Recensione di “I racconti di Pietroburgo”, di Nikolaj V. Gogol’

Nella raccolta di racconti, il grande scrittore russo da vita a una compagine variegata di personaggi e situazioni, il tutto nella cornice meravigliosa e beffarda di Piter come si presentava alla metà del 1800.

Quale modo più appropriato di introdurre Pietroburgo se non con uno sguardo alla Prospettiva Nevskij, il cui ritratto viene dipinto dall’autore con delicate e sapienti pennellate la cui voluttà avvolge e affascina?

La capacità di Gogol’ di ammaliare il lettore è tale da far quasi percepire il suono secco dei passi sul granito, il frastuono delle carrozze che sobbalzano nel fango, lo sfrigolio incessante dei lampioni che si stagliano a illuminare la strada. Gli occhi si riempiono di meraviglia danzando fra un’insegna e l’altra, serpeggiando fra la moltitudine elegante e variegata che popola la Prospettiva in orari socialmente stabiliti, alternandosi alla plebe rozza e indaffarata che si muove operosa e solerte sullo sfondo di un panorama urbano chimerico.

L’infatuazione iniziale si tramuta lentamente in un severo sguardo di taglio quasi socio-antropologico delle convenzioni sociali dell’800, dell’illusoria apparenza ostentata a mo’ di specchietto per le allodole – la quale spesso non corrisponde alla posizione sociale anzi, cagiona la caduta spirituale e psicologica di coloro i quali ne diventano succubi.

La stessa apparenza che trae in inganno il povero Piskarev nell’ergere un’instabile struttura basata sull’aspettativa, fondata sulla “lettura sociale” dell’estetica, spazzata via dal brutale impatto con la realtà.

Foto in b/n della Prospettiva Nevskij
Il Nevskij Prospekt nel secolo scorso

Sempre nei pressi della Prospettiva Nevskij è ambientato il secondo racconto, più precisamente lungo la Prospettiva Voznesenskij, in cui il barbiere Jakovlevič comincia la sua giornata con uno sconvolgente quanto traumatico incontro: egli rinviene, all’interno di un’invitante pagnotta appena sfornata, un naso; non un naso qualunque, bensì quello dell’assessore di collegio Kovalev. Superato l’orrore iniziale, Jakovlevič cerca quanto prima di liberarsene.

Prende vita così la mirabolante storia fantastica di un naso intraprendente, il quale si congeda senza preavviso alcuno dal suo possessore per vivere di vita propria. Vaga tranquillo per le vie della città comodamente trasportato in lussuose carrozze e finemente abbigliato in uniforme.

Nel contempo il legittimo proprietario, illustre rappresentante della società, si scopre improvvisamente privo del suo bene più prezioso: l’aspetto, l’apparenza, sperimentando così in prima persona quanto la menomazione fisica possa incidere sulla repentina perdita dello status sociale.

Defraudato quindi della sicurezza che il piacente aspetto gli infondeva nell’intessere relazioni, si nasconde in preda alla vergogna agli occhi del prossimo, latitando dietro un nero mantello da cui fa capolino al di là di un fazzoletto che ne occulta i tratti.

Rifugge dalla medicina deducendo la causa sovrannaturale del problema e, arrivando ad affidarsi all’ufficio annunci di un giornale, si scontra in una lotta impari con la cieca e sorda macchina burocratica che sottolinea ulteriormente l’inadeguatezza del “diverso” nella società.

Tenendo sempre un piede tra il fantastico e il reale, Gogol’ alterna racconti affascinanti di ritratti prodigiosi o dall’influsso maligno, al contatto coi quali l’uomo manifesta la propria fragilità e la difficoltà nel domare gli istinti e i desideri più bassi, intessendo una tela nella quale i protagonisti si impelagano senza scampo.

L’ormai noto racconto de Il cappotto narra la storia di un misero impiegato – tale Bašmačkin – il quale, rifuggendo le continue vessazioni dei colleghi e del destino ingrato che l’ha messo su questa terra, si rintana fra le scartoffie a ricopiare. In quella dimensione catartica di trascrizione dalla meticolosità quasi amanuense, la sua esistenza triste e priva di scopo muta in perfezione e senso del bello. Ogni cosa trova la sua collocazione, il suo significato, gratificandolo completamente.

È in questo stato di grazia che lentamente si apre una crepa sottile da cui si insinua infimo il gelo pietroburghese, il quale costringe il povero impiegato a fare i conti con i pochi rubli a sua disposizione per affrontare la spesa di un nuovo cappotto. Da questa semplice e concreta necessità umana nascono una serie di vicende, novità e accidenti che trasportano il lettore in una sorta di ottovolante emotivo di rara intensità, il tutto intessuto da una serie di elementi sovrannaturali che ne sconvolgono il finale.

Copertina de "I racconti di Pietroburgo"
“I racconti di Pietroburgo” con un’introduzione di Valdimir Nabokov, Mondadori, 2004

La raccolta di racconti chiude con Memorie di un pazzo in cui, nella forma di diario, il protagonista Aksentij Ivanovič Popriščin descrive in prima persona le vicende che lastricano il suo sentiero verso la follia. Causa una coinvolgente infatuazione – non corrisposta – nei confronti della figlia del proprio direttore il protagonista, già in evidente difetto delle nozioni minime di condotta sociale, viene travolto da un turbinìo di emozioni che ne minano l’equilibrio psicologico.

Si convince così della fitta corrispondenza fra la cagnetta della signorina Sophie e un altro cane di amici, da cui è sicuro di trarre notizie riguardo la fanciulla. Questa fissazione diventa il fulcro della sua esistenza determinando un lento e inesorabile distacco dalla realtà che si ripercuote sulla sua vita quotidiana per mezzo di atti inconsulti e fuori luogo.

Un improvviso quanto cocente diniego da parte dell’oggetto del suo desiderio lo precipita in uno stato confusionale tale da convincersi di essere il re di Spagna, fino ad assumerne gli atteggiamenti. Segnerà il punto di non ritorno un ricovero coatto che pare non sortire effetto alcuno sul delirio di onnipotenza del nostro sfortunato.

Questa edizione chiude con una postfazione di Vladimir Nabokov che regala una lettura approfondita dell’opera, in particolar modo dell’autore, rivelandoci particolari della sua vita significativi all’interpretazione di numerosi elementi narrativi.

Gogol’ partì per Pietroburgo al termine degli studi compiuti a Nižyn, in Ucraina; giunto in città fu colto da un forte raffreddore reso ancora più fastidioso dal gelo che, congelandogli il naso, gliene faceva perdere la sensibilità dandogli quasi l’impressione di non averlo. Nel mentre si vide costretto a spendere la cifra di trecentocinquanta rubli per l’acquisto di nuovi indumenti – una spesa considerevole, per un giovane ancora alla ricerca di un lavoro.

Questa situazione di precarietà, di spese a cui non seguono introiti, di vita sociale fatta di apparenze a cui egli non appartiene in quanto “forestiero” e in cui fa fatica a integrarsi, contaminano l’immagine brillante, fascinosa e misteriosa che l’autore aveva costruito mentalmente di Pietroburgo.

Si sviluppa così una visione speculare in cui la realtà descritta riflette il sentire dell’autore, che tramite simbolismi esprime la propria singolare natura. Come dichiara Nabokov:

“Nessuna meraviglia, quindi, che Pietroburgo abbia rivelato appieno la propria singolare natura, quando il russo più singolare di tutta la Russia ne percorse le strade.”

Ma più strani di tutto sono i fatti che accadono sulla Prospettiva Nevskij. Oh, non fidatevi della Prospettiva Nevskij! Quando ci passo, m’avvolgo sempre più stretto nel mantello, e mi sforzo di non guardare gli oggetti che mi vengono incontro. Tutto è inganno, tutto è sogno, tutto è differente da quel che appare!

Recensione a cura di Stefania Angius


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