Il crollo del muro di Berlino: l’influenza sull’URSS e sulle sorti di Vladimir Putin

Esperti americani si esprimono sulle reazioni a 30 anni di distanza dall’evento storico

Il crollo del muro di Berlino è uno dei pochi momenti storici che a distanza di tanti anni è ancora molto sentito dalle persone. Anche i populisti più radicali d’Europa, antieuropeisti e oppositori ai legami economici globali, non mettono in discussione la natura positiva dell’evento che trent’anni fa ha cambiato il continente europeo.

Pure il presidente russo Vladimir Putin considera importante la caduta del muro di Berlino. Nei giorni in cui iniziò la fusione delle due Germanie in un unico stato, il tenente colonnello del KGB Vladimir Putin, come lui stesso spiega nel libro intervista “In prima persona”, rimase deluso dal fatto che nessuno a Mosca avesse letto le sue relazioni da Dresda, perché presi dai loro intrighi.

In seguito, Putin ha fatto riferimento in diverse interviste alla caduta del muro di Berlino come qualcosa che avrebbe dovuto unire, ma che secondo lui non ha di fatto unito l’Europa. In un’intervista alla rivista tedesca Bild del gennaio 2016, ha dichiarato che “il muro di Berlino è caduto, ma la divisione dell’Europa non è stata superata, i muri invisibili sono stati semplicemente spostati a est”. Tuttavia, in un modo o nell’altro, la vita dell’ufficiale del KGB, in servizio in Germania dell’Est, così come la vita di tutto il continente europeo, è stata profondamente segnata da questo evento.

Hope M. Harrison, professoressa della scuola di relazioni internazionali presso la George Washington University, il 10 novembre 1989 è atterrata nell’aeroporto di Berlino Ovest per lavorare al suo libro sulla costruzione del muro. Quando il 9 novembre a New York è salita sull’aereo, di certo non poteva sapere che stava volando dritta nella storia.

In un’intervista all’agenzia russa Golos Ameriki, Hope Harrison afferma che i dirigenti politici sovietici di quel tempo non si stavano rendendo conto di cosa stesse succedendo in Germania: «Mosca non aveva affatto controllato il corso degli eventi in Germania, e ricordiamo che Gorbačëv disse che, a differenza dei leader sovietici precedenti, non sarebbe intervenuto negli affari dei paesi satelliti dell’Europa orientale e centrale. Dalle sue parole è molto chiaro che era critico nei confronti di Erich Honecker, Presidente del Consiglio della Germania dell’Est, e che credeva che anche in Germania fossero necessarie delle riforme».

«Honecker fu rimosso dall’incarico a ottobre e Gorbačëv sperava che la Germania venisse riformata, diventasse più stabile e, nello stesso tempo, rimanesse uno stato socialista. Ma quando il muro cadde, Mosca non ebbe niente a che fare, perché in realtà successe tutto per errore (Günter Schabowski, segretario del Comitato Centrale del Partito di Unità Socialista di Germania responsabile della comunicazione, il 9 novembre annunciò che era possibile l’immediato libero espatrio delle persone dalla Germania dell’Est – D.G.). Nessuno era e poteva essere pronto a tutto questo» afferma Hope Harrison, che nel 2019 ha pubblicato il suo secondo libro “After the Berlin Wall. Memory and the Making of the New Germany, 1989 to the Present”.

Secondo Harrison, quando nella tarda serata del 9 novembre 1989 il passaggio di persone da Berlino Est a Berlino Ovest venne aperto, Egon Krenz, nuovo leader della Germania dell’Est e segretario generale del Partito di Unità Socialista di Germania, chiamò il Cremlino per informarlo dei fatti, ma «il centralinista gli disse che a Mosca era notte fonda e che non avrebbe potuto metterlo in contatto con nessuno».

«A Mosca si erano persi la caduta del muro di Berlino perché stavano dormendo e il giorno dopo Gorbačëv era un po’ turbato e preoccupato. Parlò con Krenz, ma non tentò di stravolgere il corso degli eventi, di mandare carri armati e soldati. Si limitò a dirsi speranzoso che la situazione non sarebbe sfuggita di mano. Ma non fu possibile tenere tutto sotto controllo. Così a dicembre le trattative che portarono al Trattato sullo stato finale della Germania erano già iniziate. Gorbačëv, Thatcher e Mitterrand erano molto preoccupati su come gestire il processo di unificazione e cercarono addirittura di rallentarlo» racconta Hope Harrison.

William H. Hill, esperto del Wilson Center di Washington ed ex diplomatico, nel 1989 lavorava per Golos Ameriki e recentemente ha condiviso il modo in cui è venuto a sapere di ciò che stava accadendo a Berlino: «In quel periodo dirigevo la parte europea di Golos Ameriki e, come spesso accedeva, il 9 novembre sono rimasto in ufficio fino a tardi. Per fortuna, avevo la televisione accesa sull’NBC e ho visto il corrispondente Tom Brokaw in diretta di fronte al muro di Berlino, sul quale si stavano arrampicando delle persone: un evento eccezionale che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare».

«Ero pronto a vivere la Guerra Fredda per tutta la vita. I fatti dell’estate e dell’autunno del 1989 erano assolutamente inaspettati. Quando c’è stata la tavola rotonda in Polonia che ha stravolto tutto, quando l’Ungheria e la Cecoslovacchia hanno aperto le frontiere per far passare i tedeschi dalla Germania dell’Est all’Austria, da allora è iniziato ad andare tutto in frantumi. Mi ricordo che era la Giornata dei Veterani e mi hanno chiamato dal dipartimento bulgaro di Golos Ameriki per dirmi che Todor Živkov era stato rimosso dall’incarico, e così via. Il muro costruito nel 1961 era il simbolo dell’Europa divisa, e quando è crollato, è stato spettacolare. Ed è tutto merito della gente comune» ricorda William Hill.

Secondo l’ex diplomatico che ha guidato per due volte la missione dell’OSCE in Moldavia, il 1989 e il 1990 furono due anni di grandi speranze: «Per esempio, in quel periodo, i delegati di USA e URSS, il segretario di Stato James Baker e il ministro Eduard Shevardnadze, hanno collaborato per elaborare la risposta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla minaccia di Saddam Hussein di attacco al Kuwait. La cosa principale era quindi la sensazione che il conflitto tra di noi fosse finito e che si potesse lavorare insieme».

William Hill ha ricordato anche come nell’inverno del 1989 a Dresda Vladimir Putin uscì in uniforme e con un’arma dalla palazzina del KGB per avvertire i manifestanti che non avrebbe permesso loro di fare incursione nell’edificio: «C’è un dettaglio importante nella vita di Putin legato alla sua permanenza in Germania. Proprio perché era in servizio lì, non era in Russia durante l’inizio della glasnost’ e della perestrojka e si perse il forte cambiamento di quel periodo. E quando tornò a Leningrado faceva un lavoro terribile, e questo lo so non per sentito dire, ma perché anni prima alla Leningradskij Gosudarstvennyj Universitet avevo avuto a che fare con il suo predecessore nella supervisione agli stranieri. Putin poi ebbe la fortuna di pescare il jolly quando conobbe Sobčak, ma in generale tutto il periodo di rinnovamento politico e di inizio di un dialogo politico in Russia se lo perse».

Secondo l’ex-diplomatico, è possibile che questo possa aver influenzato l’entrata in campo come politico di Putin.

Se si parla del perché in Europa la gioia della caduta del muro di Berlino è stata sostituita da discussioni sulla necessità di costruire nuovi muri, William Hill è sicuro che in realtà è presto per preoccuparsi: «Gli sviluppi in Ungheria e Polonia sono ben diversi da quelli di 30 anni fa, ma se si guarda ai risultati delle elezioni, è chiaro che le società sono divise quasi a metà, mentre non è affatto chiaro come si evolverà la situazione in futuro. Ritengo che la vita nell’Europa centrale dopo 30 anni dalla caduta del muro di Berlino sia decisamente migliorata. Alcuni paesi sono più delusi, ma in generale la situazione è soddisfacente».

William Hill è inoltre convinto che: «Gli eventi ci insegnano che la storia non finisce mai e se si smette di lavorare per farla evolvere nella direzione che ci piace, verranno altri che la gireranno in una direzione che potrebbe non piacerci. Gli eventi del 1989 hanno reso il mondo migliore».

 

Fonte Golos Ameriki, 08/11/19, di Danila Gal’perovič, traduzione di Virginia Bianchi

Virginia Bianchi

Sono nata a Firenze, classe 1996. Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica ottenuta nella mia città, mi sono trasferita a Milano per completare il mio percorso di studi e specializzarmi nella traduzione in inglese e russo. Sono molto curiosa e sempre pronta per partire per un nuovo viaggio alla scoperta di culture, lingue e cucine diverse.