“Scomode verità”, di Andrei Konchalovsky

Andrei Konchalovsky è uno dei registi russi più conosciuti al giorno d’oggi. Con film come Zio Vanja (1971), Maria’s Lovers (1984), Tango & Cash (1989) e il recentissimo Il peccato (2019), Konchalovsky si è fatto conoscere al grande pubblico. L’autobiografia Scomode verità è narrata senza autocelebrazioni, con occhio intimo e personale.

Come rapportarsi a un’autobiografia? Con distaccata diffidenza – alzando gli occhi al cielo in segno di tiepido disgusto in vista di un’imminente autocelebrazione – o con modesta curiosità mossa da genuino interesse? In questo caso specifico prevale nettamente la seconda ipotesi, merito dello schietto approccio colloquiale improntato dall’autore/ protagonista.

La promessa di onestà umana e intellettuale sancita nel primo capitolo si dimostra nel corso della narrazione ampiamente mantenuta: il libro è colmo di verità – più o meno scomode, a seconda dello sguardo con cui vi si approccia. Senza dubbio alcuno si può affermare che la verità sia il filo conduttore primario a cui il lettore viene invitato a sostenersi nel dipanarsi delle vicende.

L’autore accoglie il lettore nell’intimo del proprio vissuto personale creando una confortevole atmosfera confidenziale intavolando, più che un discorso puramente storico/biografico, una conversazione sincera e a tratti autoriflessiva.

Copertina di "Scomode verità" di Konchalovsky
Scomode verità, Sandro Teti editore, 2019

Si assiste da spettatori privilegiati alla nascita del Konchalovsky regista in un contesto familiare creativo ed eterogeneo – il padre, scrittore, è l’autore del testo dell’inno nazionale Russo; la madre è scrittrice, poeta, traduttrice – che fa da sfondo al fiorire della giovane mente poietica.

Un panorama politico-culturale complicato e a tratti asfissiante incombe con la sua ingombrante onnipresenza: sono gli anni dell’epoca di Stalin a fare da scenario ai ricordi di fanciullezza in misura tutt’altro che marginale, essendo la famiglia Konchalovsky attivamente coinvolta nel contesto socio-politico del periodo.

Il giovane Andrei, vulcanico e irrequieto, è in procinto di compiere i primi passi nell’ambiente artistico in cui presto predenderà il volo, recidendo a malincuore il legame controverso con il suo paese natio. Sono anni ambivalenti di fughe e ritorni, di separazioni e riconciliazioni familiari e artistiche, di collaborazioni travagliate – come quella celebre con l’amico e collega Tarkovskij – quanto estremamente fruttuose nella crescita umana e professionale.

La sfrontata arroganza giovanile fiorisce e muta nella risoluta fermezza acquisita in maturità, qualità prima a trasparire dai suoi lavori. Il 1962 è l’anno del festival di Venezia in cui fu presentato il film L’infanzia di Ivan, dell’amico e collega Tarkovskij, nel quale Konchalovsky partecipò come collaboratore.

L’ esperienza si rivela fondamentale sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista umano, nonché causa determinante dello strutturarsi dell’ideologia antipatriottica personale. È la prima fuga dal regime asfissiante del suo paese, il primo assaggio di libertà e la prima volta in Italia.

Locandina del film "Il peccato" di Konchalovsky
In Italia, Konchalovsky è tornato a far parlare di sé lo scorso anno con il film Il peccato. Il furore di Michelangelo, basato sulla vita di Michelangelo Buonarroti

L’impatto con la naturale bellezza e il fascino millenario di Roma si rivelano devastanti: si percepisce chiaramente il suono della frattura interiore fra l’identità culturale sovietica, ereditata per nascita, e la quasi embrionale identità acerba di cittadino del mondo. La libertà espressa spontaneamente nei piccoli gesti quotidiani, con leggerezza sublime, provoca uno shock culturale che fungerà da carburante nella ricerca estrema della libertà e spontaneità artistica.

La ricerca della “verità” e del “senso della vita” divengono l’obiettivo principale del lavoro di Konchalovskij – tema ampiamente illustrato nel libro – e alimentano il febbrile tormento artistico, umano e sentimentale.

Nel racconto si avvicendano viaggi, lavori, amori struggenti e crude analisi introspettive di una lucidità disarmante, sempre all’insegna dell’onestà intelletuale. L’inizio di una nuova dimensione personale e artistica all’ingresso negli Stati Uniti, la difficoltà nell’uniformarsi ai ritmi e alle “visioni” dello show business senza incorrere nella snaturalizzazione della propria identità culturale.

Chiude il libro un ulteriore attestato di sincerità in cui l’autore esprime la speranza di essere capito, incita a uno sforzo di comprensione nello scorrere delle pagine che come veli cadono silenziosamente ai suoi piedi lasciandolo nudo e vulnerabile nella sua cristallina autenticità.

 

Quando penso all’amore e al non amore, l’unico vero criterio per me è il dolore. L’amore è dolore. Tutto il resto non è amore: innamorarsi, divertirsi, provare sentimenti verso una donna, un padre, una madre, un fratello, un amico, un Dio.
“Doloroso” significa “dolce”. Si può anche piangere dalla dolcezza del dolore.
Recensione a cura di Stefania Angius

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