Il classico “non russo”

Andrej Teslja parla per i 150 anni dalla morte di Aleksandr Herzen 

Herzen è uno dei “grandi nomi” della cultura russa. Cioè, lui è uno che non è possibile evitare, cancellare, eliminare e non importa come ci relazioniamo con le sue opinioni. In altre parole, lui è uno dei non molti che costituisce la vera essenza della cultura russa. 

Allo stesso tempo, Herzen è un autore sorprendentemente “non russo”. I contemporanei si prendevano gioco della scorrettezza della sua lingua: Ševyrëv sulla rivista «Moskvitjanin» creò persino un vocabolario implementabile «degli iskanderismi». Inoltre, come affermava lo stesso Herzen, in tutte le lingue da lui conosciute parlava in modo scorretto, correggendo gli errori da sé, senza riverenza. Nel caso del russo, poi, molte delle “scorrettezze”, notate dai contemporanei, noi adesso non le riconosciamo più come tali: lui le ha rese la norma. In effetti, questo è il più grande successo che un autore può ottenere.

Parlando del suo “non essere russo”, s’intende più spesso altro: la stessa atipicità, la singolarità del suo contributo per il tempo in cui gli capitò di vivere e scrivere.

Tuttavia, forse lo sarebbe stato per qualsiasi altro periodo: lui era fatto su misura per il suo standard speciale, troppo individuale. Da una parte, era un nobile moscovita: dall’infanzia aveva provato su di sé la diffusa e logora cultura delle grandi case dell’Arbat e delle tenute vicino a Mosca. Era un uomo dalla cultura franco-moscovita, l’inesistenza della quale scoprì con ostile sorpresa, quando si trovò a Parigi. Era quello che apprezzava una parola “tagliente” e che riempiva i suoi testi di aforismi già pronti, tanto che a volte è difficile leggerli, visto che essi sono composti di massime intrecciate l’una con l’altra. Inoltre, era un figlio illegittimo, che dai primi anni sentiva intensamente e viveva profondamente tutta la stranezza, estraneità della sua posizione e che la compensava con la convinzione della sua eccezionalità (ciò più facilmente perché si armonizzava con i decenni romantici della cultura europea). 

Non si sentiva a suo agio da nessuna parte. È degno di nota il fatto che, in effetti, avesse pochissime relazioni salde e amichevoli. A proposito, ebbe un infantile innamoramento amicale per Ogarëv, che portò avanti per tutta la vita. Con gli altri aveva lo stesso modello di fare amicizia che, quasi inevitabilmente, sfocia nella delusione, innamorandosi dell’altro: come gli scrisse Ogarëv, che lo aveva studiato bene, nella loro amicizia lui era incline a «attrarre» l’altro. Soltanto in seguito, quando sarebbero passati l’innamoramento e la delusione, quando sarebbe emersa la visione dell’altro senza illusioni, allora, se sarebbe stato fortunato, sarebbe potuta nascere una paritaria e lunga amicizia, ma senza permettere all’altro di avvicinarsi troppo.

Lui stesso stimava più di tutto la semplicità. Proprio l’impossibilità della «semplicità», la sua assenza nei «grandi uomini» dell’Occidente erano per lui non solo uno spartiacque personale, un limite di prossimità, ma anche un insostituibile fondamento della critica morale. «Loro» erano coloro che recitavano una parte, per quanto potessero essere il più sincero modello e il più bello tra i ruoli. «Noi» erano quelli che vivevano e agivano subito, senza guardarsi allo specchio. 

Ed è ancora più strano che lo stesso Herzen in letteratura fosse quasi l’esatto contrario della “semplicità”. Era un romantico, continuamente preoccupato di se stesso, che per quasi tutta la sua vita scrisse la sua autobiografia. A prima vista, è difficile trovare una persona che sia meno distaccata nel guardare se stesso. Tuttavia, nella sua logica, alla fine, essere romantico e distaccato non erano caratteristiche del tutto contraddittorie tra loro. La forza di Herzen sta proprio nella sua sincerità nell’unire queste caratteristiche con perspicacia, prima di tutto, nel rapporto con se stesso. Ciò a un primo approccio è percepito non tanto quanto un difetto, ma come una contraddizione: il desiderio di semplicità con la costante introspezione, la cura di sé continua si trasformano, in secondo luogo, precisamente nella capacità di rivedere le proprie opinioni, sottoporre le proprie convinzioni e azioni a una valutazione critica. La sincerità e l’immediatezza sono ciò che conferiscono un valore e una credibilità insostituibili. In quell’istante, in quel momento, lui sentiva proprio così. Adesso, invece, percepisce e capisce in modo diverso.

Tuttavia, il passato qui rimane immodificabile. Consapevolmente. In pratica la nostra memoria è mobile. Notiamo anche en passant che per Herzen si tratta proprio di ricordi, di come il passato si presenta adesso. Lidija Ginzburg, analizzando il racconto in Passato e Pensieri sugli anni a Vjatka e Vladimir, ha posto l’attenzione sul lavoro di redazione di Herzen sulle proprie lettere e le lettere della moglie. Toglie le lungaggini, sottolinea le espressioni che troppo chiaramente riecheggiano la retorica romantica, lasciando soltanto alcuni segni del tempo. Passato e Pensieri è «un’opera degli anni Cinquanta e Sessanta, nella quale gli anni Trenta e Quaranta sono riflessi retrospettivamente. Il lettore sa che l’Herzen degli anni Trenta è un idealista e un romantico, ciò viene detto al lettore, ma la realtà degli anni Trenta che viene ritratta è passata attraverso la coscienza dell’Herzen maturo <…>» [1].

La Ginzburg, a suo tempo, aveva pensato molto attentamente alla definizione per descrivere la peculiarità della maggior parte dei testi di Herzen, ossia quella di «pubblicistica lirica». In essa si nascondono anche la sua forza e pericolosità, visto che l’autore parla di sé e di ciò in cui crede e di ciò di cui è convinto. Perciò, per lui emerge come fondamentale proprio la sincerità. La credibilità di una relazione, la verità della percezione, quindi, si trasformano in una fiducia nella verità di ciò che è stato detto, ma la sincerità di Herzen riguarda soltanto un rapporto, non tanto la realtà.

Ha un amore artistico per il dettaglio e una capacità gogoliana di esagerarlo. Sono rari nella cultura russa l’abilità e la capacità di essere patetico, senza cadere nella volgarità. In primo luogo è rara la capacità di avere il pathos per la libertà. 

Qui entra in gioco il fondamentale “non essere russo” di Herzen. La sua lotta per la libertà ha poco in comune con la lotta per la libertà degli altri o il desiderio di colmarli di benefici. Lui cerca di essere libero per sé: così come lui lo intende ed è capace di esserlo. Aspira a una libertà aristocratica (e stima quelle nazioni e quegli uomini che sanno essere liberi in questo modo, conservando un’eterna ammirazione nei confronti dell’Italia). 

In altre parole, per lui sono importanti la propria libertà e la libertà di quelli che per lui sono «i suoi»: i suoi amici, la sua cerchia, ossia quella stessa cerchia moscovita. Loro non possono diventare liberi fintantoché esiste la servitù della gleba e perciò essa deve essere abrogata. Anche se, per esempio, agli stessi contadini non è necessaria. Perché Herzen lotta per la sua libertà e proprio questo lo rende completamente atipico nel contesto politico russo degli anni Quaranta e Sessanta, atipico nella singolarità delle proprie motivazioni e interessi, nelle preoccupazioni non per il potere, ma per la libertà, atipico per non volere la ricostruzione del mondo secondo le proprie idee, ma perché vuole avere la possibilità di azione e della creazione di uno spazio per lui.

Quest’aspirazione alla libertà sembra essere motivata individualmente. È un discorso sulla propria libertà che è necessario per avere la possibilità di raggiungere la propria felicità. Il «suo», inteso in senso romantico, sono le autenticità, le conformità: vivere la propria vita, ma non in conformità con le attese, le restrizioni e gli obblighi di qualcun altro. A proposito dell’esistenza di un “io” Herzen ritiene che essa non stia nel rifiutare l’etica del dovere, ma nel fatto che questo dovere sia il tuo. Come nel caso del duello con Gerveg, la rinuncia a esso è pesante per Herzen proprio perché il duello è richiesto dalla sua posizione allo sguardo di coloro che lo circondano. Tuttavia, lui non vede un senso nel duello, per lui l’onore non può essere riacquistato in tal modo, l’uomo vile è punito. La rinuncia al duello nella sua logica è un atto di libertà: non piegarsi ai pregiudizi, costruire una propria etica di persone libere. È vero, dunque, lui ancora non crede che si possa parlare di questi «uomini liberi» in gran numero e farvi appello come a una qualche unità e considerarsi come parte di essi. Con gli anni avverrà la rottura anche con questa illusione, come una fuga dalla vita, Herzen sarà incline a essere d’accordo con l’affermazione di Chateaubriand secondo cui «la felicità può essere trovata solo su percorsi battuti». Qui, a proposito, di nuovo torna caratteristicamente la libertà di Herzen, la capacità di gettare lo sguardo su se stesso e sulla sua vita: un’inclinazione tipicamente russa di identificare la libertà personale, la libertà di vivere con la libertà politica e, in generale, di non oltrepassare il confine tra l’etica, la politica e l’estetica. In realtà, questo è lo stesso ideale romantico d’integrità che diventa così intensamente vissuto, poiché la realtà di un eroe romantico è lo scisma. 

[1] L. Ja. Ginzburg, Byloe i dumy Gerzena, Leningrado, Goslitizdat, 1957, p.68. 

 

FONTE: m.colta.ru, 21/01/2020- di Andrej Teslja, traduzione di Rebecca Gigli 

Rebecca Gigli

Galeotto fu l'incontro con la letteratura russa. Infatti, nel mio caso, la passione per la Russia e la sua cultura sono nate dalla scoperta dei suoi scrittori. È stato naturale, quindi, scegliere di studiare lingue all'università. Anche adesso, dopo aver conseguito la laurea magistrale, continuo a coltivare il mio interesse per il mondo slavo. In particolare, spero di tornare presto a visitare questo paese dalle mille contraddizioni, ma dal fascino ineguagliabile

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