“Peredonov, il demone meschino”, di Fëdor Sologub

Il romanzo è un classico della letteratura russa, venuto alla luce a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il 7 novembre 2019 esce in libreria la nuova edizione di Fazi.

La messa della domenica era finita e i fedeli si stavano incamminando verso casa. Alcuni si erano trattenuti a conversare sul sagrato, dietro le bianche mura di pietra, sotto i tigli e gli aceri antichi. Tutti agghindati a festa, si guardavano cordiali, e si aveva l’impressione che in quella città la gente vivesse d’amore e d’accordo. Addirittura in allegria. Invece era soltanto un’impressione.

Così si apre Peredonov, il demone meschino, scritto a cavallo tra Ottocento e Novecento da Fëdor Sologub. Nel pieno spirito dell’intero romanzo, si scopre estremamente in fretta quanto la cordialità di questa cittadina innominata sia senza dubbio una prima impressione, e delle più sbagliate.

Foto in b/n di Fedor Sologub
L’autore

Il “demone meschino” è Ardaliòn Borìsyč Peredònov, professore al locale ginnasio e abietto esemplare di essere umano.

Peredonov convive, tra il chiacchiericcio maligno dei suoi concittadini, con sua cugina di secondo grado Barbara, degna compagna di bassezze del protagonista; Barbara insiste da tempo affinché Ardalion Borisyč la sposi, ovviamente per null’altro che non sia una sorta di stabilità sociale ed economica.

In questo intento, cerca di convincerlo della parola datale da una certa principessa Volčanskaja di Pietroburgo, che le avrebbe assicurato per lui un posto da ispettore scolastico distrettuale, una volta convolati a giuste e degne nozze. Inizialmente, ci viene dato a capire che una qualche vaga parola di raccomandazione dall’alto sia effettivamente esistita, ma l’astuta e insolente Barbara costruisce intorno a questa vaghezza una storia ben ingegnata.

Aiutata da un’amica della sua stessa risma, la donna mette in piedi una serie di false prove, come le lettere ricevute dalla fantomatica principessa, per far sì che Peredonov si convinca, finalmente, a sposarla. Ma il professore è restio, non si fida di nessuno ed è costantemente attanagliato dal dubbio che tutti ridano di lui e se ne prendano gioco.

Peredonov non è solo paranoico: egli sembra avere tutti i difetti peggiori di cui l’animo umano si può macchiare: picchia saltuariamente la sua convivente, è un cittadino terribile e indifferente della cosa pubblica, spesso si lascia andare a commenti razzisti e intrattiene i suoi alunni con battute indecenti. È malfidato e maligno verso chiunque e l’unica cosa di cui si preoccupi è il suo avanzamento di carriera.

A scuola è un docente svogliato, supponente e arrogante, per nulla interessato a niente che abbia a che fare con la cultura. Odia tutti i suoi alunni e si accanisce con particolare ferocia su quelli che gli sembrano più puliti, ordinati e diligenti. È un fervente sostenitore delle punizioni corporali, che sembrano eccitarlo oltremodo e con sfumature che rasentano il patologico.

Più questo orrido antagonista si abbandona ai suoi sogni di gloria come ispettore, più non si rende conto della sua discesa nella follia, allontanandosi dalla realtà e, con lei, dal briciolo di ragione che aveva dapprincipio.

La paranoia di Peredonov si condenserà dopo il matrimonio con sua cugina, in una spirale di allucinazioni minacciose tra le quali si materializza un vero e proprio demone, che verrà sempre tacitamente identificato da Ardalion Borisyč come l’Inafferrabile. Nel tentativo di liberarsi di questa presenza, Peredonov darà alle fiamme un edificio cittadino, un avvenimento che preannuncia i più tragici eventi a venire.

Copertina del libro "Il demone meschino"
Peredonov, il demone meschino, Fazi editore, 2019

Se il piccolo demone che lo tormenta è la “materializzazione” della sua follia, il fatto che insegua il protagonista in ogni luogo è piuttosto sintomatico: Ardalion Borisyč spicca certamente per sgradevolezza, ma la città tutta pullula di personaggi rivoltanti.

Rivoltante è Barbara, donna trasandata e dall’animo volgare, il fido Volodin, tanto ottuso da risultare incapace di una cattiveria tutta sua. L’intera popolazione sembra essere animata dalla malignità e alcune situazioni provocano un senso di disgusto incredibilmente vivido.

Un esempio perfetto è fornito dalla circostanza in cui Peredonov e Barbara decidono di vendicarsi di un torto, con tutta probabilità inesistente, arrecatogli dalla loro proprietaria di casa. Dopo aver deciso di trasferirsi, i due decidono di festeggiare insieme all’immancabile Volodin strappando la carta da parati delle stanze, prendendo a calci i muri e sputandoci su.

La scena, vissuta dai suoi protagonisti come un allegro momento di giubilo, agli occhi del lettore si presenta in tutta la sconvolgente desolazione costituita dalla somma dei personaggi in questione, l’ambiente che li circonda e i loro comportamenti.

Così, molto spesso le azioni e le frasi di Peredonov suscitano un disprezzo che è il prodotto di incredulità, sdegno e pena, esattamente espresso dall’aggettivo del titolo: “meschino” (Treccani, nel definire il termine, riporta: “riferito alla mente, all’animo, al modo di pensare di una persona, con valore alquanto limitativo o spregiativo, esprime povertà spirituale, angustia, grettezza”, associandovi anche l’accezione di “ridicolo, poco dignitoso”).

Anche i personaggi meno negativi, nella maggior parte dei casi, appaiono corrotti in qualche modo e le poche eccezioni di una qualche forma di purezza vengono solertemente ricoperte di crudeli pettegolezzi, nel tentativo di insozzare tutto con la stessa melma.

I bravi concittadini che sparlano alle spalle dei Peredonov si presentano, quasi quotidianamente, a prendere il tè e a giocare a carte a casa loro. Una sensualità strisciante e morbosa si annida in molti personaggi, insieme alla sublime gioia di recare danno all’altro e alla pretesa di scalare una gerarchia cittadina fatta, sostanzialmente, di letame. Tutto questo viene rigorosamente dopo una sentita e consolidata partecipazione alle svariate celebrazioni liturgiche da parte dell’intera comunità.

Pare quasi di poter percepire un lezzo nauseabondo alzarsi dalla città senza nome, e persino il paesaggio sembra marcire sotto la spessa cortina di malevolenza. Sologub descrive la stagnazione della provincia russa, la pochezza dei suoi abitanti cresciuti nell’ignoranza radicale, quella che non si attenua leggendo libri.

In una società arrivata ormai all’esacerbazione del sistema burocratico zarista, che aveva già cominciato a capitolare, Peredonov è il peggiore degli antieroi (quindi il migliore) e, allo stesso tempo, l’esagerazione più vivida e odiosa che sia mai stata resa di quella società.

Giunti al termine si può tirare un sospiro di sollievo, dettato dall’inespressa ma ben salda convinzione di essere migliori di Peredonov, di Barbara e dell’intera cricca, dalla coscienza di aver chiuso questa storia sconveniente e disgustosa tra la carta. Oppure no.

In mezzo a tutto quel tormento nelle strade e nelle case, sotto l’alienazione che scendeva dal cielo, sopra la terra sporca e inerte camminava Peredònov […] guardava il mondo con occhi spenti, come un demone che si strugge in angosce e paure senza nome, nella solitudine più oscura. I suoi sentimenti erano intorpiditi, la sua coscienza uno strumento che diffondeva perversione e morte: tutto ciò che le perveniva si traduceva in lordura e indecenza.

Recensione a cura di Giulia Cori


È possibile acquistare il libro a questo LINK

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.