“V Ukraine”, “na Donbasse” e non solo. Andrej Portnov sulle parole che scegliamo

V Ukraine”, “na Donbasse” e non solo. Andrej Portnov sulle parole che scegliamo

 

Le note pubblicate di seguito sono un invito a noi tutti a prestare attenzione, alle decisioni politiche e a noi stessi. E a riflettere sulla scelta delle parole che può a molti sembrare inconscia, non intenzionale e, semplicemente, non importante, sebbene proprio in queste “semplici parole” spesso si celi la chiave per capire la logica e le convinzioni di chi parla.

Inizio dalla forma “v Ukraine” [“in Ucraina”], che negli ultimi anni si è imposta nella lingua ucraina e ha guadagnato un’evidente diffusione in polacco e russo. Nei due ultimi casi questa forma ha scavalcato la tenace “na Ukraine” ed è diventata manifestazione linguistica del riconoscimento della nazione vicina come soggetto, con la sua lingua e la sua cultura. Si dice che chi usa la forma “v Ukraine” riconosca il Paese vicino come Stato, e non semplicemente come territorio.

Nel caso della Russia è evidente che questa forma possa essere letta anche come manifestazione di dissenso nei confronti della politica di Putin sulla questione ucraina. Ma allora questo significa che adesso “na Ukraine” indica in automatico una mancanza di rispetto o semplicemente un dispetto nei confronti del Paese vicino?

 

Il principale argomento addotto da chi deliberatamente difende la variante “na Ukraine” può essere rappresentato tanto dal definirla una norma linguistica che si è mantenuta nella lingua russa, quanto dall’appellarsi alla tradizione della lingua ucraina. Si fa riferimento, per esempio, all’opera poetica di Ševčenko o alle dumi [componimenti lirico-epici, tipici del folklore ucraino, N.d.T.], dove l’espressione “v Ukraine” si trova molto raramente.

A questo si potrebbe obiettare che ogni lingua si sviluppa e cambia, in essa compaiono nuove parole e nuove regole che rispecchiano i cambiamenti della realtà sociale. Ne sono un esempio le varianti femminili di alcuni sostantivi, che ancora non sono del tutto entrate nella lingua russa ma vengono già accettate come norma della nuova ortografia ucraina.

L’elemento più importante però rimane che sia il riconoscimento della novità, sia l’appello a “lasciare tutto com’è” possiedono in questo caso un sottotesto politico inevitabile.

 

A questo proposito è interessante il paragone con il polacco. Come il russo, questa lingua è molto standardizzata: in essa la preposizione “na” viene usata soprattutto con i territori di quella che fu la Confederazione polacco-lituana: “na Ukrainie” (“in Ucraina”), “na Litwie” (“in Lituania”), “na Białorusi” (“in Bielorussia”).

Allo stesso tempo, in polacco si dice anche “na Wegrzęch”, cioè “in Ungheria”, e il fatto che nessuno si senta irritato o offeso da quest’ultima forma è forse legato al fatto che la Polonia non ebbe mai pretese territoriali o di qualsiasi altro tipo sulle terre ungheresi.

Il problema della delimitazione dei propri confini con l’Ucraina e del riconoscimento del diritto d’indipendenza di quest’ultima ha invece un’importanza storica fondamentale per lo sviluppo dell’autocoscienza polacca, così come per quella russa. La differenza sta nel fatto che nel secondo caso questo problema rimane ancora oggi molto più doloroso e attuale.

 

È evidente che questo si rifletta anche nel problema dell’accento della stessa parola “ukraìnskij” [“ucraino”]. Una parola che, in effetti, è recentemente diventata un etnonimo universalmente riconosciuto, avendo la meglio su varianti come “malorossijskij”, “malorusskij” [“piccolo russo”], “južnorusskij” [“russo del sud”], “rusinskij” [russino].

Nella parlata russa è spesso possibile sentire “ukràinskij”, con l’accento sulla seconda sillaba invece che sulla terza, il che rende la parola simile per suono a “okràinnij” [“periferico”].

Suppongo che per molti una tale accentazione non abbia in sé un peso ideologico. Allo stesso tempo, mi è capitato una volta di incontrare un professore di storia (molto attento al linguaggio che utilizzava) che in pubblico usava l’accento “ukraìnskij”, mentre nelle conversazioni private utilizzava con coerenza “ukràinskij”.

Sto evocando questo ricordo per delineare l’oggetto della mia indagine: l’analisi comparata dei discorsi pronunciati da Putin in tutti i suoi anni di governo, condotta focalizzando l’attenzione sulla scelta dell’accento dell’aggettivo che designa l’etnicità del popolo vicino. Questo dettaglio linguistico non si rivela forse un indizio delle oscillazioni delle relazioni con il governo di Kiev e la sua politica?

 

Un esempio che trovo ancora più stupefacente è la trasformazione della parola “banderovcy” in “benderovcy” [prima, membri dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini guidata da Stepan Bandera; oggi indica in generale membri di varie organizzazioni ucraine di estrema destra, N.d.T.]. Non è nuova la diffusione nella lingua russa di questi nomi per indicare alcune tendenze (valutate univocamente in modo negativo) del movimento ucraino: prima dei “banderovcy” c’erano i “petljurovcy” [sostenitori di Symon Petljura, politico e militare a capo della battaglia per l’indipendenza dell’Ucraina nel 1917, N.d.T.], e ancora prima i “mazepincy” [attivisti del movimento nazionale ucraino, N.d.T.].

Ma nella parola derivata dal nome del terrorista politico e leader dell’ala radicale dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, da dove spunta la lettera “e” (che, oltretutto, è possibile trovare anche nei discorsi di Putin)? Ha un suono più comico? Più antiquato? Più sprezzante?

 

Arriviamo ora alla parte più dolorosa e difficile: la designazione di ciò che è accaduto tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera 2014 in Crimea. Dietro a ogni denominazione di questi fatti possono esserci diversi punti di vista: quello del diritto internazionale (anch’esso, oltretutto, interpretabile in vari modi); quello della “storia” (che può non coincidere con il preciso momento cronologico arbitrariamente prescelto all’interno del millenario caleidoscopio di etnie, religioni e vincoli di lealtà della Crimea); quello del diritto dei “popoli indigeni” all’autodeterminazione; quello della “difesa dei compatrioti”, del “ritorno nel porto d’origine” e del “rialzarsi in piedi”.

Una descrizione completamente neutrale non esiste. Cosa che, ovviamente, non significa che tutte le varianti elencate (e anche quelle non citate) abbiano lo stesso significato.

È interessante che nella università tedesche molti professori preferiscano evitare la parola “annessione” perché, dicono, “inutilmente politicizzata”. Non si può nemmeno iniziare a parlare di “riunificazione”, in realtà.

Molti potrebbero tuttavia discutere di “secessione”, ponendo l’attenzione sul fatto che elemento cruciale fu proprio la libera volontà della maggioranza della popolazione della penisola di separarsi dall’Ucraina, e che il diretto intervento militare ebbe solo un ruolo di secondo piano.

Ricordo lo stupore con cui uno dei miei studenti tedeschi a lezione andava mostrando ai colleghi un numero di “Gazeta Wyborcza”, rivista polacca di stampo liberale, in cui era scritta a grandi lettere la parola “ANSCHLUSS”. Per molti studenti tedeschi l’analogia storica proposta dalla rivista e la parola scelta per tale analogia presentavano un uso fuori luogo di una certa terminologia che doveva rimanere prerogativa del passato nazista.

Curioso che “Anschluss” non abbia preso piede nel contesto ucraino. In compenso, si è diffuso ovunque “persone educate” [o “omini verdi”: soldati che all’epoca in Crimea indossavano uniformi verdi senza alcun segno che indicasse l’appartenenza a uno specifico corpo militare e che sul versante russo furono elogiati per il loro comportamento pacifico, N.d.T.] – un’autodenominazione con connotazione positiva che in modo stupefacente si è diffusa “alla grande” persino tra i critici della politica della Federazione Russa.

 

Molto più sereno si è rivelato il destino di un’altra autodenominazione: “miliziani”. Proprio la comparsa di questa parola in un discorso letto da un pezzetto di carta dal futuro presidente Zelenskij durante gli epici “dibattiti allo stadio” è diventata uno dei principali temi rivelatori per Porošenko e i suoi sostenitori.

Il rischio di generare problemi che è insito in una tale reazione può e deve essere compreso. Il tema del Donbass non è solo difficile, ma macchiato di sangue, e lo stesso arsenale retorico insito nel dare denominazioni politico-mediatiche l’uno alla parte dell’altro indica che una soluzione rapida e indolore del conflitto e la cessazione della guerra non sono nulla più che illusione.

 

In una tale situazione non c’è e non può esserci una ricetta semplice. Questa o quella forma linguistica agiscono come un modo per riconoscere “i propri” e come manifestazione della tensione conformista, che caratterizza molte persone, ad appartenere alla maggioranza.

L’uso quotidiano delle parole solitamente non è preceduto da una profonda riflessione. Per definizione esso consiste nell’utilizzare senza riflettere questi o altri accenti e parole. E tuttavia sugli esempi appena descritti varrebbe proprio la pena di riflettere. O almeno scegliere le parole in ragione dei diritti dell’uomo, e non semplicemente riprodurre i discorsi dominanti.

 

L’autore è professore di Storia dell’Ucraina presso l’Università Europea Viadrina (Francoforte sull’Oder).

 

FONTE: colta.ru , 31/01/2020 – di Andrej Portnov, traduzione di Olga Maerna

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