Recensione “L’ultimo inverno di Rasputin”, di Dmitrij Miropol’skij

L’ultimo inverno di Rasputin è un romanzo storico di Dmitrij Miropol’skij, pubblicato nel 2019 da Fazi editore. Le vicende raccontate coprono un arco temporale frazionato che va dal 1912 al 2008 e vedono protagonisti una serie di mirabili personaggi della cultura e della letteratura russa.

Tra le vie di Pietroburgo – scenario prevalente del romanzo – si aggirano con fare strafottente Vladimir Majakovskij e David Burljuk, che frequentano rumorosi circoli di letterati insieme ad Anna Achmatova, Igor’ Severjanin, Velimir Chelbnikov e molti altri. A far baldoria in tutt’altro tipo di club, troviamo il libertino principe Feliks Jusupov in compagnia dell’amico di sempre, il granduca Dmitrij Pavlovič. Nei salotti aristocratici della capitale si aggira invece un personaggio sospetto: Griška Rasputin.

Il rozzo monaco siberiano che riuscì a stabilirsi pericolosamente presso la corte degli zar, è il fulcro dell’intera narrazione. Difatti, ciò che lega i principali protagonisti del romanzo (delle estrazioni più disparate tra loro) è un intrigo mortale: la congiura per l’uccisione di Griška.

L’autore da vita a Rasputin sulla pagina e ne segue le oscure vicende, dal villaggio di Pokrovskoe alla capitale dell’impero, immergendolo in quell’ambiente elitario di cui arrivò davvero a far parte e seguendolo oltre, con scene d’invenzione che cercano di restituire la dimensione privata di una figura storica.

Contemporaneamente si muovono tutti gli altri, che si troveranno in vari modi – spesso casualmente – intrecciati negli eventi che precedettero le insurrezioni del 1917, e che assisteranno progressivamente alla caduta della Russia com’era stata fino ad allora.

Questa tipologia di narrazione supporta la struttura di L’ultimo inverno di Rasputin, poiché l’opera è prima di tutto un romanzo, di genere storico. Lo stesso autore ci tiene a ricordare nel libro che il romanzo non aspira a una rigida storicità, ma può rivendicarne solo un po’”.

copertina "L'ultimo inverno di Rasputin"
L’ultimo inverno di Rasputin, Fazi editore, 2019

Miropol’skij spiega dettagliatamente la sua visione autoriale:

Ci sono merletti a fili continui e ci sono merletti a pezzi riportati. Quelli a pezzi riportati sono più semplici. Per loro, si prende qualche paio di rocchetti della larghezza della striscia decorata. S’intrecciano, si misurano e si tagliano quanto necessario. Per quelli a filo continuo ci vogliono molti più rocchetti. Si tessono prima le parti del disegno, poi si assemblano e si collegano in un unico pezzo. […] Volevo che il libro assomigliasse a un unico grande merletto a fili continui e non a un merletto a pezzi riportati, fatto di ritagli.

Con queste parole lo scrittore ci indica qualcosa che si evince già molto chiaramente dalla sola lettura. Il testo veicola perfettamente l’uniformità della Storia, i cui grandi personaggi – figure sbiadite dal tempo e le distanze – diventano indiscriminatamente pezzi dello stesso puzzle, componenti dello stesso quadro.

Il modo in cui Miropol’skij lega queste figure storiche, come riesce a farle interagire tra loro restando sempre nella chiara orma dell’invenzione creativa, in un certo senso avvicina a noi i protagonisti di vicende che fanno a stento parte del nostro mondo conosciuto. D’altronde, un avvenimento storico celeberrimo, quale ad esempio la prima guerra mondiale, risulta per le generazioni ancora viventi talmente lontano nel tempo da non esistere praticamente.

Il miglior pregio della narrazione di Miropol’skij sta proprio qui, nella capacità di fornire uno scorcio delle esistenze personali di ognuno, umanizzando la personalità storicamente nota in una figura mortale e, proprio per questo, vissuta.

Visualizzare Vladimir Majakovskij, seduto nella limousine imperiale con Viktor Šklovskij e Osip Brik, o nell’impeto della sua prima notte d’amore con Lilja, ci da la percezione di una quotidianità inedita dell’istrione appassionato che apprendiamo in letteratura. Questo tratto è particolarmente evidente nei personaggi di Nicola II e di Rasputin, in quanto personalità non tramandate per le descrizioni della loro intimità, come succede invece ad un poeta.

Il primo viene ritratto unicamente nei momenti privati, condivisi con la moglie Aleksandra Fëdorovna. All’alba della prima grande guerra e della rivoluzione russa, lo zar non riesce a prevedere saggiamente gli avvenimenti a cui va incontro; dall’immaginazione dell’autore viene fuori un sovrano dallo scarsissimo polso e con cognizione di causa quasi nulla. Nicola non conosce affatto il suo popolo, non ha coscienza della rapidità con cui sta perdendo il potere nel suo Paese, e alcuni episodi lo evidenziano perfettamente.

Un caso esemplare è quello in cui, parlando con la zarina, si dice sollevato della guarigione dello zarevič Aleksej, ritenendo di dover festeggiare pubblicamente con una “buona azione” e “che tutti debbano gioirne”. Parole che suonano ridicole dall’uomo che governava – con una certa indifferenza – uno stuolo di sudditi arrivati allo stremo delle loro forze e ormai sull’orlo della ribellione.

Sta tutta qui l’umanità dello zar: un uomo devastato dalla malattia del figlio, che mai avrebbe voluto ereditare il trono e che, allo stesso tempo, semplicemente non poteva non pensare di essere investito del potere divinamente. Un uomo costantemente attaccato su tutti i fronti e da tutte le classi, che non poteva concedersi la sua debolezza allo scoppio di una guerra di cui non sapeva niente e che non avrebbe saputo gestire.

foto b/n della famiglia Romanov
I Romanov

Rasputin, invece, viene ambiguamente descritto, restituendo precisamente l’immagine che l’autore ne da all’inizio del libro: Grigorij Efimovič si presenta come un monaco fedele, come un contadino semplice, eppure nessuno riesce a spiegarsi come e da cosa tutti si lascino affascinare, e come questa “macchietta” possa influire così pesantemente sulle decisioni dell’intera Russia.

Anche il lettore si troverà confuso dal ritratto che ne verrà fuori infine. Come spesso i posteri si sono chiesti riguardo allo starec, egli era un santo o un diavolo? Sembriamo provar pena – quasi simpatia! – per questo mužik venuto da est, oggetto di pettegolezzi e di dispute feroci; eppure ci accorgiamo che la sua mente non è semplice come sembra e la sua posizione non è dettata unicamente da una qualche “vocazione”.

Insieme alla struttura ben congegnata, il punto forte del romanzo è lo stile di Miropol’skij: asciutto e snello, ma di grande potere evocativo quando tratta scene particolarmente significative. Lo scrittore sa come descrivere i momenti chiave, rendendo realistico e vivo qualcosa che si tende solitamente ad astrarre come avvenimento storico. È il caso del concitato assassinio di Rasputin e della conseguente reazione di Jusupov. A tal proposito, la traduzione – a volte difficoltosa – riesce comunque a mantenere questo piacevole carattere di lettura.

La narrazione è divisa in tre parti che identificano il periodo precedente alla guerra (Pace), quello del conflitto (Guerra) e infine un salto in avanti di 90 anni, con un approfondimento su tutte le personalità incontrate (Universo).

Il titolo originale del romanzo è, ambiziosamente, 1916. Vojna i mir (1916. Guerra e pace) e, sebbene sia difficile confermare una certa continuità, si può senz’altro affermare che l’intento dell’autore sia ispirato dal Guerra e pace originale. Il testo di Dmitrij Miropol’skij costituisce una lettura consigliatissima per tutti gli appassionati di Russia e di storia, che non faticheranno a distinguere i fatti dall’elaborazione creativa, riuscendo comunque a godersi entrambi.

«I grandi ideali li hanno inventati per portare le giovani donne ingenue a letto. Per mettere in mano agli studenti le bombe e le Browning. E perché i soldati muoiano eroicamente senza farsi troppe domande.»

 


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Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.