Puškin in quarantena

Bloccati in quarantena, viviamo insieme a Puškin il suo autunno a Boldino, seguendolo attraverso 18 lettere da lui spedite in quei tre mesi.

“In tempo di crisi, spalanchiamo la finestra del possibile” — esortano in tutto il mondo gli speaker motivazionali.

“Ogni quarantena può rivelarsi l’autunno di Boldino” — si dice invece in Russia.

Ed è proprio vero — un breve viaggio di necessità nella tenuta di Niznij Novgorod nell’autunno 1830 si trasformò per Puškin in un “viaggio creativo” di tre mesi, dal 5 settembre al 9 dicembre 1830, il periodo in cui fu completato l’ “Onegin”, le “Piccole Tragedie,” e opere innovativi (per lo stesso Puškin e per tutta la letteratura russa) come “Le novelle del compiano Ivan Petrovič Belkin” e il poema “Una Casetta a Kolomna”, per non parlare di alcune decine di poesie liriche. Passò così alla storia come il volo più alto del genio, allora nel fiore delle forze.

Ma in questo periodo Puškin scrisse anche 18 lettere. Perlomeno, 18 sono le lettere arrivate a noi, indirizzate a diversi corrispondenti — prima di tutto, ovviamente, alla fidanzata mademoiselle Gončarova, l’allora diciottenne Nataša.

Ma ce ne sono anche di rivolte agli amici e ai colleghi, nelle quali egli mantiene un registro, per dirla francamente, informale. Abbiamo dunque adesso a nostra disposizione una sorta di “Instagram” attraverso il quale possiamo ricostruire cosa esattamente abbia fatto Puškin nel suo autunno a Boldino.

“Seguire i pensieri dei grandi uomini è la scienza più affascinante” — scrisse lo stesso Puškin. Seduti in quarantena, anche noi ci daremo a questa scienza: una lettera al giorno, in 18 giorni.

È difficile, certo, immaginare che per qualcuno di noi il “lavoro in remoto”, sul quale hanno ripiegato tutte le istituzioni, e la cancellazione di tutti gli eventi di massa possa trasformarsi nella nostra “Tormenta”, o nel nostro “Banchetto in tempo di peste”. Ma del resto, perché non sognare?

La tenuta della famiglia di Puškin a Boldino

Prima lettera

(A N. N. Gončarova, 9 Settembre 1830, da Boldino a Mosca)

Mia cara, mia amata Natalja Nikolaevna, sono ai vostri piedi, per ringraziarvi e chiedervi perdono per la vostra preoccupazione.

La vostra adorabile lettera mi ha completamente rasserenato. Il mio soggiorno qui potrebbe prolungarsi a causa di una circostanza assolutamente imprevista. Credevo che la terra lasciatami da mio padre consistesse di una tenuta indipendente, ma si scopre invece che è parte di un villaggio di 500 anime, e che sarà necessario provvedere alla divisione. Cercherò di sistemare la faccenda il prima possibile. Ancor di più temo le quarantene che stanno cominciando a stabilire qui. Qui da noi in zona c’è il Cholera morbus (una signorina veramente deliziosa). E costei potrebbe trattenermi  qui ancora venti giorni. Ecco quante ragioni ho per sbrigarmi! I miei più affettuosi saluti a Natalja Ivanovna, le bacio umilmente e teneramente la mano. Proprio adesso scriverò ad Afanasij Ivanovič. Egli, vogliate scusarmi, può far perdere la pazienza. Ringraziate molto mademoiselle Catherine e Alexandrine per il loro cortese pensiero; ancora una volta prego che mi perdoniate e crediate che sono felice soltanto quando insieme a voi.

9 Settembre. Boldino*

La prima lettera di Puškin da Boldino, dunque, sebbene si dedichi ad alcuni inaspettati intralci burocratici che sono venuti a gravarlo (parte del patrimonio immobiliare assegnato dal padre al figlio maggiore per sposarsi, risulta, deve ancora essere demarcato e delimitato), accenni direttamente alle difficoltà nelle sue relazioni con il nuovo parente (Puškin fu costretto a disturbare von Benckendorff per la questione del nonno della sposa, il settantenne A. N. Gončarov) e al pericolo di ritrovarsi in quarantena (che poi si è effettivamente realizzato), irradia una gioia che solo Puškin poteva restituire in parole, su carta.

Poco prima, il 31 Agosto era partito da Mosca per la tenuta di Nižnij Novgorod con l’animo appesantito. Il suo matrimonio, che era stato annunciato pubblicamente il 6 Maggio (dopo quasi un anno di proposte), veniva ancora una volta rinviato. Questa volta perché, a causa della morte di Vasilij L’vovič Puškin il 20 di agosto, il nipote non poteva sposarsi durante il periodo di lutto familiare, il che sarebbe stato “equivoco”. Per lui stesso, probabilmente, sarebbe  stato spiacevole — amava sinceramente lo sbadato zio, sebbene in preda alla rabbia scrisse, subito dopo la sua morte “bisogna riconoscerlo, mai un solo zio è morto in circostanze tanto inappropriate”. Così Puškin decise di approfittare di quell’ostacolo imprevisto per, come si diceva allora, “sistemare la situazione familiare”, ovvero entrare nei diritti di proprietà.

Di fatto, al momento della partenza, non era certo che la proprietà gli sarebbe servita allo scopo inizialmente previsto: subito prima di partire la futura suocera gli aveva preparato per l’ennesima volta “la scena più ridicola, che ci si può soltanto immaginare da sé. Mi disse certe cose, che io per onore non potevo tollerare”, come scrisse alla sua intima amica, la principessa Vera Vjazemskaja. Quindi “non so se il mio matrimonio è stato sconvolto, ma per questo c’è un motivo e ho tenuto la porta spalancata”.

A conferma di queste parole Puškin alla fine di agosto scrisse una lettera a Natalja:

Parto per Nižnij non sapendo che cosa mi riservi il futuro. Se la vostra mammina ha deciso di annullare il nostro fidanzamento, e voi avete deciso di obbedirle, sottoscriverò tutti i pretesti ch’ella voglia organizzare seppure essi siano tanto solidi quanto la scena che mi ha preparato ieri, e come gli insulti di cui le piace ricoprirmi.

Può darsi che lei abbia ragione, e che fossi io ad avere torto ad aver creduto per un momento che si preparava per me la felicità. Ad ogni modo, voi siete assolutamente libera; quanto a me, vi do la mia sincera parola che io apparterrò sempre a voi, oppure non mi sposerò mai.

Ci si può ben immaginare con quali sentimenti il trentunenne Aleksandr si recò alla tenuta dove intendeva sistemarsi. Per cosa? Per chi? Non c’è da meravigliarsi che non l’abbiano spaventato le voci sul colera, per le quali già ci si accingeva a chiudere prematuramente la tradizionale e importantissima fiera di Makar’evo, e su una possibile quarantena. Che differenza fa ormai… un anno dopo, nell’articolo “Sul colera”, Puškin scriveva queste righe vivissime:

Sulla strada mi imbattei nella fiera di Makar’evo, smantellata per il colera. Povera fiera! Correva, come una ladra colta in trappola, disperdendo in giro la metà dei suoi beni, prima ancor di cominciare a contare i profitti.

Ritornare mi pareva da codardo, e quindi andai avanti; io andai avanti come, si può dire, accade a chi si dirige a un duello: con irritazione e una grande riluttanza.

Ed ecco, finalmente, la prima lettera della fidanzata! Pur scritta sotto il controllo della mamma, mostrò chiaramente una cosa, al poeta che sa leggere tra le righe: tutto era in vigore! Seppur non per un amore ardente, ancora lo si attende e si conta su di lui.

Cominciò in questo modo l’autunno di Boldino.

* Testi riprodotti dalla pubblicazione: A. S. Pushkin. Opere raccolte in 10 volumi. M.: GIHL, 1959-1962.

FONTE: godliteratury.ru, 17/04/2020 – di Michail Vizel’, traduzione di Flavia Di Mauro