Recensione di “C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina”, di L. Petruševskaja

C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina è una raccolta di racconti della scrittrice russa Ljudmila Petruševskaja.

Non è inconsueto interrogarsi sul perché si scelga un libro piuttosto che un altro fra le tante proposte negli scaffali delle librerie o delle vetrine virtuali. Sorvolando la predilezione soggettiva verso un autore o una buona recensione che intriga suscitando curiosità, esteticamente parlando può giocare un ruolo non trascurabile l’impatto visivo e rappresentativo della copertina. Mai come in questo caso fu consona la frase: “non giudicare un libro dalla copertina”.

Una multicromatica esplosione di colori catalizza immediatamente l’attenzione verso il libro della Petruševskaja dove una dolce matrjoška dalle forme sinuose e di generose dimensioni, dalle gote rosee e le labbra a forma di cuore, tinta di un blu simbolo di calma e armonia, si staglia su uno sfondo rosso vibrante che la proietta quasi fra le braccia del lettore.

Copertina di "C'era una volta una donna" di L. Petrusevskaja
C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, Einaudi, 2016. Traduzione e postfazione di Mario Caramitti.

Improvvisamente la percezione di allegria e leggerezza viene bruscamente smorzata dal titolo. L’incipit “C’era una volta…” suggerisce l’impronta letteraria della narrazione, ossia una forma di racconto favolistico intriso di richiami sovrannaturali. Il prosieguo del titolo tinge di noir il tutto, condendolo sapientemente con sfumature leggendarie, le quali affiorano lentamente dalla profonda tradizione russa.

Si apre in questo modo un ventaglio di racconti affascinanti, magnetici, narrati attraverso un linguaggio semplice e lineare, quasi elementare, scevro di arzigogoli stilistici, primo artefice nell’instaurare un canale comunicativo diretto con il lettore. La prima impressione che si percepisce nella lettura è quella di stare, come una volta, seduti in cerchio ad ascoltare le leggende tramandate oralmente.

Per quanto riguarda i temi trattati, riportano alla memoria le prime letture da brivido sbirciate da bambini sotto il lenzuolo, con occhi sgranati dal terrore, alla luce di una torcia traballante per il tremolio incontenibile delle mani.

In una Russia ostile, intrisa di un grigiore soffocante, si susseguono storie fantastiche, misteriose, apocalittiche, nelle quali è sempre serbata una morale o una sorta d’insegnamento donato come merito a coloro che sapranno ascoltare. Il mondo reale sovente si incontra con quello dell’aldilà, lasciando trapelare solenni messaggi a monito o in aiuto dei vivi, la cui malvagità cieca colpisce in modo non meno aberrante rispetto alle creature diaboliche popolanti la dimensione parallela.

Epidemie mettono in ginocchio città intere dando sfogo agli istinti più bassi dell’essere umano, i cui rappresentanti non hanno più rispetto dei valori fondamentali.

Il mondo della Petruševskaja è grigio, freddo, inospitale; l’unica nota di umanità proviene dalla remota dimensione di coloro che umani non sono più ma, legati ancora al passato recente da un vincolo di nostalgia e compassione, si prodigano nel trasmettere ai loro cari o a chi è in difficoltà una chiave di lettura della realtà arricchita della saggezza acquisita attraverso il distacco dalla viltà e dalla corruzione del mondo terreno.

Ljudmila Petrusevskaja
L’autrice, Ljudmila Stefanovna Petruševskaja

Tutta l’originalità, la bizzarria e l’eccentricità della Petruševskaja traspaiono vividamente in questo testo confermandone il tardivo, ma ampiamente meritato, successo.

E poi un giorno, dopo lunghe e tormentate riflessioni, Lina si staccò dai gradini di casa, ad ampi passi balzò fino alla riva del fiume e, disgiunte le mani di due persone, si inserì nel girotondo della danza e prese a volare in circolo. Si rendeva conto che lì c’era senza dubbio qualcosa che non andava, e non voleva più che la raggiungessero la madre e il figlio. Lì non voleva incontrare nemmeno il reggimento di soldati, sperava di non incontrare più nessuno che conosceva o comunque di non riconoscerlo, di non distinguerlo più in quella sequela di volti giovani, pallidi, acquietati che, come lei, si libravano leggeri. Sperava di non incontrare più nessuno in quel regno dei morti, e di non sapere più per chi e cosa ci si tormenta di qua, nel regno dei vivi.

Recensione a cura di Stefania Angius


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Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.

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