Recensione de “La chiocciola sul pendio”, di Arkadij e Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio è un romanzo di grande complessità, che è consigliabile sviscerare accuratamente per trarre massimo giovamento dalla sua lettura.

Un uomo se ne sta seduto sull’orlo di un precipizio, con i piedi che penzolano nel vuoto. Guarda un’estesa, un’interminabile foresta davanti a lui. Non sa cosa si celi sotto la fitta coltre vegetale, ma lo vuole sapere a tutti i costi. Egli incarna, a tutti gli effetti, il tratto umano della curiosità, della sete di conoscenza. L’ignoto è spaventoso, certo, ma vivere senza colmare i propri dubbi, non lo è forse di più?

La chiocciola sul pendio inizia con due epigrafi, che faremmo bene a tenere a mente, prima di inoltrarci nella lettura: una parla di un “burrone silvano”, ed è tratta da Pasternak; l’altra nomina una chiocciola sul pendio del monte Fuji, da un haiku (componimento poetico tipico della letteratura giapponese) di Kobayashi Issa.

Il romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, la cui complessa gestazione inizia nel 1967, è un esempio di letteratura russa di ottima qualità relativamente sconosciuta in Italia. Dovremmo ringraziare, quindi, i tipi di Carbonio editore per averlo riportato tra gli scaffali lo scorso anno (in un’edizione cartacea davvero piacevole, tra l’altro…).

Copertina
La chiocciola sul pendio, Carbonio editore, 2019

La storia inizia con la scena descritta poco sopra, e ci pone immediatamente davanti a una presenza ingombrante e costante: la Foresta. Questa selva che si perde a vista d’occhio è l’oggetto attorno a cui gira tutto il mondo de La chiocciola sul pendio.

Il personaggio che se ne stava a guardarla, seduto sul ciglio del burrone, è Perec. Egli vive su un’altura al di sopra della Foresta, dove ha sede il Direttorato per gli Affari della Foresta, un intricato organo governativo dagli imprecisati scopi, composto da molte sottosezioni come, ad esempio, il gruppo di Estirpazione, il gruppo di Studio, il gruppo di Difesa armata e quello di Sicurezza scientifica.

Il Direttorato si rivela immediatamente essere un paludoso ambiente burocratico, con il quale quella che sembra considerarsi “la civiltà” cerca di legiferare sulla selvaggia Foresta ai suoi piedi. I componenti del Direttorato sono soggetti a strutture ricorsive e decisamente assurde, la cui rigidità rivela un caos d’incomprensione; Perec sembra essere l’unico che continua a porsi interrogativi.

La struttura del romanzo è divisa in capitoli alternati e intitolati ai due protagonisti umani: Perec e Kandid. Quest’ultimo vive nella Foresta, in un villaggio di “aborigeni” (li chiameremo, forse impropriamente, così) e desidera più d’ogni altra cosa uscirne.

Il passato di Kandid è sconosciuto. Dalle vaghe ricostruzioni che è riuscito a fare, con l’aiuto degli abitanti del villaggio, sa che è arrivato tempo prima dalla “civiltà”, finendo nella Foresta dopo che il suo elicottero rimase incidentato durante un volo di perlustrazione. Dopo l’incidente, privo di memoria, è stato accolto e curato da questi strani uomini, diventando un abitante della Foresta.

Abbiamo, quindi, due protagonisti che spingono con insistenza in direzioni concettualmente opposte, eppure spazialmente univoche. Perec vuole a tutti i costi cercare di penetrare nella Foresta e scoprire come è fatta, in parte per allontanarsi da quel suo mondo assurdo e intollerabile di burocrazia idiota e personalità sgradevoli. Kandid vuole liberarsi della Foresta, tornare alle Rocce Bianche, dimenticarsi dell’incessante blaterare dei suoi concittadini silvani e recuperare quello che era e che non conosce più.

Dunque, entrambi sono innervati dalla spinta verso l’ignoto, verso la scoperta – una condizione che li allontana nettamente dagli ambienti in cui vivono, costituiti da uomini che sembrano aver perduto questo istinto. Gli abitanti del Direttorato si sono ridotti a noiosi automi senza curiosità, che si barcamenano nelle loro quotidiane facezie amministrative. Gli “aborigeni” si sono avviluppati in superstizioni e paure, convincendosi delle loro storie fantastiche sui pericoli del mondo esterno al proprio villaggio.

Perec e Kandid, ultimi latori di umanità autentica. Tutta la loro azione sarà concentrata nei rispettivi tentativi di entrare e uscire, e infine entrambi trarranno un insegnamento prezioso dalla testardaggine con cui si ostinano a voler vivere.

Foresta

Alla fine del romanzo, troviamo una postfazione tratta da una lezione che Boris Strugackij tenne a Leningrado nel 1987. È assolutamente necessario leggerla, poiché in queste quindici pagine è racchiuso il senso di tutto, spiegato dal punto di vista degli autori.

Boris afferma che “Si possono contare sulle dita di una mano coloro che hanno capito appieno l’intenzione degli autori”. Inizialmente, pare che i due fratelli fossero rimasti molto delusi da questa incomprensione, poiché sembrava loro di aver corredato il testo di tutti gli indizi necessari affinché i lettori carpissero il messaggio che veicolava. Eppure, La chiocciola sul pendio è estremamente più complesso di quanto non si evinca a una prima lettura.

Io rientro nella moltitudine che non ha colto il significato originale del romanzo. Avevo inteso la storia come una mimesi della creazione, prendendo la confusione nelle menti dei personaggi come la naturale ignoranza del mondo circostante di un essere che sia appena stato generato su una nuova terra.

Il fantastico mondo della Foresta – con i suoi angoli pieni di creature meravigliose e sconosciute, fatto di una vegetazione in grado di prevaricare la presenza umana e persino di metterla in pericolo – mi è sembrato la rappresentazione perfetta di un mondo incontaminato al quale nessuna nomenclatura scientifica sia stata ancora accordata.

E l’interpretazione ci poteva stare, in effetti. Se ne renderanno conto anche gli Strugackij che accettano, secondo Boris, questa natura del romanzo: “So soltanto che esiste una gran quantità di interpretazioni de La chiocciola sul pendio, e molte di queste sono pienamente autonome e non contraddicono in nulla il testo”.

Concludendo il suo ragionamento, poco più avanti ammette un’innegabile verità: “Allora, forse, l’unica possibilità per l’”opera d’arte” di sopravvivere sta proprio nel fatto di avere non una, ma tante interpretazioni?”

Non farò parola dell’intenzione originale degli autori, perché mi piacerebbe che chi leggesse il romanzo si costruisse la sua struttura di congetture e apprendesse, infine, il messaggio di cui i fratelli Strugackij hanno ammantato la prosa. Un messaggio sorprendentemente autentico ed eterno su cosa sia davvero “umanità”.

Vedere e non capire è la stessa cosa che immaginare. Io vivo, vedo e non capisco; io vivo in un mondo che qualcuno ha immaginato, senza prendersi la briga di spiegarmelo, e forse non l’ha spiegato neanche a se stesso… È uno struggersi per riuscire a comprendere, pensò di colpo Perec. Ecco di che cosa sono malato – mi struggo per la comprensione.


Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.