Recensione de “La filiale”, di Sergej D. Dovlatov

Dalmatov è un apatico giornalista russo emigrato in America che si trova costretto dalle circostanze a ricordare un passato diverso, di giorni d’amore e gioventù leningradesi.

“Mia madre dice che un tempo mi svegliavo col sorriso sulle labbra. Questo avveniva più o meno, devo supporre, nel 1943. Provate a immaginare: tutt’attorno la guerra, i cacciabombardieri, lo sfollamento. E io che me ne stavo sdraiato a sorridere. Adesso è tutto diverso. Da circa vent’anni ormai mi sveglio con una smorfia di disgusto sulla faccia emaciata.”

La frase attraverso la quale Sergej Dovlatov introduce il romanzo La Filiale è indicativa del percorso da lui scelto. Prestando attenzione è possibile scorgere l’origine astratta del doppio binario narrativo che accompagnerà il lettore per tutto lo svolgersi del racconto: il passato rievocato dagli eventi del presente narrativo, che con esso si mescola e si amalgama in un turbinio di sentimenti, bilanci esistenziali e auto-analisi.

Foto in b/n di Sergej Dovlatov
L’autore

Una visione introspettiva molto soggettiva, in cui però il lettore non stenta a riconoscersi in quanto essere umano. In questa frase introduttiva traspare il mood insofferente di una personalità a tratti irrisolta, a tratti insoddisfatta, che si proietta nel lontano passato di un sorriso puro e innocente, quasi immotivato rispetto alla realtà della guerra; come un fiore puro sboccia incurante dell’aridità del terreno che lo ospita.

Allo stesso modo, nel romanzo gli eventi contemporanei al racconto si snodano e si intrecciano fra i ricordi del passato riportando alla superficie dolorose memorie. Descrizioni vivide di paesaggi metropolitani trasportano il lettore in una New York degli anni Ottanta, nel pieno boom economico, chiassosa patria dello show-business.

Illuminata da neon iridescenti e brulicante di un’incessante moltitudine multietnica e policromatica, nel cuore pulsante di Manhattan ospita la centrale operativa del protagonista: l’emittente radiofonica La Terza Ondata. È una radio creata e formata da emigrati russi appartenenti a vari settori del sapere – attori, scrittori, scienziati, filosofi – costretti a lasciare la “Grande Madre Russia” in quanto ritenuti personaggi scomodi e non inclini all’allineamento politico di regime vigente in quegli anni.

Il protagonista Dalmatov, incarnando naturalmente le qualità non auspicabili appena citate, si integra alla perfezione nella radio come giornalista, pur serbando intimamente mire letterarie. Dichiara fin da subito di svolgere questa professione con il solo obiettivo di far quadrare i conti in famiglia, confermando la veridicità di tale ipotesi con un sano distacco e un quasi totale disinteresse per i compiti a lui assegnati.

Con altrettanta indolenza, accoglie il nuovo incarico partendo per Los Angeles dove partecipa al convegno La nuova Russia, organizzato dall’Istituto Californiano per i Diritti Civili. L’obiettivo di questo convegno è l’elezione di un presidente in esilio con le annesse alte cariche politiche inerenti, le quali assicurino alla Russia un modello culturale, civile e spirituale capace di garantirne un futuro post-regime.

All’evento presenziano i più illustri e controversi esponenti del mondo culturale, politico e religioso – tutti in esilio in vari paesi quali: America, Europa, Canada e Australia – che danno inaspettatamente vita a un esilarante teatrino di vizi e contraddizioni tipicamente russe.

Copertina di "La filiale"
La filiale, Sellerio, 2010

In questo susseguirsi tragicomico di scambi verbali fra i presenti, in cui Dalmatov esercita un’osservazione non partecipata utile a garantirgli il più immediato rientro a casa, subentra con la forza d’impatto di un asteroide Tasja: il suo primo amore.

Irrompe dal passato trascinando il protagonista in un turbinio di nostalgiche memorie miste di una consapevolezza maturata nel dolore, disvelando nel corso della narrazione il nucleo pulsante dell’introspezione emotiva dell’autore/protagonista, riaprendo le ferite mai rimarginate di un amore tumultuoso.

Oggetti e parole assumono una sorta di funzione evocativa da cui scaturisce un alternarsi e intrecciarsi incessante fra presente e passato, il quale si traspone nel racconto in un continuo avvicendarsi dei piani narrativi.

Argomento inusuale per l’autore, l’amore si staglia come “causa-causarum” trascendente e inesorabile nel trascinarlo in una spirale discendente di smarrimento del sé. Dipinge con maestria il lucido e lento declino di un giovane promettente che pospone i propri progetti di vita, le proprie amicizie e aspirazioni per immolarsi sull’altare del sentimento verso questa donna tanto necessaria, quanto frustrante e irrazionale.

Dopo un atarassico addio fra le asettiche pareti di un’anonima cabina telefonica, il protagonista ricostruisce la propria vita senza darne traccia fino al salto nel presente, ritrovandosi, superstite a questa catastrofe, a osservare nuovamente il baratro percorrendone l’orlo in bilico.

La calamità di nome Tasja si insinua ora nel presente narrativo delineandone risvolti curiosi e inaspettati con la naturale incoscienza tipica del suo personaggio, tenendoci fino alla conclusione sospesi in un moto oscillatorio fra simpatia e avversione.

Chiude il libro un interessante approfondimento di Laura Salmon che, attraverso una lettura approfondita del testo e del suo autore, ci aiuta ad apprezzare meglio le numerose sfaccettature emotive e semantiche del racconto.

Recensione a cura di Stefania Angius

 


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