La riforma costituzionale è davvero servita soltanto a far governare Putin fino al 2036?

La riforma costituzionale è davvero servita soltanto a far governare Putin fino al 2036? “Meduza” lo ha chiesto ad alcuni politologi

I precedenti mandati presidenziali di Vladimir Putin possono essere azzerati. Le modifiche relative al disegno di legge sugli emendamenti alla Costituzione sono state approvate dalla Duma di Stato. Adesso, se il disegno di legge supererà il lungo iter di adozione, Putin potrà partecipare alle elezioni presidenziali del 2024, essere rieletto dopo sei anni e probabilmente rimanere al potere fino al 2036. “Meduza” ha chiesto ad alcuni esperti se questo sviluppo degli eventi sia stato premeditato da Putin e, se sì, perché allora si sia inventato un meccanismo così complesso per mantenere il potere.

Abbas Galljamov

Politologo, consulente politico

Il rumore dei media, i numerosi emendamenti ambigui sulla famiglia, su Dio ecc., le visite nelle regioni dove ogni volta qualcuno chiede a Putin di governare a vita e i tranelli mediatici legati alle modifiche alla Costituzione sono serviti a soddisfare la richiesta di cambiamento da parte dei cittadini e a dimostrare che la loro opinione conta quanto quella di chi consiglia il presidente. È così che funziona il gioco alle riforme. Affermate che attraversiamo un periodo di stagnazione? No, nessuna stagnazione, eccovi le riforme. Affermate che non siamo una democrazia? No, sulle questioni centrali ci consultiamo con la popolazione. È un gioco con l’opinione pubblica. Del resto, lui non può semplicemente prendere e dire: “rimango ancora io a governare”. Sarebbe un gesto troppo rozzo, Putin ama giocare finemente, sebbene non gli riesca perché esce fuori la sua vera natura che stride con quella scorza verbale che si è costruito.

Non sono sicuro che lui abbia deciso in modo univoco di restare al potere. Penso si sia inventato il pretesto della Corte costituzionale per sospendere la situazione, affinché nessuno dei suoi alleati lo accantonasse, affinché restasse fino all’ultimo la minaccia della sua permanenza al potere e tutti fossero leali a lui in persona, non a un qualsiasi successore. Anche questo fa parte del gioco. Nel caso di Putin, che si dedica principalmente alla disinformazione, non si può essere sicuri di niente. Allo stesso tempo lascia aperti tutti gli scenari possibili, approva tutto, prende le decisioni all’ultimo momento per creare sconcerto e incomprensione.

Questo è la sua strategia, una volta riscuoteva successo ma adesso ha smesso di funzionare. Prima era il presidente della speranza e la società riponeva in lui la fiducia per un miglioramento della situazione. A quel tempo tutte le ambiguità venivano interpretate a suo favore. Adesso perfino per i suoi alleati non è più il presidente della speranza, ma il presidente della paura di un probabile peggioramento. In questa situazione tutte le ambiguità non vanno più a suo favore, ma al contrario. Tutti pensano: “Ma si rende conto di ciò che sta facendo? Non sarà impazzito?”. Queste interpretazioni iniziano a essere quelle dominanti. Ma lui è sicuro della sua strategia perché è distaccato dalla realtà e pensa erroneamente che questa indeterminatezza gli frutterà.

Ekaterina Šul’man

Politologa, professoressa dell’Istituto di Scienze Sociali RANEPA

Non c’è stato alcun piano architettato, stiamo assistendo a un flusso di improvvisazione di diversi attori. C’è la tendenza di ridurre al minimo i rischi da parte di un sistema politico invecchiato. Ma questa tendenza dà origine a nuovi rischi: si rattoppa da una parte, si strappa da un’altra. Hanno tirato fuori il voto nazionale ma si è scoperto che nessuno vuole andare a votare. Hanno tirato fuori nuovi emendamenti ma si è scoperto che vanno contro una parte degli elettori. Hanno detto che c’è bisogno di ricambio al potere ma evidentemente sono insorte delle agitazioni. Insomma c’è bisogno di dare l’impressione di una stabilità.

Ciò che è successo oggi (10 marzo, n.d.t.) nella Duma di Stato somiglia a una legislazione dei deputati del partito Russia Unita perché le elezioni anticipate sono nel loro interesse. Tutti adesso si stanno concentrando sull’azzeramento dei mandati, ma per tutta la mattinata la leadership di Russia Unita ha ribadito quanto sarebbe giusto e opportuno fare quest’anno le elezioni per il Parlamento. Si stanno preparando a questo, hanno programmato le primarie per maggio. Hanno deciso di mettere l’amministrazione presidenziale di fronte al fatto e di fare, invece, per Putin un bell’emendamento sull’azzeramento dei mandati. Ma a questo punto il presidente è arrivato e ha detto che ciò non avverrà. Anche lui ha respinto subito l’annullamento dell’accumulo dei mandati affermando che gli emendamenti verranno approvati in un futuro lontano e per questo io non direi che la decisione della Corte costituzionale potesse essere predetta. E soprattutto l’esistenza del diritto alla candidatura non implica l’obbligo di farlo.

Per un paese non democratico i periodi di transizione sono sempre carichi di tensione. Loro non sanno come affrontarli e si inventano di tutto. Hanno bisogno di preservare una certa indeterminatezza ma non troppo forte per far sì che le élite politiche non si calpestino a vicenda nella loro agitazione. Oggi sono stati repressi i discorsi secondo i quali gli emendamenti costituzionali siano il testamento politico del presidente. La frase principale del discorso di oggi di Putin è stata la seguente: lavoriamo bene fino al 2024, poi si vedrà.

Il rovescio della medaglia di ciò che sta succedendo è che è molto più facile mobilitare l’elettore contro l’annullamento dei mandati che contro tutto ciò che prevedono questi emendamenti. Ciò rappresenta un potenziale rischio. Ci accorgiamo che la tendenza a ridurre i rischi al minimo sta dando origine a nuovi rischi e questa è la maledizione dell’autocrazia.

Gleb Pavlovskij

Consulente politico

È un errore pensare che gli emendamenti in merito alla famiglia, ai figli e a Dio siano introdotti soltanto in nome del rinnovo dei poteri di Putin. Ciò poteva essere fatto in mille altri metodi. In questo caso si tratta della sostituzione di uno stato con un altro (dello stato alfa con lo stato beta). Per lo stato alfa la questione del ritiro di Putin dalla carica è un affare importante mentre per lo stato beta non ha importanza. In quest’ultimo stato Putin si trova all’interno di tutta una rete di istituzioni che si intrecciano l’una con l’altra: il Consiglio di Stato, l’amministrazione, il governo. In questo stato Putin non se ne andrà mai.

Tuttavia questo non significa che oggi Putin abbia detto che parteciperà alle elezioni del 2024. No, questo non l’ha detto. Lui ha appositamente creato un’ennesima situazione di ambiguità perché questo è il suo criterio. Per un qualche motivo lui pensa che questo sia il criterio ideale per governane: mantenere in uno stato confusionario non tanto la popolazione quanto la classe dirigente, l’establishment, l’élite politica. Ma nel 2024 potrebbe anche rinunciare alle elezioni. Lui vede la cosa da un’altra prospettiva: da qui al 2024 accadranno così tanti eventi cruciali che saranno alcuni di questi a suggerirgli la tattica giusta. Già da venti anni si comporta in questo modo, perché mai pensate che debba cambiare proprio adesso la sua metodologia? Non l’ha cambiata. Se oggi pensate di aver ottenuto anche soltanto un’idea delle sue intenzioni, vi state sbagliando.

Certamente il tutto era stato pianificato, ma forse non nel modo in cui è avvenuto. Ciò che è accaduto è stato frutto di improvvisazione; una parte era stata preparata con gli organi del partito, un’altra era stata tenuta nascosta. Lui da solo ha provocato una valanga, ma né lui né gli organi sono stati in grado di fermarla. Perciò ha seguito la corrente e si è fatto consigliare dai lobbisti. Non credo che avesse già tutto in mente, più probabilmente è scaturito da una sorta di brainstorming.

Aleksandr Baunov

Politologo, caporedattore di Carnegie.ru

È a noi che ci sembra che Putin abbia semplicemente prolungato il suo mandato. Ai nostri occhi ci sembra un prolungamento del suo mandato perché sappiamo che vincerà tutte le prossime elezioni e non può essere altrimenti. Ma a Putin sembra di aver agito in modo molto sottile e astuto, di aver non soltanto prolungato il mandato, ma anche di essersi creato l’opportunità di partecipare alle nuove elezioni. A lui potrebbe sembrare una mossa abbastanza sottile, anche se la notizia lascia indifferente quella parte di società a favore di Putin mentre ai più critici appare un gesto rozzo.

Il semplice prolungamento è per lui un’azione sgraziata. Evidentemente lui o la sua cerchia credono che così sia troppo semplice e soprattutto che possa far crollare il sistema. Se puoi ottenere in modo così semplice il prolungamento del mandato significa che anche il prossimo presidente potrebbe farlo allo stesso modo; e in generale d’ora in poi tutti i presidenti potrebbero indire un referendum e chiedere di farlo. Ma così ha fatto un’eccezione solo per se stesso, impedendo a tutti i suoi successori di utilizzare una simile opzione. Ma si capisce che in questo modo nessuno ci garantisce che anche i successori non facciano questo genere di eccezioni per loro.

Non è detto che l’elettore medio accolga con entusiasmo il prolungamento diretto. Per questo a Putin servono tutti gli altri emendamenti cosicché la gente vada a votare per un disegno non molto chiaro. Putin vuole appesantire tutto questo disegno con un sacco di emendamenti – dal carattere socialista, patriottico e perfino liberale – al fine di poter ricandidarsi.

Mi sembra che fin dall’inizio Putin andasse in questa direzione ma avesse fatto una sorta di selezione dei progetti. Penso che queste varianti comprendessero il suo team o almeno i suoi esecutori e che Putin abbia pensato sia al Consiglio di Stato che alla carica di premier. Ma lui ha avuto un’esperienza sgradevole di “tandemocrazia” all’interno della quale l’élite si è spaccata. Nella mente del Cremlino le proteste di Mosca del 2011-2012 non furono una conseguenza del ritorno di Putin, ma del fatto che le élite si erano spaccate: alcuni volevano che restasse Medvedev, altri che tornasse Putin e tutto ciò aveva destabilizzato il paese. E qualsiasi carica Putin avesse ricoperto, si sarebbe allentata una maglia nella catena del potere attorno al quale si sarebbe formato un nuovo partito. Ecco, loro di questo avevano paura e hanno deciso di evitarlo.

Michail Vinogradov

Presidente del fondo “Peterburgskaja politika”

L’aspetto più intrigante è capire se si tratta di un unico piano astuto oppure di uno dei piani astuti che si alternano a vicenda. Ma c’è stata una serie di momenti che smentisce l’ipotesi secondo la quale Putin abbia pianificato tutto fin dall’inizio: a partire dalle dimissioni di Medvedev che non erano necessarie per questo scenario fino alla diffusione – con la partecipazione del potere – della tesi sul testamento politico del presidente. C’è una sorta di dinamica. Abbiamo visto, per esempio, che all’inizio Putin ha proposto un indebolimento del potere presidenziale, poi siamo tornati all’idea del presidente “forte”. Evidentemente, come nel 2011 non era scontato il ritorno di Putin alla carica presidenziale, così adesso questa era una delle possibilità.

Un’intera serie di eventi non combacia con l’ipotesi della pianificazione. Ad esempio il Centro di ricerca sull’Opinione Pubblica ha smesso di pubblicare i sondaggi elettorali settimanali su Putin considerando che in ogni caso non sarebbe stato rieleggibile. Nel periodo di tempo fra gennaio e marzo non c’è stata alcuna potente campagna di promozione di Putin come leader nazionale. Ma i sondaggi dimostrano che la maggioranza degli intervistati percepisce gli emendamenti alla Costituzione come uno strumento di Putin per continuare a governare.

La questione su cui si discute è se la drammaturgia dell’azzeramento abbia o meno successo, dato che sorgerà il rischio di una polarizzazione della società. Questo rischio è simile a quello sorto nel 2011 quando il ritorno di Putin per una parte degli elettori è apparso come una decisione presa alle loro spalle.

Tat’jana Stanovaja

Direttrice della società di analisi R.Politik. Reality of Russian Politics

Penso che Putin all’inizio avesse in mente questo piano ma non lo abbia detto a nessuno, neanche al capo della sua amministrazione. Nell’insieme la riforma costituzionale annunciata da Putin a gennaio ha dato l’impressione di qualcosa di non detto, l’impressione che dietro ci fosse qualcos’altro. Sembra strano che Putin abbia fatto così tanti gesti conciliatori. Si è creata una sensazione di smobilitazione, si è fatta strada l’idea che Putin se ne sarebbe andato, che ci sarebbe stato un successore, che sarebbe avvenuto un ricambio.

Il “non-dire” è una sorta di forma di corruzione che avviene quando Putin fa una serie di azioni che la gente si aspetta da lui ma non dice cosa gli serve in cambio. Però adesso lo abbiamo capito.

Aggiornare la Costituzione era il modo per realizzare il suo sogno di entrare nella storia con la Costituzione putiniana e non eltsiana. È una questione di ambizione che non è collegata direttamente all’intenzione di ricandidarsi nel 2024. Ma lui sente anche di essersi guadagnato il diritto di essere nuovamente rieletto dopo tutto ciò che ha fatto per il paese.

FONTE: meduza.io, 10 Marzo 2020, di Irina Kravcova – Traduzione di Beatrice Pallai

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