Recensione de “La mite”, di Fëdor M. Dostoevskij

“…Ecco, finché lei è qui, tutto va ancora bene: mi avvicino e la guardo ogni minuto; ma domani la porteranno via e come farò quando rimarrò solo? […] Non faccio che andare su e giù e voglio chiarirmi quel che è accaduto. Sono ormai sei ore che voglio chiarirmelo ma non mi riesce di fare il punto dei miei pensieri.”

Pare di sentirlo, con il respiro affannato, il passo angosciato, la gola secca, mentre le parole rimbombano intrappolate nella sua testa. Nella stessa stanza fredda e cupa si trova la moglie esanime, una giovane donna la cui vita è stata stroncata dal suicidio.

È da qui, dalla fine del suo matrimonio, che un proprietario di un banco di pegni, ex-ufficiale, inizia a raccontare la sua storia attraverso un monologo logorante, un flusso incessante di interrogativi senza risposta.

Ha sedici anni “la mite”, quando arriva al suo banco di pegni per impiegare alcuni oggetti e ricavare così il denaro per mettere degli annunci di lavoro sul giornale. Rimane subito colpito dalla sua bontà e semplicità, caratteristiche che lui non possiede. È un uomo che cerca di rifarsi una vita, vuole lavarsi via il sudiciume del suo passato da ufficiale macchiatosi di disonore e riemergere dall’esistenza meschina, dal sottosuolo in cui è sprofondato.

Foto in b/n di Dostoevskij
L’autore

Come farlo, quindi? Sposando questa ragazza docile e silenziosa, salvandola dalla perfidia delle zie e da un matrimonio con un rozzo bottegaio che secondo lui si sarebbe rivelato infelice. Ma di uguale destino sarebbe stata la sua vita con lui, uomo egoista e mediocre, che aveva sin dall’inizio mostrato rigore e indifferenza nei confronti della sventurata.

“Agli entusiasmi rispondevo col silenzio, un silenzio benevolo, ovviamente… e tuttavia lei vide subito che tra di noi vi erano delle differenze e che io ero un enigma. […] In primo luogo, severità, e sotto il segno della severità la feci entrare in casa”.

Tuttavia la tenaglia che la stringe, quel controllo che l’uomo vuole mantenere su di lei, ben presto svanisce e quella ragazzina dal viso candido si mostra tutt’altro che mite: vuole decidere lei come gestire il banco dei pegni e il valore degli oggetti, comincia a frequentare l’ex ufficiale Efimovič, compagno d’armi del marito, e arriva a tentare di uccidere quest’ultimo, puntandogli una pistola alla tempia mentre dorme.

Il matrimonio finisce miseramente con il suicidio di lei, che si getta dalla finestra stringendo un’icona della Vergine: non aveva altro modo di sfuggire alla vita miserabile che le era stata imposta sin dalla nascita.

Il vero fulcro di questo breve racconto, tuttavia, non è la storia del loro matrimonio, bensì i pensieri contraddittori del protagonista e l’assenza di una spiegazione logica a tutte le domande che egli si pone in maniera confusa. Spesso lo sentiamo dire che “la questione è un’altra”, oppure che ha capito tutto e che è lui ad avere in pugno la verità, senza rendersi conto che è solo un’illusione: ha sempre desiderato il controllo sulla vita della moglie, quella vita che infine lei è riuscita a sottrargli.

È qui che Dostoevskij si diletta in un’arte nella quale è il maestro indiscusso: mostrare le mille sfaccettature che caratterizzano l’animo umano, le contraddizioni che lacerano la vita di ogni giorno. Il racconto svela l’aggrovigliata matassa dei pensieri che ci fanno compagnia ogni giorno; l’animo umano è presentato per quel che veramente è, senza filtri né inutili orpelli. L’autore stesso nella nota introduttiva ci rivela che è proprio questo il tema del racconto:

“Ecco, parla da solo, si racconta la vicenda, la chiarisce a sé stesso. Nonostante l’apparente coerenza del discorso, a più riprese egli si contraddice sul piano sia della logica sia dei sentimenti. Ora si discolpa, ora accusa la moglie, ora s’avventura in spiegazioni estranee alla faccenda”.

Lo scrittore rivela inoltre come mai nel titolo ha definito “fantastico” questo racconto: suppone l’esistenza di uno stenografo che annota i pensieri angosciosi dell’uomo, così come si presentano. Egli avrebbe poi raccolto questi appunti e dato vita a La mite.

Copertina del libro "La mite"
La mite (a cura di Serena Vitale), Adelphi, 2018

In realtà, tutta la storia si attiene a fatti reali. Infatti Dostoevskij sarebbe stato colpito dal gran numero di suicidi avvenuti in quel periodo a San Pietroburgo, e in particolare da uno, nel quale una ragazza si getta dall’abbaino di un palazzo di sei piani stringendo un’immagine della Madonna.

Un altro elemento interessante è che la tragedia è giocata su una questione di minuti. Il protagonista si incolpa della morte della moglie perché è arrivato tardi; se fosse rientrato prima, l’avrebbe salvata. Ma dove è stato fino a quel momento? Egli ha dato per scontato per troppo tempo l’amore e la presenza della moglie. Sono state l’inerzia, la sua pigrizia, la sua insensibilità ad averla uccisa; nemmeno le promesse di cambiamento fatte dopo la sua malattia sono servite a evitarle la morte. L’uomo capisce di essere ormai solo, o forse di esserlo sempre stato.

Con La mite, Dostoevskij ci ammonisce che il tempo non è mai abbastanza per avere una vita felice: gli uomini sono destinati inevitabilmente ad un’esistenza piena di stenti. Rimuginare su decisioni che non abbiamo preso o incolpare il tempo per azioni che abbiamo rimandato non cambierà il risultato finale.

Io vi chiedo: che cos’era la mia vita dopo quella rivoltella, puntata contro di me dall’essere che adoravo? Per giunta sapevo con tutta la forza del mio essere che in quel maledetto istante tra di noi era in corso una lotta, un tremendo duello per la vita e per la morte, un duello con lo stesso codardo del giorno precedente, cacciato per codardia dai compagni.

Recensione a cura di Elena Barozzi


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