C’è un futuro per i popoli slavi dell’ex Urss?

La sottovalutazione del ruolo delle Repubbliche turche è stato un errore storico

Sull’autore: Aleksandr Sergeevič Cipko è docente di filosofia ed è uno dei più importanti ricercatori dell’Istituto di economia dell’Accademia Russa delle Scienze.

Nursultan Nazarbaev, nel salutarmi dopo una lunga cena al Dom Priemov del MID in via Aleksej Tolstoj, quando ancora esisteva l’Urss, mi disse: «Spero che lei viva a lungo e che prima o poi racconti che io, Nazarbaev, ero contrario alla dissoluzione dell’Urss e che ho fatto tutto il possibile e l’impossibile per mantenere il nucleo del paese, che ero pronto a scambiare il titolo di “zar” del Kazakistan con la partecipazione al processo di conservazione della nostra Patria». Sono già passati quasi 30 anni da quella mia prima e ultima conversazione faccia a faccia con Nursultan Nazarbaev. Questo incontro è avvenuto il 17 novembre 1991 – esattamente due settimane prima degli Accordi di Belaveža.

Nazarbaev mi disse: «El’cin sta tramando qualcosa di grave, fa di tutto per non incontrarmi, perché mi considera un oppositore della dissoluzione dell’Urss». Nazarbaev era convinto che El’cin fosse contrario al progetto suo e di Grigorij Javlinskij relativo alla conservazione di un unico spazio economico delle repubbliche slave e turche dell’Urss e al mantenimento di una moneta unica.

Nazarbaev e io eravamo accomunati dalla sensazione che si stesse avvicinando la morte, ormai inevitabile, dell’Unione Sovietica e che sarebbe avvenuta per colpa di Boris El’cin. Dico subito che, a quel tempo, al progetto di Aleksand Solženicyn che aveva proposto il salvataggio del nucleo dell’Urss tramite l’unificazione delle Repubbliche slave del paese, preferivo il progetto di Nursultan Nazarbaev basato sulla conservazione della tradizionale unità dei popoli slavi e turchi del nostro paese. La cosa ancora più importante, che ha a che fare anche con il presente, è che all’epoca io e lui eravamo accomunati dal presentimento che sulle macerie dell’Urss non sarebbe più nato nulla né di stabile né di solido e che non sarebbe più stato possibile ricostruire il nucleo storico dell’Urss. Non so se Nazarbaev pensasse che questo presentimento riguardasse anche la sua repubblica, la repubblica di cui è “zar” [Nazarbaev è stato presidente del Kazakistan dall’aprile 1990 al marzo 2019, N.d.t.].

Nel 1991 Nursultan Nazarbaev è stato fino alla fine un convinto sostenitore del mantenimento dell’Urss.

Perché mi è tornata in mente quella conversazione di tanto tempo fa con Nursultan Nazarbaev? Grazie al cielo io e lui siamo quasi coetanei, è vivo, è nato solo un anno prima di me, nel 1940, perciò non ho bisogno di scrivere un articolo di commiato. La ragione di questi ricordi è qualcosa di perfettamente vivo, persino di scottante attualità. Si tratta dei risultati delle elezioni presidenziali ‘Ucraina 2019’, delle elezioni “per scherzo”. L’elezione di un comico, uno specialista di smorfie, a presidente di un paese europeo, cristiano, di 40 milioni di abitanti ha pienamente confermato le supposizioni mie e di Nursultan Abiševič secondo cui la purificazione del nucleo slavo dai popoli turchi non gli garantisce di avere un ordinamento statale degno.

Non posso non far presente ciò che gli attuali patrioti “crimeo-russi”* si sono dimenticati, cioè che all’epoca io, nei miei articoli e nei discorsi in radio e in televisione, avevo dichiarato che la fiducia dell’entourage di Egor Gajdar nel fatto che la Federazione Russa sarebbe presto diventata un paese democratico e che le riforme economiche sarebbero state efficaci se la Federazione si fosse liberata dalle popolazioni del Medio Oriente non era per nulla fondata. Queste percezioni in effetti erano simili a quelle dell’eurasiatico Nursultan Nazarbaev, cosa che, probabilmente, lo spinse ad incontrarmi. Non dimenticate che Aleksandr Solženicyn, nel suo articolo «Come organizzare la Russia», insistette sul fatto che fosse necessario “allontanare” le quattro repubbliche mediorientali dal nucleo slavo dell’Urss.

Ovviamente, nel novembre del ’91, c’era solo la verità dell’incosciente insieme alla sensazione mia e di Nursultan Abiševič di irrealizzabilità delle speranze dell’élite delle repubbliche dell’Urss, e soprattutto dei democratici della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), di strappare la democrazia all’Occidente dopo aver allontanato da sé le repubbliche mediorientali. Non so cosa pensi ora a questo proposito l’allora eurasiatico Nursultan Nazarbaev, ma personalmente ho capito non si è riusciti a trasformare le repubbliche slave dell’Urss in stati europei pienamente democratici, poiché né i russi né gli ucraini né i bielorussi sono mai stati cittadini delle nazioni.

Forse, dopo la servitù della gleba, che per i russi si è protratta per 400 anni, mentre per gli ucraini e i bielorussi per più di 200 anni, non può esistere nessun tipo di democrazia, nessuna forma di suddivisione dei poteri, nessuna responsabilità personale dell’individuo per il destino dello stato. Non dimenticate che la servitù della gleba sovietica per i lavoratori dei kolchoz non era per nulla diversa dalla servitù della gleba prerivoluzionaria.

Concordo con il politologo ucraino Vadim Karasevyj secondo cui la vittoria di un comico alle presidenziali è stata possibile perché gli ucraini non sono mai diventati una nazione adulta e, aggiungo io, per il fatto che somigliano a dei bambini un po’ sciocchi che per fare un dispetto alla mamma vogliono che gli si congelino le orecchie. Dopotutto – di questo avevo già parlato nel novembre 1991 con Nazarbaev – anche la popolazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, che appoggiava con forza El’cin e il suo programma di sovranità dell’RSFSR, si comportò come un bambino capriccioso, non rendendosi conto che non solo avrebbe creato una catastrofe geopolitica, ma che avrebbe anche seminato sofferenza e dolore per milioni di connazionali. Nel mio articolo “Il dramma della scelta russa” (cfr. Izvestija, 01.10.91) che, come mi disse Nazarbaev, gli fece venire il desiderio di incontrarmi personalmente, mi espressi proprio contro ciò che definii come «l’incapacità sui generis di intendere e di volere dell’elettorato di massa» che votava per El’cin, il quale «attira [gli elettori] con slogan masochisti di autodistruzione» e con [la promessa] «di scissione del nucleo storico dello stato». La pensavo così all’inizio degli anni ’90 e la penso così anche ora: non è possibile definire ‘nazione pienamente formata’ un’assemblea di persone che, in nome del tentativo di “punire Gorbačev” il prima possibile, distruggono con le loro mani uno stato formatosi nel corso di secoli, allontanando da sé l’Ucraina, la Bielorussia e metà del Kazakistan russo e che lasciano allo sbando, fuori dai confini della nuova Russia, più di 20 milioni di loro connazionali. Da questo deriva anche il mio scetticismo nei confronti delle nazioni slave della Russia storica. Forse che i russi nel 1991 si sono dimostrati meno bambini di quanto non lo siano stati gli ucraini nelle elezioni del 2019? Perlomeno l’Ucraina ha una giustificazione: prima del 1991 gli ucraini non avevano praticamente mai avuto un proprio stato nazionale. Invece dopotutto, i russi, come si è soliti pensare, hanno già da migliaia di anni la loro nazione!

Ora tutti si rendono conto che non solo la Bielorussia, ma anche la Russia non è Occidente. E persino l’Ucraina, che molti liberali russi (come Stanislav Belkovskij), speravano potesse essere la base per fondare un secondo stato democratico russo, si sta rivelando un paese strambo. Onestamente non so proprio cosa possa dare più garanzie per la conservazione dell’indipendenza statale delle ex repubbliche slave dell’Urss: se la trasformazione del paese in un grande kolchoz, in cui il presidente Aleksandr Lukašenko girando tra le diverse aziende agricole se la prende con i contadini perché puliscono male il letame delle vacche o l’Ucraina attuale, che non coglie la differenza tra le avventure del protagonista di un film che ha deciso di diventare presidente e la vita reale di un paese di diversi milioni di abitanti che si trovano ad affrontare minacce provenienti da ogni dove e il pericolo di autodistruzione.

A mio parere, questa situazione riguarda anche la Russia. Non è corretto pensare che l’entourage di Putin, a differenza dei Presidenti di Bielorussia e Ucraina, abbia creato un sistema politico unico nel suo genere, non solo motivo di orgoglio per i russi ma anche oggetto di invidia da parte dei piccolo borghesi occidentali contemporanei. Mi riferisco in questo caso all’opinione dell’autore dell’articolo “Il lungo stato di Putin”. A dirla tutta, lo sviluppo politico della Russia contemporanea, dopo la “primavera russa” del 2014, sta andando nella stessa direzione già seguita da Bielorussia e Kazakhistan negli anni ’90. Ora, è sotto gli occhi di tutti che lo strapotere e l’assolutismo di Putin ricordano molto l’autoritarismo di Lukašenko e il potere assoluto di tipo orientale di Nazarbaev. Ciò che l’autore dell’articolo “Il lungo stato di Putin” considera come un successo russo, cioè la rinuncia «al sistema di controlli e contrappesi» e la sostituzione della divisione dei poteri con «un dialogo aperto tra gli strati più bassi della popolazione e le cariche governative più alte», esiste in Kazakhistan già dagli anni ’90. El’cin privò Nazarbaev della possibilità di partecipare alla conservazione di uno stato unitario, ma quest’ultimo non diventò “zar” del Kazakhistan, bensì riunì in sé la ragione della longevità russa: un potere presidenziale con una leadership di carattere nazionale, un potere presidenziale appoggiato all’unanimità da tutto il popolo. Tra l’altro, i deputati dell’Assemblea popolare del Kazakistan guardano Nazarbaev con grande entusiasmo e dedizione più di quanto non facciano i membri dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, onorati di avere la possibilità di ascoltare Vladimir Putin in persona così da vicino.

Quindi i dubbi di coloro che, come me, non credevano nella possibilità di trasformare le repubbliche slave del centro sovietico in stati europei pienamente democratici sono stati confermati. Inoltre, si è avverata anche la mia previsione secondo cui sarebbe stata la stessa Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa ad avere meno possibilità di tutte di diventare uno stato democratico. Proprio per questo motivo allora scrissi in quell’articolo, di cui si è già parlato, che “in caso di continuata autodissoluzione molto presto il pendolo del sentimento sociale sarebbe finito in un’altra direzione e nel mirino questa volta ci sarebbero finiti proprio i democratici”.

Ciò che poi è successo alla democrazia nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica era già stato predetto negli anni ’20 da Nikolaj Trubeckoj nel suo articolo “Il retaggio di Gengis Khan”. L’instaurazione di un regime totalmente autocratico, come quello creato da Putin, era già stata predeterminata da questo retaggio. Si parla di autocrazia del reggente rafforzata dalla grande pazienza del “popolo russo delle province più remote”. L’unica cosa che Nikolaj Trubeckoj non è riuscito a prevedere è la combinazione tipica nella Russia contemporanea dell’autocrazia tradizionale con le armi nucleari, cioè la comparsa della possibilità per il “leader supremo” di stabilire quale popolo, dopo la morte dell’umanità, andrà in paradiso e quale no e sarà sempre lui, “il leader supremo”, a decidere in quale caso scatenare o meno la guerra nucleare. Proprio per questo motivo, a mio parere, esiste una “conversazione confidenziale con il leader supremo” dei kazaki o degli azeri su quale sia un luogo meno pericoloso rispetto al nostro. Come è emerso, Dio ha scelto noi, il popolo russo, per mostrare a tutta l’umanità che cosa deve fare e per evitare in tutti i modi di assomigliare all’imprevedibile Russia. Soltanto un uomo con la fantasia dell’autore dell’articolo “Il lungo governo di Putin” può credere che esista un europeo folle che possa guardare con invidia a un paese in cui il “leader supremo” possa decidere a sua discrezione se iniziare una guerra o meno. Per di più contro chi vuole e dove vuole. Un europeo, a meno che non sia diventato pazzo, non può invidiare un paese in cui la vita umana non ha nessun valore e dove, Dio ce ne scampi, può salire al potere un uomo la cui coscienza è gravata dal problema della guerra. Spero che la Russia non prosegua sul percorso che la sta portando ad una grande guerra, un cammino che ha intrapreso volontariamente, inebriata dagli aromi della vittoria di “ex minatori e trattoristi del Donbass”.

Quasi 30 anni dopo la dissoluzione dell’Urss ho capito che per noi sarebbe più sicuro vivere in una qualche forma di federazione slavo-turca, una federazione di cui avevo sognato la creazione insieme a Nursultan Nazarbaev piuttosto che rimanere da soli con noi stessi nella Rus’ centrale, impegnati nell’eterna ricerca di una direzione propriamente russa e credendo che la Russia sia destinata ad aprire le porte di un nuovo futuro all’umanità. È possibile che la federazione slavo-turca, a capo della quale ci sarebbe un euroasiatico come Nazarbaev, non cucirebbe così tante giubbe lunghe della democrazia per mettersi in mostra così come sta facendo la Russia odierna, però sarebbe sicuramente meno incline alle tentazioni del messianismo russo che congela l’istinto di autoconservazione della nazione.

Quando è avvenuta la disgrazia – cioè quando il vero mondo russo si è dissolto e l’URSS e la RSS Bielorussa sono diventati stati indipendenti – io ho iniziato a cercare conforto nella crescente possibilità di creazione della molteplicità del mondo russo. Le nuove Ucraina, Bielorussia e Russia creeranno qualcosa di unico, che si arricchirà con le tinte uniche della storia di questi popoli slavi vicini l’uno all’altro. Aleksandr Lukašenko inferse per primo un colpo ai miei sogni, trasformando un paese di 10 milioni di abitanti in un kolchoz sovietico dove una parte della popolazione sottomessa era felice per il fatto che nel paese non ci fosse nessuna forma politica né libertà di stampa né opposizione. Questo per me fu qualcosa di inaspettato. Mi sembrava che i bielorussi, che a differenza dei russi che si erano stabiliti nello stato polacco-lituano, dovessero manifestare maggior interesse per la libertà e darsi più da fare per far valere i propri diritti. Ma non avvenne nulla di simile! Agli inizi degli anni ’90 e degli anni 2000, la Russia, ex popolo dell’impero di Gengis Khan, era in qualche modo più libera rispetto alla Bielorussia nata sul suolo dello stato polacco-lituano. Soltanto dopo la “primavera russa” del 2014, l’autoritarismo di Putin è diventato molto simile a quello di Lukašenko e Nazarbaev. Le mie, e non soltanto mie, illusioni di trasformazione dell’Ucraina – ancora ai margini della civiltà occidentale – in un secondo, ma democratico, stato russo, sono state annientate dal voto demolitore “per gioco” degli ucraini nel 2019.

La società liberale è convinta che sia meglio il cambio di potere avvenuto in Ucraina con la sostituzione dell’oligarca Porošenko con il servitore dell’oligarca Kolomojskij, piuttosto che il potere assoluto di Lukašenko durato quasi un quarto di secolo o piuttosto che lo strapotere di Putin che si va accrescendo di elezione in elezione. Non so. Onestamente non so dire che cosa sia meglio. Tuttavia sono profondamente convinto che la Russia dei tempi di El’cin, pur con tutte le sue minacce e gli atteggiamenti accentratori, avesse in sé decisamente più possibilità per la crescita e il progresso rispetto all’attuale “lungo Stato di Putin”, rispetto alla Russia di oggi che si sta trasformando in un una fortezza sotto assedio.

Dopo le elezioni “per scherzo” in Ucraina, io non credo che la nazione – un bambino sciocchino – essendo priva del senso di vergogna e dignità, sia nella condizione di arricchire la storia comune dei russi con qualcosa di sostanziale. Sono sorprendenti la meschinità di pensiero, le rivendicazioni, l’assenza di dignità e la leggerezza con cui i politici ucraini più in vista si tradiscono vicendevolmente e tradiscono i valori nazionali, probabilmente da molto tempo. Ormai non si usa più parlare di rinascita della nazione, una rinascita sognata da Vladimir Viničenko.

A mio parere, anche il messianismo proprio dei russi, ma assente negli ucraini, la fiducia in una particolare missione russa porta con sé qualcosa di molto pericoloso. Il messianismo dà origine al militarismo, la sete di vittoria a qualunque costo e questo trasforma il paese in una fortezza sotto assedio con tutte le inevitabili conseguenze politiche che questo comporta. In una fortezza sotto assedio, come ha già dimostrato l’esperienza spirituale dell’Urss, non sono ammissibili il dubbio nell’esattezza delle decisioni del “capo supremo”, il diritto alla libertà di pensiero, il diritto alla pluralità di idee e programmi. Senza tutto questo non può esserci crescita.

Nelle attuali condizioni di fortezza sotto assedio, la Russia si sta di nuovo trasformando nel villaggio dell’impero tataro-mongolo, dove le persone pazienti e ubbidienti e senza opinioni personali guardano con benevolenza al Gengis Khan di turno che dice loro che nelle loro vene scorre il sangue degli eroi e li manda a morire in una nuova guerra.

Dio solo sa quanto io, come molti altri al giorno d’oggi, stia cerando, ma non troverò, un modo per liberarci dagli incanti messianici del “lungo governo di Putin”.

*In russo viene usato l’aggettivo «крымнашевские» (krymnaševskie), aggettivo derivato dal neologismo Krymnaš, diffusosi in Russia a partire dalla primavera del 2014 nell’ambito delle discussioni politiche relative all’annessione della Crimea alla Federazione Russa. A seconda del punto di vista di chi parla, questo termine viene usato sia in senso positivo che negativo per indicare la situazione emersa in seguito all’annessione della Crimea alla Russia. La parola Krymnaš viene usata in senso positivo dai sostenitori della linea politica del governo russo e in senso negativo da molti ucraini e dagli oppositori della linea politica russa.

FONTE: ng.ru , 10/6/2019 – di Alekandr Cipko Traduzione di Irene Regondi

Irene Regondi

Comasca, interprete e traduttrice. Il desiderio di imparare la lingua dei protagonisti delle storie di Gogol’ e Tolstoj mi ha spinta a laurearmi in Lingue e Letterature Straniere e poi in Interpretazione. Tradurre per me significa costruire ponti e abbattere i muri dell’incomunicabilità. Tradurre porta a una ricerca continua e a una scoperta senza fine. Amo leggere, viaggiare e tutto ciò che è ancora da scoprire.