Recensione “Una mappa per Kaliningrad” di Valentina Parisi

Una mappa per Kaliningrad narra di un viaggio nella città bifronte, alla ricerca della sua storia e di una porta rimasta aperta per troppo tempo.

In Una mappa per Kaliningrad – la città bifronte, edito nel 2019 da Exòrma, Valentina Parisi racconta del suo viaggio a Kaliningrad, alla scoperta della città in cui, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, il nonno fu prigioniero nello Stalag 1A di Stablack, il lager più settentrionale del Reich.

Copertina di "Una mappa per Kaliningrad"
Una mappa per Kaliningrad – La città bifronte, Exòrma edizioni, 2019

Il romanzo inizia con un flashback sui Natali in famiglia, momenti in cui il nonno dell’autrice  era solito tornare con la mente a Kaliningrad, ricordando le festività in tempo di guerra. La Parisi bambina si chiede perché il nonno si costringa a quel viaggio immaginario ogni anno tanto che, una volta adulta, decide di compiere lei stessa quegli itinerari e di riportare a casa il nonno una volta per tutte.

Al viaggio vissuto attraverso le parole di suo nonno si aggiunge, così, quello di scoperta; d’altronde, Valentina Parisi è una slavista e non può che essere attratta da un luogo così stranamente legato alla Russia. Geograficamente lontana, dove si trova culturalmente Kaliningrad, con esattezza?

Per dare una risposta alle sue domande, l’autrice utilizza una vecchia mappa tedesca – regalo dell’enigmatico “Elle” – come guida per esplorare la città. Decide, inoltre, di iniziare questo viaggio in un giorno speciale: vuole essere a Kaliningrad per il 9 maggio, il Giorno della Vittoria, una delle ricorrenze più sentite dai russi di qualsiasi città, che segna anche la fine ufficiale della prigionia del nonno.

Il tema della memoria è costantemente presente in Una mappa per Kaliningrad: l’autrice, narrando in prima persona con salti temporali sapientemente orchestrati, mette ordine tra le memorie del nonno e tra quelle di Königsberg (il nome tedesco della città).

Riprendendo il filo dei ricordi del suo avo, Parisi getta luce su una pagina della resistenza italiana spesso dimenticata: quella disarmata degli IMI (Internati Militari Italiani), i soldati italiani arrestati dopo l’annuncio dell’Armistizio di Cassino l’8 settembre 1943.

Questi uomini, che da un giorno all’altro non sanno più per chi e per cosa combattono, fanno una scelta ben precisa: piuttosto che entrare nelle SS o nelle file dei soldati della Repubblica di Salò, il lager. Resistono al regime nazifascista senza le armi e senza i mezzi dei partigiani, ma con il loro immenso ed eroico rifiuto di tornare a casa.

Anche dopo la fine della guerra, tornare non sarà facile: le ferrovie sono interrotte, la povertà e la distruzione sono ovunque. Eppure alla fine il nonno riesce a tornare a casa, ritrovando la moglie – la sua Teresina – ad aspettarlo. Nella sua testa, però, la porta dello Stalag è rimasta sempre aperta; toccherà alla nipote richiuderla.

Quell’antica mappa di Königsberg porta l’autrice sulle orme di un’ulteriore storia di sofferenza: quella dei tedeschi che vi abitavano e che, da un giorno all’altro, dovettero abbandonare le loro case ed essere deportati altrove per fare spazio ai nuovi abitanti stranieri della russa Kaliningrad.

Dipinto di Konigsberg
Königsberg dipinta dal pittore Ludwig Hermann

Le case, i musei ed il cimitero, dove è sepolto Immanuel Kant, ad un tratto cambiano nazione e diventano russi, si stringono per fare posto alle “Case della Cultura” o ad altri edifici sovietici, rimanendo presenti solo in forma di cimeli che fanno da sfondo nelle fotografie di matrimonio dei nuovi abitanti.

Parisi documenta con numerose fotografie e ritratti dei personaggi questo mondo tipicamente russo, fatto di nonnine con grandi borse che si spostano in maršrutka – il taxi collettivo – da un paesino all’altro.

Riannodando i fili della memoria di persone, luoghi ed edifici apparentemente distanti tra loro, Parisi ci guida alla scoperta di una storia nella storia che viene spesso dimenticata, a favore di storie più grandi. Una mappa per Kaliningrad è un libro che, chiudendo finalmente la porta dello Stalag per un nonno, apre al lettore porte sulla storia europea e aspetti della Seconda Guerra Mondiale non sempre adeguatamente approfonditi.

 

Ora del campo di Stablack non resta traccia. Il lager fu evacuato il 25 gennaio 1945 al sopraggiungere
delle truppe russe. Nel 1947 nelle sue baracche venne rinchiusa la popolazione locale tedesca in attesa
di essere deportata.

Recensione a cura di Alice Amati


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