanov e Aronov) che avrebbero dato un proprio voto alle poesie. Chi avesse ricevuto i punteggi più alti sarebbe poi stato invitato al Festival della Poesia a Mosca per la premiazione. Al festival venne poi ufficializzata la nascita di “Vavilon” (Unione dei Giovani letterari), come un’organizzazione che avrebbe potenzialmente unito tutta la giovane generazione poetica. Uno dei principali risultati ottenuti dall’organizzazione di questo festival fu evidenziare quello che questo fenomeno generazionale rappresentò: ciò che univa tutti i partecipanti di questo movimento era principalmente il fatto di essersi affacciati nel campo letterario alla fine degli anni ’80, sviluppando inevitabilmente una nuova percezione della letteratura e di comportamento nella realtà culturale.

Anche Andrej partecipò a quel festival: dopo aver trovato casualmente un annuncio sul giornale, mandò le sue poesie, che però arrivarono tre mesi dopo la conclusione del concorso. Dmitrij Kuz’min gli scrisse di andare comunque a Mosca (all’epoca Andrej viveva a Jaroslavl’, dove lavorava come medico), “parliamo un po’”, gli dice, “una volta al mese ci vediamo in biblioteca (la biblioteca centrale per bambini all’inizio del Leninskij prospekt, non lontano dal Parco Gor’kij).” Continua: “Comprai con gli ultimi soldi che avevo il biglietto, una bottiglia di vodka e partii. Le persone che quel giorno vidi e conobbi, verso la fine del novembre 1991, è gente con cui ancora adesso sono amico e con cui collaboro.”

Un altro grande traguardo raggiunto nella storia di Vavilon fu il passaggio dalle edizioni samizdat (le classiche edizioni in proprio prodotte soprattutto durante il periodo sovietico) alla stampa, quando nel 1992 venne pubblicato per la prima volta un loro numero, che si basava principalmente sul materiale raccolto nel Festival. Tutto ciò vantò anche l’aiuto e il supporto economico estero, come spesso accadeva (e ancora accade) nella storia russa. In particolare, fu Valentina Poluchina, filologa che viveva in Inghilterra, a permettere l’edizione di alcune raccolte di versi nel ’93, i primi due libri della serie “Biblioteka molodoj literatury”. Nel ’94 ci fu la seconda edizione del festival, che richiamò circa 70 partecipanti, e proprio in quell’anno si iniziò a pensare alla necessità di creare una versione online del progetto, in cui un giovane autore di talento potesse attingere informazioni sulla letteratura e la vita letteraria: se da una parte questo poteva avvenire tramite il giornalismo, dall’altra si pensò di sfruttare al meglio i nuovi mezzi che si avevano a disposizione, come il mondo in rete, ad esempio, che portò all’apertura ufficiale nel ’97 del sito (www.vavilon.ru).

In quello stesso anno poi Vavilon si preoccupò di garantire e alimentare quanto più spesso possibile delle serate letterarie, per permettere un ‘commercio di pensieri’: venne fondato il club moscovita “Avtornik” (dall’unione delle parole russe Avtor, autore, e Vtornik, martedì, in quanto gli incontri avevano luogo di martedì) aperto nell’autunno del ’97, che divenne subito il cuore pulsante della vita poetica della capitale e polo d’attrazione per tutti gli appassionati di letteratura.

Il club si trovava non lontano dal monastero di Novodevicij, “uno dei posti più belli di Mosca”, secondo Andrej: “nei cortili vicini c’erano delle panchine comode dove eravamo soliti bere dopo le serate letterarie. Quest’usanza non era una bevuta fine a sé stessa, ma la continuazione della vita letteraria. Le persone continuavano a parlare di quello che non erano riusciti a dire durante l’incontro. Era una specie di università in panchina”.

L’arrivo del nuovo millennio fu decisivo per Vavilon e i poeti della sua generazione, in quanto portò con sé ulteriori cambiamenti e novità, fra cui l’inevitabile entrata in scena di una nuova generazione poetica: “Il mondo intorno cambiava e la letteratura con lui. Iniziarono ad arrivare nuove persone, più giovani di noi. (…) Così nel 1999, dopo aver festeggiando i dieci anni di Vavilon, abbiamo passato le redini allo scrittore e poeta allora ventiduenne Danil Davydov. (…)”

Andrej e i fondatori di Vavilon hanno dovuto capire ed accettare il fatto che, proprio come era accaduto a loro una decade prima, anche adesso si ripresentava nuovamente un’altra esigenza espressiva da parte di nuove persone.  Se alla base di Vavilon vi era la condivisione di un determinato periodo storico in una specifica età della vita comune a tutti, nel giro di dieci anni il paese che li aveva cresciuti aveva cambiato volto e inevitabilmente loro erano cambiati con lui.

“La nascita di Vavilon è stata il frutto di un’esperienza comune vissuta da una generazione formatasi nella seconda metà degli anni ’80, quando l’instabilità divenne la caratteristica fondamentale della società sovietica. (…) la generazione di Vavilon fu più isolata di quelle precedenti, rispetto a come queste lo erano l’una dall’altra. La metafora di Babilonia pare essere abbastanza riuscita: una pluralità di linguaggi artistici tra cui è difficile distinguere quello fondamentale, principale. Per la maggior parte degli autori della generazione di Vavilon la letteratura era un affare esclusivamente privato, senza alcun contatto con la vita in società, a parte la stessa vita letteraria (i club letterari ad esempio, che a Mosca e Pietroburgo vivono tempi difficili)”.

Vavilon: Vita letteraria di Mosca

Con l’arrivo del XXI secolo giunse così anche il momento di chiudere questo progetto, cosa che i suoi fondatori, presi dall’entusiasmo del periodo, non avevano minimamente contemplato. Sorprendente fu la reazione di un altro grande poeta russo Dmitrij Aleksandrovic Prigov (1940 – 2007, massimo esponente del concettualismo moscovita), che Andrej ricorda e commenta: “Bellissimo, interessantissimo. Ma, ditemi, quando finirà questo progetto? Noi non ci eravamo posti questa domanda. Quando nasce qualcosa hai come l’impressione che sia eterno, ma tutto può morire di morte naturale ‘ne vzyrom, a vschlipom’, come diceva Eliot (riferimento agli ultimi versi della poesia The Hollow men, Gli uomini vuoti: ‘È questo il modo in cui il mondo finisce / Non già come uno schianto ma con un piagnisteo’, n. d. R.). Così capimmo che il tempo dell’esistenza di Vavilon si sarebbe esaurito. Non avevamo capito che una generazione letteraria non è solo l’insieme di autori di una certa età, ma una specifica identità culturale: cambia l’epoca, compare una nuova sfida del secolo e arrivano nuove persone con nuove idee e che rispondo a nuove esigenze, il tentativo di parlare in prima persona oltre la letteratura tradizionale, avendo in qualità di background culturale cose fuori dalla letteratura, dai testi rock agli slogan pubblicitari. Anche un buon progetto non può essere eterno, poiché i letterati non rimangono in eterno giovani. Bisognava che il progetto non fosse legato alla generazione, ma che trasmettesse i suoi stessi valori base. Ci abbiamo provato, ci interessava la comune collaborazione. Kuz’min fondò più avanti la rivista “Vozduch”.

Quando nasce qualcosa hai come l’impressione che sia eterno, ma tutto può morire di morte naturale ‘ne vzyrom, a vschlipom’, come diceva Eliot (dalla poesia The Hollow men, Gli uomini vuoti: ‘È questo il modo in cui il mondo finisce / Non già come uno schianto ma con un piagnisteo’)

A differenza della generazione degli anni ’80, quando i giovani letterati non servivano a nessun’altro se non a sé stessi, oggi tutti ne vanno pazzi. Ma ci sono dei valori costanti alla base: lo slancio oltre il limite del possibile, l’aspirazione a esprimere l’inesprimibile. Penso che sia un universale del nuovo periodo, con una continuità tra la generazione postvavilonese e la vavilonese è inevitabile e indiscutibile”.

L’esperienza di Vavilon, seppur nella sua brevità, ha dato il ‘la’ ad un nuovo modo di intendere la poesia e di mantenerla attuale nonostante la mutevolezza della realtà circostante, ha introdotto e lasciato spazio ad un nuovo capitolo letterario generazionale, creatosi negli anni duemila in poi, e che tutt’ora continua a crescere e svilupparsi. La condizione attuale della poesia russa, quella dei poeti nati negli anni ’90, risente fortemente dell’esperienza di questi autori, Andrej incluso, in quanto essi per primi dopo la fine dell’URSS gridarono a  voce alta il risveglio poetico. Oggi, grazie a varie riviste e riconoscimenti letterari (il premio Andrej Belyj o il premio Arkadij Dragomoščenko dedicato alla memoria del poeta pietroburghese), la poesia in Russia è ritornata ad essere pane quotidiano: se si capita in una delle due capitali russe, non bisogna stupirsi del fatto che ci si può tranquillamente ritrovare in serate letterarie in cui importanti poeti del periodo sovietico decantano versi propri o di colleghi ormai defunti, il tutto però mantenendo sempre una sacralità nell’interpretazione tale da trasformare una semplice serata letteraria in un rito liturgico fuori dal tempo, in cui ci si raccoglie in silenzio e ammirazione.

Ascoltando il racconto di Andrej è stato inevitabile ripensare alla famosa citazione di un altro importante poeta russo, recentemente scomparso, E. Evtušenko, che non a caso osò sottolineare come “in Russia un poeta è più che un poeta”. A distanza di anni, in una società che pare sempre più dimenticare e sminuire l’importanza dell’arte per l’uomo, quest’affermazione risulta essere ancora attuale. In Russia più che mai.

Andrej Sen-Sen’kov

Andrej Sen-Sen’kov (1968, Chansaj), medico di formazione, dal 2002 vive a Mosca. È autore di 11 libri e tradotto in 21 lingue, insignito del premio Turgenev per la prosa breve (1998 e 2006), Pen CLUB USA per Anatomical Theatre (2014), nonché candidato tre volte al premio Andrej Belyj per la poesia (2006, 2008 e 2012) e due volte al premio “Moskovskij Sčet” (2007, 2011). Caratteristici della sua opera sono la poesia visuale, cicli di prosa breve e miniature in versi liberi. È possibile trovare una traduzione italiana delle sue poesie nelle raccolte di poesia russa contemporanea La nuovissima poesia russa, a cura di Mauro Martini e «La massa critica del cuore…», a cura di Massimo Maurizio. Quest’ultimo, inoltre, ha tradotto e curato una raccolta di sole sue poesie, Il cielo bianco di una conchiglia, scaricabile gratuitamente qui.

Anna Mangiullo

Originaria della Terra d'Otranto, ho poi intrapreso gli studi di Lingua e Letteratura Straniera presso l'Università di Torino, dove tutt'ora frequento la magistrale in Lingue e Letterature Comparate. Tra lo studio delle "cose russe" ci sono finita tramite la musica: galeotto fu Rachmaninov!, e da allora la Russia non mi avrebbe più abbandonata...