Recensione di “Invidia”, di Jurij K. Oleša

Invidia di Jurij Karlovič Oleša: La sublimazione del contrasto

Oleša fa fluire dalla sua penna la creatura maestosa che è Invidia, pubblicata per la prima volta nel 1927 e ora ritradotta per Carbonio Editore, un’opera che esalta il tripudio dell’immaginazione e dell’impossibile in contrasto con l’ascesa di un nuovo mondo sintetico che incasella l’essere umano in uno schema grottesco e anti-sentimentale.

Copertina di "Invidia"
Invidia, Carbonio editore, 2018

Mosca. Siamo negli anni Venti, poco dopo la fine della Rivoluzione di Ottobre. Lenin instaura la nuova politica economica (NEP) dopo anni di carestia e povertà. L’imprenditore salsicciaio Andrej Babičev dà vita alla mensa collettiva Četverak (letteralmente “un quarto di rublo”), incarnando così l’idea del nuovo uomo sovietico, prodigo nell’innovazione per la collettività e ligio alla fredda e calcolata disciplina dell’URSS.

In netto contrasto con la figura di Babičev si pone, da subito, il protagonista Nikolaj Kavalerov: l’immagine del mantenuto, un patetico poeta idealista legato al “vecchio mondo” che, dopo essere stato buttato fuori ubriaco da un pub, viene raccolto da Babičev stesso.

Da questo momento inizierà la continua invettiva di Kavalerov nei confronti del benefattore, nonostante il fatto che questi l’abbia accolto temporaneamente in casa propria e gli abbia dato un lavoro da contabile. L’invidia di Kavalerov trabocca da ogni sua bislacca metafora, da ogni suo prolisso ragionamento e logorroica supposizione, che contornano l’opera fino all’entrata in scena del “secondo invidioso”, Ivan Babičev.

In questa allegoria del suo tempo, Jurij Oleša ci racconta una storia, la disillusione e la fine di un’epoca e di un tipo di uomo che, proprio per il suo essere anacronistico, è tagliato fuori dalla realtà che lo circonda.

Invidia si presenta agli occhi del lettore come affresco di un’era, la rappresentazione di una scacchiera politica e sociale dove gli ultimi pezzi si contendono la vita a colpi di razionalismo ed immaginazione. L’originalità del romanzo si trova indubbiamente nell’anticonformismo e nell’originale struttura compositiva di Oleša. L’autore non vuole solo trasmettere ai contemporanei una satira politica efficace sulle contraddizioni dell’epoca comunista, ma presentare ai posteri gli effetti dell’industrializzazione e del mondo che cambia, incorniciando il tutto con metafore assurde, ma mai fuori luogo.

I personaggi si muovono scarmigliati, a volte composti, a volte non si muovono affatto, ma ognuno è diverso dall’altro e agisce spinto solo dall’indifferenza o dall’invidia. Ognuno vede la realtà attraverso i propri occhi, senza mai mettersi in discussione o scendere a compromessi. La fermezza sull’idealizzazione romantica del mondo rende Kavalerov un uomo scomodo, un emarginato sociale, destinato a non trovare mai un suo posto nella società sovietica, che di rimando lo ignora.

Foto di Jurij Olesa
L’autore al funerale di Vladimir Majakovskij, il 17 aprile del 1930

La deificazione del personaggio e del suo mondo in rovina raggiunge il suo apice nell’infuocata lettera di Kavalerov ad Andrej Babičev, nella quale egli rovescia tutta la sua invidia e insofferenza nei confronti della realtà che lui stesso vede in maniera distorta, attraverso il filtro dell’impossibile e del fantastico. Se da un lato vi è rifiuto, dall’altro la sofferenza di Kavalerov è accettata ed esaltata da Ivan che, con l’invito a rassegnarsi e a combattere, lo accoglie nel suo “gruppo d’assalto dei sentimenti”, una mitizzazione personale e singolare degli ultimi combattenti delle passioni umane, fenomeni da baraccone, sublimi ma patetici sconfitti sulla scacchiera all’alba del nuovo mondo.

Oleša divide il romanzo in due parti, guardando sempre dall’alto le vicende con il suo occhio onnisciente e andando via via a colmare i dubbi (e a crearne di nuovi) che possono insorgere nella mente del lettore. Lo stile che utilizza alterna delle frasi spezzate a prolissi monologhi lunghi intere pagine che si perdono, cadono e si riprendono, inscenando uno spettacolo che diventa visibile e quasi tangibile agli occhi dell’autore, ma che poi si riperde nel limbo della sconvolgente fantasia umana.

L’autore non perde occasione per proporre riferimenti colti, tra cui l’archetipo shakespeariano di Ofelia, un cenno fraterno a Victor Hugo con il recupero del personaggio di Quasimodo da Notre-Dame de Paris, l’abbraccio dell’antieroe byroniano, una strizzata d’occhio ai mulini a vento di Cervantes e la condivisione della passione di Cristo “condotto al Golgota”.

Ciò che Oleša vuole trasmettere al lettore non è il suo punto di vista, ma la tragica fine di un’epoca, la mitizzazione del tracollo del sentimento stucchevole e la parodia dell’indifferenza collettiva. Non si schiera mai da nessuna parte, ma dà ampio spazio e voce alla disfatta e ai perdenti, celebrandone l’ultimo baluardo e le gesta, come fossero dei “miserabili” dell’epoca sovietica.

 

l’invidia, certo… si potrebbe interpretare un dramma, uno di quei drammi grandiosi sul teatro della storia che a lungo suscitano il pianto, l’estasi, la compassione e l’ira del genere umano. Lei non se ne rende conto, ma è l’incaricato di una missione storica. Lei è, come dire, un coagulo. Un coagulo dell’invidia dell’epoca che va morendo. E quest’epoca invidia tutto ciò che prenderà il suo posto.

 

Recensione a cura di Noemi Baldi


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Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.

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