Se il divieto produce l’effetto opposto: 5 libri divenuti popolari grazie alla censura

Quando lo scandalo provoca soltanto popolarità

«Chissà che biografia faranno al nostro rosso!» esclamò Anna Akhmatova dopo il processo a Iosif Brodskij. Akhmatova sapeva per esperienza che il futuro esilio, nonostante tutti gli orrori, non avrebbe portato solo sofferenza, ma anche un riacceso interesse per le opere del poeta. È risaputo che nella storia della letteratura non sono pochi i casi in cui dei libri hanno acquistato un’enorme popolarità proprio a seguito delle persecuzioni dello stato, poiché, come è risaputo, il frutto proibito è il più dolce e i libri in questo caso non hanno fatto eccezione. Di seguito abbiamo deciso di riportare alcuni episodi appartenenti a questa categoria.

«Viaggio da Pietroburgo a Mosca», Aleksandr Radiščev

La famosa cronaca di viaggio di Radiščev è stata pubblicata nel 1790 nella tipografia di casa dell’autore. Quando Caterina II venne a sapere dell’uscita del libro, «Viaggio da Pietroburgo a Mosca» fu subito vietato e lo scrittore condannato alla pena di morte. Tuttavia, «in virtù della sua misericordia e per la gioia di tutti» l’imperatrice mutò la pena capitale in un esilio di dieci anni presso la prigione di Ilimsk, dalla quale Aleksandr Radiščev tornò già gravemente malato. La «misericordia» di Caterina non toccò invece il libro: tutti gli esemplari del «Viaggio…» in circolazione furono infatti distrutti (solo per miracolo furono conservati poco più di una decina di volumi) e l’opera rimase vietata per più di un secolo.

In quel periodo il testo di «Viaggio da Pietroburgo a Mosca» si salvò tramite alcune centinaia di copie che venivano passate di mano in mano. I giudizi su di esso erano in generale critici, Puškin, infatti, lo considerava «un’opera mediocre» con «uno stile barbaro». Ciononostante, per molto tempo tutta la nobiltà colta considerò un dovere conoscere l’opera sottoposta a divieto.

«Che disgrazia l’ingegno!», Aleksandr Griboedov

Quest’opera teatrale è considerata di diritto uno dei testi più citati della letteratura russa. Le sagaci didascalie dell’autore e le battute pungenti dei personaggi hanno consentito alla commedia di avere una vita lunga e felice all’interno del canone scolastico. A dire il vero, essa non aveva bisogno di pubblicità, tuttavia era necessario che questo avvenisse, che lo stato vietasse la messa in scena di «Che disgrazia l’ingegno!» per ottenere un riacceso interesse dell’intelligencija verso il testo. Copie della storia di Čackij, estremamente popolare tra i decabristi, venivano diffuse di mano in mano. Ivan Puščin, compagno di liceo di Puškin, portò al poeta una copia della commedia nella sua tenuta di Mikhajlovskoe.

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«Il dottor Živago», Boris Pasternak

Il clamoroso scompiglio che esplose in seguito alla pubblicazione di questo romanzo e alla premiazione del suo autore sembra non avere pari nella storia della letteratura russa fino a oggi. «Il dottor Živago» vide la luce nel 1957 a Milano. Certo che non sarebbe stato pubblicato in Unione Sovietica, Pasternak affidò il manoscritto a una casa editrice italiana e in una lettera personale chiese di ignorare i telegrammi ufficiali che pretendevano l’interruzione della stampa della prima tiratura, poiché il romanzo doveva essere pubblicato con ogni mezzo. Successivamente, copie «pirata» del romanzo comparvero in Olanda, e dal 1958 anche la CIA si interessò all’opera, diffondendola in lingua russa «per scopi propagandistici». Nella patria dello scrittore invece il libro era vietato.

Il 23 ottobre 1958 Boris Pasternak fu insignito del premio Nobel «Per aver ottenuto meriti eccezionali nella poesia lirica moderna e nel campo della grande prosa russa». Tuttavia, cedendo alle pressioni dell’autorità e della società sovietica, lo scrittore fu costretto a rinunciare al premio.

PR e manager del successo de «Il dottor Živago» furono non soltanto il governo sovietico, ma anche i servizi segreti americani. Resta da chiedersi se ne valse la pena. In effetti, sono passati diversi anni e i dettagli dello scandalo vengono via via dimenticati, ma lo stesso non si può dire del romanzo.

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«Il maestro e Margherita», Mikhail Bulgakov

Il libro uscì per la prima volta nel 1966, agli albori del «disgelo», e la sua pubblicazione fu come un’esplosione. Il dibattito su pregi e difetti del testo fu così ampio che i censori temevano seriamente di aver aperto il vaso di Pandora. Prima della pubblicazione avevano fatto tutto ciò che fosse in loro potere e intervennero sul testo demolendolo in modo che fosse difficile riconoscerlo. Eppure, neanche una grande quantità di correzioni riuscì a rovinare la grande opera di Bulgakov e la fama romantica di capolavoro ingiustamente danneggiato non fece che aggiungere intensità all’intera storia. Il numero della rivista «Moskva» sul quale «Il maestro e Margherita» comparve per la prima volta era diventato introvabile a qualsiasi cifra. Tuttavia, l’originale del romanzo rimase inaccessibile ai lettori per molto tempo e il testo completo senza tagli comparve soltanto nel 1973.

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La poesia di Iosif Brodskij

Akhmatova aveva ragione: la biografia di Brodskij si rivelò decisamente ricca e l’interesse per la sua opera non si è ancora esaurito. L’arresto, la condanna, l’attenzione costante del KGB e, dall’altro lato, la sua inclusione nella cultura sovietica ufficiale ebbero un effetto propizio: copie dell’opera del poeta furono diffuse passando di mano in mano. In Unione Sovietica fu pubblicato poco e con fatica, cosa che non avvenne invece negli Stati Uniti, in Italia e in Polonia, in cui le traduzioni delle sue poesie uscivano regolarmente. Nel 1972 Brodskij fu costretto a emigrare, ma questo non portò certo al suo oblio.

FONTE:  eksmo.ru , 4/10/2019 – di Raisa Khanukaeva, traduzione di Paola Ticozzi

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.

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