“Quell’anno a Mosca. 1980-1981”, di Anna Roberti

In Quell’anno a Mosca. 1980-1981 Anna Roberti ripercorre i mesi del soggiorno a Mosca, come studentessa di russo all’Università Statale e, a distanza di anni, suscita ancora il sorriso e la nostalgia di chi come lei ha condiviso la stessa esperienza.

Siedo comodamente su una poltrona, sorseggiando del tè nero addolcito con del miele, mentre la mia mente viene assediata dai ricordi. Ripenso al brivido del primo viaggio in Russia, una terra che prima di vivere percepivo come minacciosa seppur, al contempo, attraente. Al secondo sorso di tè mi attanaglia un profondo senso di nostalgia.

Ricordo i volti degli amici, rido delle disavventure del quotidiano, degli scivoloni sul ghiaccio, della mia paura di parlare in un pessimo russo davanti a un madrelingua dalla fronte corrugata, della forte tentazione di restare. Rivedo un’enorme valigia blu piena di ricordi ed oggetti che parlano di mesi di esperienze fondamentali per la mia attuale formazione umana e culturale. Rivedo partire Valentina, e vedo tornare Valja.

Sorrido. È proprio questo l’effetto che fa il testo di Anna Roberti Quell’anno a Mosca, in particolare per chi in Russia ha lasciato amici, luoghi amati, abitudini. La vicenda, ambientata nel 1980, ha come protagonista Maria, una giovane studente italiana che decide di trascorrere 12 mesi a Mosca per imparare il russo, e gli amici che col tempo creano lo sfondo delle sue avventure, come la compagna di stanza, la amerikan’ka Trudy, e il gruppo degli studenti stranieri del dormitorio in ulica Volgina dom 6, divisi tra “nazioni capitaliste” e “socialiste”, ma concretamente vicini nella condivisione del tempo, dello spazio, e di eventi che li legheranno gli uni agli altri.

Copertina del libro "Quell'anno a Mosca 1980-1981"
Quell’anno a Mosca, Edizioni Visual Grafika, 2017

Anche la comunicazione in russo tra studenti diventa un elemento fondamentale di unione, nonché un’occasione per sviluppare un artificio originale e a tratti esilarante da parte dell’autrice. I dialoghi tra studenti, infatti, favoriscono l’immersione del lettore nella dimensione spazio-temporale del testo, essendo costruiti in un italiano russificato, che ricalca a livello sintattico e lessicale elementi specifici della lingua russa.

L’opera di Anna Roberti – presidente onorario dell’Associazione Culturale Russkij mir di Torino – si divide in brevi capitoli che seguono in ordine cronologico la protagonista alla scoperta di Mosca e nella sua conseguente evoluzione. Maria infatti inizia il suo percorso di esplorazione con fatica, inciampando in una quotidianità a tratti ostile, per poi immergersi completamente in un ambiente, in una cultura non solo russa, ma in particolare sovietica, raccontata con imparzialità e con un copioso uso dei realia che la caratterizzano, che l’autrice contestualizza e spiega con dovizia di particolari.

Assistiamo alle tribolazioni domestiche di Maria, intenta a correre con la sua avos’ka da un negozio all’altro alla ricerca di generi alimentari, e alle operazioni quasi kafkiane per le quali i prodotti stessi devono essere richiesti tramite un complicato sistema di annotazione dei reparti e di quantità e importo. Il tutto corredato dalle famosissime file o dalla possibilità che uno dei prodotti fosse deficitnyj.

Foto in b/n di uomo con avos'ka
Un uomo torna dalla spesa con la sua avos’ka, la caratteristica borsa di rete

Stuzzica una curiosità un po’ rétro anche il resoconto dei vecchi sistemi di comunicazione, posta e telefoni a gettoni, che creano agli studenti non solo una cesura concreta con il proprio mondo di appartenenza, con la famiglia e amici, ma che restituiscono il senso di isolamento di una nazione separata dal resto del mondo, dal punto di vista economico e culturale, che grazie al testo abbiamo la possibilità di conoscere da vicino.

L’autrice inoltre non si esime dall’inserire nel testo anche elementi di carattere letterario che ben si fondono con una piccola riflessione sulla censura letteraria interna di epoca sovietica, costruita su divertenti legami intertestuali con Il Maestro e Margherita (Master i Margarita, 1966) di Michail Bulgakov.

Nel capitolo Non parlare mai con gli sconosciuti, infatti, Maria e Trudy discutono, sostenendo due tesi opposte, sulle motivazioni per le quali il romanzo di Bulgakov sia reperibile in russo solo nel negozio Beriozka, ambiente turistico, dove è consentito pagare esclusivamente con dollari. In quel momento, dopo aver ordinato una Pepsi a un chioschetto lungo i Patriaršie Prudy, vengono avvicinate da uno strano figuro, sicuramente sovietico, ma forse ucraino? O Bielorusso? Le numerose citazioni sparse per il capitolo lasciano una sensazione di appagamento al lettore, che divertito non può che divorare il libro fino all’ultima pagina.

Il testo di Anna Roberti, dunque, ci consente di leggere la storia di una ragazza italiana immersa nei realia culturali e letterari dell’epoca sovietica, restituendo anche la distanza culturale tra la Russia degli anni ’80, attraverso il suo sguardo romantico ed entusiasta nel contatto con una nuova cultura con la quale in parte si identifica, nonostante (se non soprattutto) quelle particolari frizioni con la propria.

È proprio nella diversità che cresce la personalità di Maria che, mettendosi continuamente in gioco ed esponendosi a un mondo prima estraneo e ora sempre più famigliare, evolve in Maša, una sintesi tra due culture in contatto costruttivo tra loro.

A lettura conclusa, ho avuto modo di fare qualche domanda all’autrice in merito alla sua opera e alle sue considerazioni sulla Russia:

Nella parte dei ringraziamenti fa riferimento a Primo Levi e a un suo suggerimento circa lo scrivere il testo. Ci può dire di più a riguardo?

Frequentavo la casa di Primo Levi per l’amicizia che mi legava, e mi lega, ai suoi figli. Così, dopo avere scritto alcuni racconti sulla mia esperienza moscovita da poco conclusa, presi il coraggio a quattro mani e li portai a Primo per avere una sua opinione. Lui li lesse con attenzione e per ognuno di essi scrisse delle annotazioni che conservo ancora con cura e che ho ripreso in mano quando ho deciso di scrivere questo libro. Mi spiegò che cosa gli era piaciuto e cosa no, motivando i suoi pareri. Nel complesso, mi suggerì di unire i racconti, ampliandoli, per creare una narrazione di ampio respiro, perché gli davano l’impressione di essere frammenti di un romanzo. La cosa più importante fu che trovò in me un qual certo talento (i russi direbbero che “trovò dell’uvetta nel mio panino”…) e mi spronò a continuare a scrivere.

Quanto c’è di autobiografico nel testo?

Tutto quanto ho descritto non è frutto della mia fantasia, si tratta di avvenimenti realmente accaduti, anche se posso averli attribuiti a un personaggio piuttosto che a un altro.

Che percezione ha oggi dell’Unione Sovietica? Cosa è concretamente cambiato da allora dal suo punto di vista?

La Russia di oggi ha poco o niente in comune con quella che era l’Unione Sovietica. Sicuramente per certi versi la vita è più “comoda” (anche se non per tutti…). Sono soprattutto felice che i cittadini russi possano viaggiare in tutto il mondo (avendone la possibilità) e possano leggere tutto ciò che desiderano (anche se certa letteratura che oggi va per la maggiore è di un livello veramente imbarazzante…). Ma c’è molta, troppa, disparità economica, la “forbice” si è allargata tantissimo. Nel complesso, la società russa si è omologata a quella della maggior parte dei paesi del mondo, non è più quell’ “isola” (più o meno felice) che ci aveva affascinato per la sua diversità. Ciò che più mi dispiace è la disgregazione di quello spirito che legava i popoli delle diverse repubbliche.

Come è iniziato il suo rapporto con la lingua e cultura russa?

Mi iscrissi alla facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell’Università di Torino, scegliendo russo come prima lingua, per puro caso. Anche se col tempo ho imparato che il caso non esiste!

Che cosa suggerisce alle nuove generazioni che si approcciano allo studio della lingua e cultura russa? 

Viaggiate, viaggiate, viaggiate! Appena ne avete la possibilità, visitate il paese di cui state studiando la lingua, magari prediligendo le mete meno consuete e più lontane dal “potere”. In particolare, mi sento di suggerire la Siberia, a cui è dedicato il mio prossimo libro che uscirà in primavera.

Recensione e intervista a cura di Valentina Bagozzi

È possibile acquistare il libro a questo LINK

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.