Sergej Timofeev e la sua Orbita

L’Università di Torino continua ad ospitare poeti contemporanei, invitati a dispensare a giovani studenti racconti di esperienze letterarie: dopo la lezione di Andrej Sen-Sen’kov dedicata a Vavilon, lo scorso martedì 12 Novembre è stata la volta di Sergej Timofeev, poeta lettone russofono, nonché membro del collettivo poetico Orbita.

RIGA MAGICA*

Sergej pone una premessa importante al suo racconto: per capire l’esperienza di Orbita, bisogna in primis conoscere la città-culla in cui tutto ebbe luogo, Riga. Fondata nel XIII secolo da crociati tedeschi, a causa della sua posizione di particolare vicinanza al mare, Riga è diventata un vero e proprio crocevia di culture: occupata dalla Svezia, in seguito dalla Polonia e infine dall’impero Russo, riesce ad ottenere l’indipendenza all’inizio del XX secolo, per poi perderla nuovamente durante il periodo sovietico, negli anni ‘40. Questo grande incrocio di tradizioni differenti ha lasciato un segno indelebile nella fisionomia della città, che con la sua architettura unisce uno stile dal gusto più freddo strettamente teutonico, a quello più morbido e caldo tipicamente moderno dalle vaghe reminiscenze pietroburghesi, vantando, non a caso, il titolo di capitale europea di Art Nouveau, con i suoi oltre 700 edifici in stile Liberty (sic!). Non stupisce quindi neanche sapere che nella città è presente anche il “Museo dell’Art Nouveau”, situato in un elegante edificio risalente agli anni ’20 del secolo scorso.

 

 

BI-RIGA

A livello più strettamente letterario, Riga è la capitale baltica “russofona” per eccellenza, fatto che le ha permesso di giocare un ruolo di ponte culturale tra la periferia dell’impero sovietico e le sue due capitali, Mosca e San Pietroburgo (allora ancora Leningrado). La situazione nei due paesi era quindi leggermente diversa, spiega Sergej: essendo relativamente distante dal potere centrale, Riga poteva concedersi un margine di libertà espressiva maggiore, soprattutto a livello estetico.

“In Urss c’era una censura non solo a livello contenutistico ma anche estetico, a livello ufficiale scrivere versi liberi a Mosca o San Pietroburgo era qualcosa di impensabile, mentre nei paesi baltici questo tipo di libertà estetica era ammessa. I paesi baltici sono stati caratterizzati da una libertà estetica molto marcata. Ancora negli anni ‘90 in territorio russo c’erano queste battaglie poetiche, ossia se il verso libero fosse ammissibile o meno. Una volta ricordo che un poeta russo, che scrive in rima, mi disse “voi scrivete versi liberi affinché poi sia più facile tradurvi!”.”

Non dubito che qualsiasi traduttore di poesia avrebbe da ridire su questa affermazione un po’ superficiale.

L’impiego del verso libero nel contesto sovietico indicava una chiara presa di posizione politica, era un modo per dimostrare la propria opposizione all’estetica centrale. Riga, in questo senso, pullulava di forme di dissenso estetico, con risultati notevoli:

Esempio di Stichi na Katockach. Il verso recita: “Il fatto che l’Autore sia in mezzo a noi conferisce a questo momento un significato speciale.” Immagine tratta da Colta.ru

“A Riga c’erano una serie di riviste che uscivano in samizdat, una delle prime era Tret’ja Modernizacija (La terza Modernizzazione), che ha avuto un ruolo importante nella cultura locale; c’era molta gente che batteva i numeri a macchina e li diffondeva tra i conoscenti. Questo giornale metteva l’accento anche sull’aspetto artistico e non solo sui testi, molto spesso le copertine venivano fatte con opere di Pop-art ed è stata la prima esperienza di questo tipo in cui c’era un’interazione tra testo e parte artistica. La rivista, inoltre, invitava a Riga una serie di scrittori interessanti dell’underground letterario. Uno dei primi fu Lev Rubinštein, esponente del concettualismo moscovita. Rubinštein scriveva questi testi, gli stichi na kartočkach: prendeva i cartoncini dei cataloghi delle biblioteche con dei buchi, ci scriveva sopra una frase, e dalla summa di tutti questi cartoncini veniva fuori un poema. Mentre li legge fa dei gesti artistici, la lettura non era solo il testo ma era anche l’insieme dei modi in cui uno legge.”

La conoscenza con la poetica di Rubinštein è stata fondamentale non solo per Orbita, ma anche per altri poeti della loro generazione. A proposito di questo nuovo tipo di poesia che si era loro dischiusa davanti, Sergej ricorda:

“Il mio primo contatto con un auditorio fu non con un testo stampato ma in formato di mostra: c’era un gruppo di artisti, Svobodnoe isskustvo (arte libera), che nell’89 stavano organizzando una mostra a Riga, in cui si appendeva una serie di quadri ispirati alla soc-art e al surrealismo. Io sono andato da uno degli organizzatori e chiesi di poter appendere insieme ai quadri anche dei miei testi. Quello disse di sì (era il periodo in cui tutti dicevano di sì a tutti). C’erano questi rettangoli bianchi con delle letterine, accanto a dei quadri, la gente si avvicinava e leggeva i versi, era un’esperienza diversa di percezione del testo. La mostra è stata un punto importante della mia biografia artistica ma soprattutto è stato il momento in cui ho capito che si può fare qualcosa con il testo di diverso, inserirlo da qualche parte, attaccarlo e farlo diventare parte di un contesto più alto.”

Orbitando intorno a Riga

M. Maurizio e Sergej Timofeev presso l’Università di Torino

In questo clima di estrema libertà che inebriò tutti, però, Riga alla fine degli anni ’90 cadde in un vuoto artistico e culturale causato dalla chiusura di un importante giornale, Rodnik (la Fonte): “Rodnik nasce alla fine degli anni ’80, si diffondeva in URSS ed era una delle riviste più lette del periodo. Molti autori di Riga avevano fatto le loro prime pubblicazioni sulle pagine di Rodnik che, insiemi ai poeti contemporanei, pubblicava molti nomi fino ad allora noti solo in edizioni Samizdat, come Nobokov e altri nomi di questo calibro. Rodnik smette di uscire alla metà degli anni ‘90 e a Riga si percepisce una lacuna culturale che va colmata in qualche maniera. Così appunto, nel ’99, ci incontriamo io e altri quattro poeti che scriviamo in russo e cominciamo a pensare di creare una nostra casa editrice”.

Il ‘tekst-gruppa Orbita’, di fatti, nasce originariamente come progetto editoriale. Questo fu alquanto promettente, tanto che ben tre loro almanacchi videro la luce, accomunati tutti da una particolare attenzione all’estetica. Quello che salta immediatamente all’occhio nell’osservare questi lavori è il fatto che in ognuno di essi non manca mai la versione in lingua lettone: ogni loro libro, progetto, istallazione, performance vanta la traduzione in lettone grazie alla collaborazione di amici poeti, ancora una volta ad evidenziare il sostrato bilingue della città che li ha formati e che portano sempre con sé.

STEREO. Sergej Timofeev. Raccolta poetica bilingue, lettone e russo, il cui titolo rimanda all’idea delle due lingue come due tracce musicali che si intrecciano e alternano.

Dalla sperimentazione di poesia e arte visuale, successivamente sempre più pregnante divenne la fusione di poesia con musica e altre tecniche multimediali: “Iniziammo a muoverci in direzioni diverse, la prima è stata la combinazione di testi poetici e opere musicali. Abbiamo fatto uscire un disco, un cd in cui c’era musica elettronica di musicisti che avevano collaborato con noi, ci siamo mossi verso edizioni audio-video e i passi successivi furono indirizzati verso la sperimentazione sonora. Dei video ognuno di noi se ne occupava in maniera differente già prima di Orbita, ma con Orbita questo è diventato funzionale a quello che volevamo fare. Abbiamo fatto un festival di poesia-video (allora esistevano ancora le cassette VHS), questa cassetta è sostanzialmente l’almanacco, raccolta dell’edizione del 2002 (tre anni dopo la nascita di Orbita).”

Semen Chanin. Vplav’/Peldus. Raccolta poetica in due lingue fatta da due testi attaccati l’un con l’altro da dei magneti. Le lingue si comportano proprio come i magneti: si possono attrarre e combinare l’un con l’altro, ma allo stesso tempo possono anche respingersi se non sono armonizzate bene.

Altri esempi di sperimentazione verso questa sintesi tra poesia e i nuovi media sono due videopoesie: Sveta e Kogda (quando); nella prima si gioca con il nome Svet (luce), che rimanda a un segnale (radio, luminoso), trasmettendo un’unione, un gioco tra diverse forme che questo segnale assume; nella seconda l’idea è ispirata ad un libercolo trovato un giorno al mercatino delle pulci e su cui qualcuno aveva incollato vari ritagli di riviste cinematografiche degli anni ’80. Questa collazione così spontanea, che condensa e raccoglie una quotidianità qualsiasi, ha evocato in loro sensazioni nostalgiche, espresse appunto in questo connubio tra musica, le immagini in rassegna del libro e la voce di Sergej Timofeev che legge i propri versi.

Ogni elemento compositivo ha un suo peso e un suo perché che si coordina perfettamente in una coreografia in cui immagini, suoni, e parole si alternano armonicamente. Lo scopo di questa sinergia di metodi artistici è quello di creare un testo elevato alla seconda, aumentato nel significato grazie a tutto il contorno che ruota intorno: “esperimenti sincretici di video e poesia per noi non sono qualcosa in cui il video duplica quello che viene detto nei versi ma al contrario deve proporre una visualità diversa, dev’essere legato ad un senso astratto, differente da quello che compare nei versi”.

Dalla bidimensionalità multimediale, col tempo Orbita ha iniziato a muoversi oltre coinvolgendo un’ulteriore dimensione: “un po’ alla volta al suono e al video abbiamo iniziato ad aggiungere lo spazio: creavamo delle istallazioni con i versi, come ad esempio Komnata vremeni (la stanza del tempo), del 2009, proprio nel periodo in cui ci stavamo staccando dalla video-arte è una casetta composta di schemi in cui vengono proiettati dei versi semplici che si ripetono in continuazione.”

Con questo tipo di sperimentazione, gli Orbita furono perfino invitati alla Biennale di Venezia: “Iniziammo a partecipare sempre più spesso a questi avvenimenti, una volta anche alla biennale di Venezia, anche se non nel programma principale, con due sonetti fatti “di cose”: abbiamo pensato “che lingua universale possiamo proporre affinché tutti ci capiscano?”, volevamo trovare un qualcosa che funzionasse senza traduzione, allora abbiamo pensato ad un linguaggio di oggetti. Non esprimono una parola ma sono una parola di per sé: nella struttura la composizione presenta delle rime, dei richiami. Il primo è un sonetto più moderno con rime ricercate, il secondo più tradizionale”.

I sonetti “oggettivi” presentati alla biennale di Venezia.

In questa loro instancabile attività di sperimentazione e lavoro sui versi e con i versi, il gruppo è approdato anche ad affrontare un discorso metapoetico in maniera però tutta originale. Punto di partenza è una domanda che probabilmente tutti in un modo o nell’altro si son posti e che spesso pongono proprio a loro nelle performance, dai più grandi ai più piccoli, “Da dove nascono i versi?”, che ha dato anche il titolo ad uno dei loro lavori (otkuda berutsja stichi): l’installazione, divisa in due parti, era composta nella prima parte, chiamata Organizzazione del Caos, da una macchina che prima faceva a brandelli dei fogli di carta in cui erano scritti dei testi, e poi li ricomponeva; nella seconda parte, Iz Okna (Dalla mia finestra), era caratterizzata da una macchina poetica in cui il visitatore può scegliere quattro poesie diverse di quattro poeti scritte in lettone o russo. Sono quattro opere, testi scritti ognuno stando davanti alla finestra di casa propria, scritti sui rumori della strada che si sentono dalla finestra; c’è una parte di video, filmato dalla parte opposta dalla finestra in cui i versi sono scritti. È una ripresa statica ma che crea dei testi diversi in base a dove li si osserva. Si uniscono video-poesia e suono in un messaggio unico che arriva allo spettatore. Col tempo questo lavoro sulle istallazioni ha iniziato a influenzare anche i loro stessi reading poetici. In linea con il nome del loro gruppo, in una delle loro performance hanno creato un sistema sonoro che prende spunto 

Semen Chanin e Vladimir Svetlov durante una loro reading-perfomance.

da trenta radioline messe sul palco con vari microfoni sincronizzati sulla frequenza FM.  Quando i poeti leggono nel microfono queste radioline trasmettono anche quello che viene letto. Nel momento in cui vengono sistemate le radioline e le frequenze hanno un determinato significato, il pubblico che viene a sentire lo spettacolo deve egli stesso sincronizzarsi sulla frequenza giusta e quindi ‘orbitare’ intorno a loro: “non è importante lo stato d’animo con cui vengono, l’importante è che si accordino con lo spettacolo e il messaggio poetico che vogliamo far passare. Sincronizzare le onde radio è una sincronizzazione dell’atmosfera poetica.”

Sempre attraverso l’espediente radiofonico, nel 2015 sono stati autori di un’altra installazione in cui si sono spinti ancora oltre, coinvolgendo l’intera città di Riga, Radio poetica pirata: “Abbiamo raccolto un archivio di dati di letture di diversi autori (in russo, lettone e inglese); abbiamo cominciato a trasmetterlo in una frequenza pirata che poteva diffondere queste letture per un raggio di 3-4 km, che poi abbiamo istallato nel centro di Riga in una casa abbandonata. Ha funzionato un’intera settimana prima che gli organi che si preoccupano delle trasmissioni radio in Lettonia non ci hanno beccati e le hanno disattivate. Parallelamente c’era un bar vicino questa casa che si era sintonizzato sulla frequenza e trasmetteva tutto ininterrottamente. Era il tentativo di inserirsi nel discorso commerciale delle onde radio immaginando che qualcuno si sintonizzasse sulla radio per cercare qualche canzone pop o musica leggera e finiva ad ascoltare poeti in lingua diversa che leggevano dal vivo le proprie opere.”

Lo sviluppo della poetica del gruppo Orbita può essere considerato come un qualcosa di performativo di per sé, iniziato dalla semplice collaborazione con musicisti per confluire in una sperimentazione e studio sul suono, che accompagna l’intero testo. Le produzioni di Orbita, se a tratti possono sembrare quasi distaccarsi dalla rappresentazione tradizionale che si ha della poesia, in realtà devono essere viste come la sintesi di stili ed espressioni artistiche diversi, provenienti da ciascuno dei loro componenti, che uniti insieme nella collaborazione non fanno altro che creare una “co-poesia”, formata dalla loro stessa poetica e dalla poesia che è propria di ogni forma d’arte, dalla musica, al video, alla fotografia e, perché no, anche alla quotidianità, principale fonte dalla quale il gruppo trae ispirazione. Figli del postmoderno e immersi in un postconcettualismo estremo, il loro discorso poetico può essere anche visto come un tentativo di (re)individualizzazione del linguaggio poetico, una delle sue tappe evolutive della poesia contemporanea.

“La poesia nella nostra epoca contemporanea può esistere in forme diverse”, afferma ad un certo punto Sergej, sentendo forse la necessità di ricordare agli studenti perché in un corso di letteratura si finisca a parlare anche di linguaggi altri (multimediali, trasmissioni radiofoniche, istallazioni).

“Il testo può esistere sulla carta ma quando questo è scritto può essere inserito anche in spazi diversi, forme diverse o in collaborazione con altri linguaggi artistici. È una seconda vita che il testo acquisisce e che incomincia a funzionare e ad esprimere se stesso in una forma diversa. È possibile far sì che la poesia si muova verso un proprio ascoltatore, verso qualcuno che la recepisca, e questo è possibile farlo in molte forme ognuna diversa dall’altra, alcune delle quali sono riuscito a presentare in questa mia lezione.”

 

 

Attualmente il gruppo Orbìta (pron. arbìta) è composto da quattro poeti: (da sinistra nella foto) Artur Punte, Semën Chanin, Sergej Timofeev, Vladimir Svetlov. In italiano le loro opere sono tradotte nella recente antologia curata da M. Maurizio, Deviando sollecito dalla rotta, 2016, e Nell’Orbita di Riga. Voci poetiche dalla nuova Lettonia, a cura di P. Galvagni. Nel luglio di quest’anno, Miraggi Edizioni ha pubblicato l’ultima raccolta poetica di Sergej Timofeev, Onde Lunghe (curata e tradotta da M. Maurizio), da cui è stata tratta una breve video-poesia in italiano, che è possibile visionare qui.

 

*Il titolo del paragrafo “Riga Magica” fa riferimento al libro di M. Di Pasquale, dedicato alla capitale lettone.

Anna Mangiullo

Originaria della Terra d'Otranto, ho poi intrapreso gli studi di Lingua e Letteratura Straniera presso l'Università di Torino, dove tutt'ora frequento la magistrale in Lingue e Letterature Comparate. Tra lo studio delle "cose russe" ci sono finita tramite la musica: galeotto fu Rachmaninov!, e da allora la Russia non mi avrebbe più abbandonata...