Intervista alla traduttrice Daniela Liberti

Daniela Liberti è la traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio, edito da Carbonio editore, che abbiamo recensito qui.

Leggendo il romanzo, è chiaro l’ingente lavoro a cui è stata tenuta la traduttrice e non ci si poteva non complimentare con Daniela per la magnifica resa. Per questo, ho pensato di porle alcune domande per capire un po’ il legame che la lega alla sua “creatura”.

D.: La chiocciola sul pendio si presenta come un testo di difficile decifrazione; gli stessi Strugackij si stupirono della difficoltà con cui i lettori comprendevano il messaggio ultimo del romanzo, che si presta a varie interpretazioni. Come ha influito questo aspetto sul processo traduttivo?

R.: In effetti, il processo di traduzione ha richiesto più letture dell’originale, proprio per quella sua caratteristica di prestare la scena a più voci e a diversi registri linguistici. Questa polifonia, mentre traducevo, mi ha fatto pensare a una quinta teatrale e mi sono immaginata i vari personaggi da soli o quando interagivano tra loro come se stessero recitando una parte di una grande commedia umana.

Ognuno, come si evince dalla lettura, ha un suo mondo dove vive, lavora, ama (con fare gentile come Kandid e Nava – il loro è un amore quasi tra padre e figlia, come si rivela col procedere della narrazione – o con modi da smargiasso e anche offensivi, come quelli di Asso), e ognuno di loro quando parla mette in luce il vero ruolo che ha nell’economia del romanzo. Abbiamo il burocratese di un personaggio enigmatico come Nativus – come non pensare al Kavalerov di Invidia quando legge i rapporti serali, o all’Ispettore generale di Gogol’ – sempre pronto a trascrivere tutto quello che viene detto e a seguire pedissequamente le circolari del Direttorato; abbiamo il soliloquio di Perec, uno dei protagonisti che dà il nome a sei capitoli, che cerca di convincere se stesso della giustezza delle sue azioni, e che per questo vuole andare nella foresta, lui che è un linguista e che ad un certo punto vede crollare tutte le sue certezze, immerso com’è in un mondo dell’assurdo; abbiamo una sorta di autoanalisi dell’altro personaggio, Kandid, il biologo (anche a lui sono dedicati cinque capitoli), che riecheggia nel nome il ben più conosciuto personaggio voltairiano, ma che somiglia più a un Don Chisciotte, e che dopo essere caduto con l’elicottero nella foresta ha perso la memoria, e quindi il suo modo di parlare è a scatti intermittenti. Una volta – cosa assai rara – si ricorda chi è e da dove viene, un’altra volta ripete frasi a cantilena secondo le modalità degli abitanti del villaggio che lo ha accolto e gli ha dato il soprannome di Muto.

Attorno a questi personaggi ne gravitano altri che vanno a comporre la trama complessiva e giustificano l’uno la presenza dell’altro. Certamente la lettura di un simile testo non è facile, necessita di pause e a volte può sembrare che ci si trovi davanti a due storie diverse, e in effetti la storia della genesi del romanzo (che Boris Strugackij racconta molto bene nella postfazione che arricchisce la traduzione) lo dimostra – con le varie elaborazioni, la pubblicazione in parti separate sotto altri titoli in volume o sulla rivista “Bajkal”, il sequestro di questa rivista per le allusioni contenute nel romanzo, la pubblicazione nel 1972 sulla rivista dell’emigrazione “Posev”, e così via. In tutti i loro racconti brevi o romanzi lunghi, i fratelli Strugackij hanno sempre voluto inserire un messaggio, ed hanno sempre tenuto a sottolineare che decifrare questo messaggio è il compito del lettore, perché anche se si parla di altri mondi o di creature immaginarie, il filo rosso che lega tutto è la realtà che si sta vivendo, quella realtà che secondo loro deve preparare il mondo del futuro, lasciandolo nel miglior modo possibile alle future generazioni, senza pretendere di ricorrere a qualcosa di magico o di portentoso. È l’intera umanità l’artefice del proprio futuro. E visto quello che stiamo vivendo adesso a livello mondiale, queste parole suonano veramente profetiche. E qui mi fermo, altrimenti racconto troppo…

D.: L’ambientazione del romanzo è fantastica, eppure alcuni elementi sembrano richiamare la surrealtà del sistema burocratico e politico russo. Lo ritiene un elemento volutamente significativo, o piuttosto un aspetto che gli autori hanno inserito naturalmente nel testo, da cittadini sovietici abituati a certe strutture?

R.: Ho già risposto, in parte, prima. Certamente le allusioni alla struttura sovietica, non solo nella sua componente politica ma anche mentale, sono disseminate ovunque. È chiaro che i due fratelli si trovano a scrivere in un periodo particolare, in una società particolare; hanno vissuto gli anni della guerra, dell’assedio (loro stessi hanno raccontato che, mentre Arkadij riuscì ad essere evacuato da Leningrado insieme al padre, Boris si ammalò e dovette restare in città con la madre, vivendo così in prima persona tutto l’orrore di quei drammatici giorni), il dopoguerra, il disgelo, la stagnazione, il crollo dell’URSS e tutto quello che ne è seguito… una vita intera. Come si può rimanere indifferenti e distaccati davanti a tutto ciò? Un elemento curioso, anch’esso presente nell’opera degli Strugackij, è costituito dai riferimenti continui alle loro professioni, ricorrendo a citazioni o a nomi esotici per Arkadij – che era un linguista e un esperto del medioevo nipponico – o a mondi lontani, a un altrove per Boris, astronomo che ha lavorato per anni all’Osservatorio di Pulkovo. Inoltre, entrambi hanno avuto la fortuna di trovare in casa una biblioteca familiare ben fornita, ed hanno avuto la possibilità di leggere, tra gli altri, Verne e Wells.

D.: La chiocciola sul pendio fu pubblicato in Italia una prima volta nel 1977, nella collana Urania. Il testo era tradotto dall’inglese e riportava consistenti tagli. Qual era stato il senso della censura, allora?

R.: Sinceramente non conosco la storia della traduzione dall’inglese e quindi non so se si è partiti da un testo precedente a quello definitivo, o se i tagli siano dovuti a scelte editoriali della redazione di Urania. In ogni caso, è evidente che il testo di Urania difetta di molte di quelle caratteristiche specifiche che invece sono state recuperate dall’edizione integrale e dall’originale della Carbonio.

D.: Leggendo la sua traduzione italiana, ci si rende conto di quale sfida traduttiva deve avere comportato l’originale. I dialoghi assurdi, le entità inventate di sana pianta – con i relativi nomi -, le ripetizioni compulsive, sono solo alcune delle difficoltà oggettive con le quali si sarà trovata a confrontarsi. Com’è stato lavorare ad un testo come questo? Qual è stata la parte più complessa?

R.: Sì, certamente è stata una sfida non indifferente che mi ha spinto a “spolpare” fino all’osso la struttura del romanzo. Oltre alla difficoltà di rendere gli interminabili flussi di memoria di Kandid, i monologhi di Perec con la foresta, le ripetizioni estenuanti nel parlare dello Zoppo o del vecchio che pensa solo a mangiare in casa d’altri, il non senso (solo apparente, però) di alcuni dialoghi – pensiamo a quanto avviene nell’anticamera del signor Ahimé, o quando Kandid invita lo Zoppo a partire insieme a lui per andare alla fantomatica Città – mi sono trovata davanti alla necessità di fare una scelta per la resa dei nomi, perché alcuni sono i cosiddetti “nomi parlanti”, evidenziano cioè un difetto o un tratto distintivo, una funzione del personaggio: Zoppo, Origliatore, Anziano del villaggio, Pugno Lesto, Asso, Nativus (nell’originale è Domaroščiner, mentre Urania aveva preferito Hausbocher, ma dato che è l’unico che viene indicato con il nome di battesimo, Claudio Ottaviano, ho pensato di ricorrere al latino). E poi ci sono i morti viventi, le Amiche gloriose, gli alberi salterini, gli scarabei inebrianti, strane piante e creature acquatiche che si possono immaginare nelle scene in cui viene descritta la cloaca che figlia viscidi cuccioli bianchi, mentre tutto intorno è un groviglio di liane: insomma una lunga serie di fenomeni che potevano uscire solo dalla penna dei due fratelli. Senz’altro, è un libro da leggere, perché a raccontarlo si perderebbe tutta un serie di sensazioni che nascono dal piacere di scoprirlo da soli.

D.: Ad oggi, gli autori rimangono relativamente sconosciuti al grande pubblico italiano. Il suo ruolo è molto importante, quindi, per una possibile nuova diffusione della letteratura dei fratelli Strugackij nel nostro Paese. Pensa che vedremo nuove pubblicazioni nel prossimo futuro, magari proprio dalla sua collaborazione con Carbonio?

R.: È vero che attualmente il numero delle traduzioni in italiano degli Strugackij non riflette la consistenza dell’eredità che ci hanno lasciato. Finalmente, dopo dieci anni, si è concluso il progetto di sistematizzazione dell’opera omnia, grazie al lavoro del gruppo di estimatori “Ljudeny” (Boris Strugackij finché era in vita ha dato il suo prezioso contributo, scrivendo, tra l’altro, la prefazione al primo volume), che ha visto la pubblicazione in trentatré volumi non soltanto dei racconti e romanzi più o meno noti, ma anche di alcune sceneggiature, della corrispondenza tra i fratelli, di molte foto e materiali inediti, e – una vera chicca – del loro diario di lavorazione, documento assai prezioso perché registra giorno per giorno il nascere e lo svilupparsi di un’idea, fino alla realizzazione finale. La postfazione di Boris Strugackij alla Chiocciola proviene in parte proprio dal diario.

Per quanto riguarda nuove pubblicazioni, posso dire che è in lavorazione il romanzo La città condannata sempre degli Strugackij, mai tradotto in italiano, e sempre per Carbonio editore, che si è dimostrato molto sensibile verso la riscoperta o la traduzione ex novo di alcuni autori russi (Jurij Oleša con Invidia, Vladimir Orlov con Danilov, il violista, gli Strugackij con La chiocciola sul pendio). È un romanzo molto bello, denso di significati e di riflessioni filosofiche, che in parte riprende i temi della Chiocciola e li amplia. Ma questa sarà tutta un’altra storia…

 

Daniela ci lascia, infine, una frase molto importante per comprendere il pensiero sottostante alla creazione artistica degli Strugackij, tratta da un’intervista che Boris rilasciò a Radio Svoboda nel 2009:

La realtà prende sempre il sogno per la gola. Ma il sogno ha una qualità straordinaria: è impossibile da uccidere.

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.