Guardie di frontiera, vampiri e signor Pomodoro. Come venivano decorati [per le feste] gli alberi all’epoca del realismo socialista

L’Unione Sovietica visse ufficialmente senza albero delle feste per solo otto anni: dal 1927 al 1935. Vietato in quanto simbolo del Natale, e quindi di festa “del nemico”, venne riproposto agli abitanti del paese come nuovo emblema del Capodanno. Ma per l’albero di Capodanno sovietico erano necessarie delle nuove decorazioni altrettanto sovietiche. Quelle tradizionali, ispirate ai motivi cristiani, quando non vennero buttate via, furono almeno nascoste in qualche scatolone (qualcuno di questi oggetti, tuttavia, saltò di nuovo fuori alla morte di Josif Stalin negli anni ‘50). Il Bol’šoj Muzeij racconta in che modo le decorazioni per l’albero descrivevano la realtà del nuovo paese nella lingua del realismo socialista.

Museo di Velikij Novgorod

Relazioni Internazionali

La guardia di frontiera

Il tema dei confini e del loro controllo nacque negli anni ‘20 per iniziativa dello stato che quasi subito dopo la fine della guerra civile cominciò a preparare i suoi cittadini per la difesa contro il “nemico esterno”. Lev Kassil’ descrisse in un libro divenuto popolare in quegli anni e trasformato in film nel 1936, “Il portiere” (Vratar’, NdT), un personaggio che a modo suo poteva essere considerato una guardia di frontiera. Ne è rimasta traccia indelebile la canzone del film, composta da Maksim Dunaevskij e Vassilij Lebedevyj-Kumač:

Ehi, portiere, preparati alla lotta. 

È il tuo turno in porta.

Immagina che dietro di te,

Scorra la linea di confine. 

Un dettaglio importante: la guardia di frontiera non ha una cordicella perché lo si possa appendere. Nel 1930 doveva stare sotto l’albero al posto di Nonno Gelo, forse per controllare che i regali non venissero aperti anzitempo. 

Il cane-pagliaccio tedesco

Dopo il 1917 i rapporti diplomatici tra i paesi reietti, Russia e Germania, furono i primi a essere ristabiliti. Dagli anni ‘20 fino al patto di non aggressione del 1939 l’Unione Sovietica era spesso visitata dai comunisti tedeschi; i contatti, oltre che culturali, erano anche di tipo economico, ecco da dove vengono probabilmente questi addobbi per l’albero. 

L’aereo 

L’aereo negli anni ‘30 non rappresentava solo uno dei più importanti progetti di difesa ma era anche un’immagine importante della cultura popolare. In tempi più recenti i ricercatori descrissero quei primi voli propagandistici degli anni ‘20 sui villaggi sovietici come un’“invasione divina”: l’aereo in cielo sembrava aver sostituito il maggior simbolo cristiano: la croce. Queste macchine volanti appaiono in alcune canzoni popolari dell’epoca di Stalin:

L’aereo vola,

Sopra di lui il blu.

E al mio caro han dato di dieci anni.

L’indigeno

Il periodo tra le due guerre mondiali rappresentò l’ultima fase del colonialismo mondiale. La guerra più importante degli anni ‘30 fu quella condotta dall’Italia fascista di Benito Mussolini in Abissinia (oggi Etiopia) del 1935. L’importanza di questo tema veniva costantemente ribadita nell’arte di quegli anni e si rifletté in particolare nel film di Aleksej German “Il mio amico Ivan Lapšin” (Moj drug Ivan Lapšin, NdT), ambientato durante la metà degli anni ‘30, in cui il protagonista, Semen Farada, in una delle prime scene mima un aereo italiano che vola in Abissinia.

Museo di Velikij Novgorod

Economia Popolare

La mucca

La mostra nazionale dell’agricoltura del 1939 – modello delle successive fiere dedicate ai traguardi raggiunti dall’economia popolare – esibiva la produzione delle fattorie collettive a dieci anni dalla “grande rottura”, ovvero dall’inizio della collettivizzazione di massa. La mucca, uno dei simboli più tipici del benessere “colcosiano”, fu prodotta proprio a seguito di questa mostra.

La scatoletta di conserva

Il granchio della Kamčatka già negli anni ‘40 era sia un prodotto di esportazione sovietica che un simbolo di lusso. I cittadini sovietici potevano solo ammirarlo in vetrina (per esempio dell’emporio Eliseevskij a Mosca) o nel “Libro sul mangiare buono e sano” (Kniga o vkusnoj i zdorovoj pišče, NdT). Un altro modo per entrare in possesso di questa preziosa scatoletta era farne una copia e guardarla pendere da un ramo dell’albero di Capodanno. 

Il trattore

Il trattore era uno dei simboli dell’industrializzazione sovietica, cominciata alla fine degli anni ‘20. Tra le altre cose, rappresentava il passaggio dal vecchio sistema agricolo alle moderne fattorie collettive. 

Museo di Velikij Novgorod

 Vita Quotidiana

Il bambino con lo slogan

Il bambino porta sul petto una fascia rossa con su scritto “La patria ci assicura un’infanzia sana e felice”. L’infanzia sovietica degli anni ‘30 era legata a molti progetti statali: dallo sviluppo delle colonie di lavoro per bambini (dopo la rivoluzione e la guerra civile il numero di bambini che viveva per strada si mantenne elevato per diversi decenni) fino all’approvazione nel 1935 della categoria di “membro della famiglia di un traditore della patria” che aveva moltiplicato il numero di abitanti negli orfanotrofi a causa di frequenti arresti di entrambi i genitori. È possibile che questi addobbi venissero creati appositamente per gli alberi che decoravano luoghi pubblici quali case della cultura cittadine o di campagna.

Il postino

Un altro simbolo poetizzato della cultura sovietica era il postino. La diffusione del telefono (a differenza della radio) non aveva quasi toccato le zone agricole dell’Urss sebbene il numero dei suoi abitanti,  fino all’epoca di Khruščev, fosse di gran lunga maggiore rispetto quello delle città. Così, per la maggior parte dei cittadini sovietici, il postino rappresentava il più importante mezzo di comunicazione con il resto del mondo.

Il cane-infermiere

Il cane, con un nastro attorno al corpo e la borsa di medicinali sul fianco, è un chiaro riferimento ai tempi di guerra quando gli animali venivano utilizzati al fronte come aiutanti di dottori e infermiere.   

Il semaforo

Il primo semaforo fece la sua comparsa a Mosca alla fine degli anni ‘30. Durante la fine del decennio la sua presenza si diffuse e la sua forma cambiò. Questa decorazione rappresenta soprattutto la modernizzazione e l’urbanizzazione dell’epoca sovietica. È probabile fosse un addobbo di un grande centro urbano. 

Il cosacco

I cosacchi furono una classe a parte fin dalla nascita dell’Unione Sovietica. Nel periodo della rivoluzione, la maggior parte dei rappresentanti dei cosacchi si schierò contro il potere sovietico e per questo, durante i primi anni del nuovo governo, subì repressioni di massa. Nel 1936, prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale i cosacchi vennero in parte riabilitati e soprattutto poterono entrare a far parte dell’Armata Rossa. 

Museo di Velikij Novgorod

Favole e non solo

Il fungo

Non si sa nulla dell’origine di questa decorazione a forma di fungo, particolarmente simile ad un bambino.

Il diavoletto nella scatola, il vampiro, la mosca, il maialino col piffero

Oggetti creati dall’artista teatrale Elena Topornina. È molto probabile che questi addobbi dai motivi non sovietici siano ispirati alla vita cosmopolita degli anni ‘20, quando l’arte occidentale, e in generale quella non sovietica, era più fruibile.

Il piccolo ceppo di betulla

Il tema della legna, popolare già negli anni ‘20, non perse la sua attualità né negli anni ‘40 né negli anni ‘50. Nel suo primo ciclo di “poesie baracchine”, composto alla metà degli anni ‘50, il poeta della scuola post-avanguardista “Lizanovskaja”, Igor’ Kholin, scrisse:

Per terra stese il sudario invernale.

La casa è umida,

Manca la legna.

La moglie sbraita: “Vecchio impalato!

Vai nel bosco e recupera almeno un tronco”

Museo di Velikij Novgorod

Professor Pera, Principe Ciliegia e Cavalier Pomodoro

Personaggi della favola dello scrittore italiano Gianni Rodari, “Le avventure di Cipollino”. Conosciuto per le sue opinioni di sinistra, Rodari era molto popolare in Unione Sovietica, le sue opere venivano attivamente tradotte e trasformate in film. Cipollino è l’eroe di una storia che parla chiaramente di una protesta di classe. Le “semplici” verdure proletarie si ribellano contro il “nobile” principe Limone e il suo scagnozzo, l’altezzoso Pomodoro. Da un punto di vista tecnico, si tratta di decorazioni nuove, caratteristiche degli anni ‘50. Non venivano appese sull’albero con una cordicella ma attaccate con una molletta di metallo.

“Il sole rubato” (Kradennoe solnce, NdT)

Una caratteristica decorazione degli anni ‘50, la riproduzione del best seller “Il sole rubato” del poeta per bambini Kornej Žukovskij. Caduto in disgrazia per motivi politici nel’30, negli anni ‘50 venne riconosciuto come un classico, il “nuovo amico dei bambini” (al posto del vecchio Stalin, morto nel ‘53). L’immagine del libro ricorda anche un altro stereotipo sovietico, quello del “paese che legge di più al mondo”.

Nils e l’oca

La scrittrice svedese insignita del premio Nobel, Selma Lagerlof, era conosciuta in Russia già prima della rivoluzione: tutti i suoi libri erano stati tradotti in russo. Ma il suo racconto per bambini più famoso, “Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” del 1906, ottenne un riconoscimento in Urss solo nel 1940, a seguito della quinta traduzione. Il testo venne semplificato tagliando, per esempio, tutti i dettagli legati in qualche modo alla religione.

Fonte: bm.digital

Testo: Sergej Bondarenko Traduzione: Francesca Loche

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com

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