Recensione di “Palissandreide”, di S. Sokolov

Palissandreide è immerso in un’Unione Sovietica fantastica e, tuttavia, attinge dal reale per costruire la sua assurda trama.

Saša Sokolov (Ottawa, 1943) è riuscito in una impresa non facile, come ben sa chi bazzica la letteratura russa: strappare con il suo primo romanzo, La scuola degli sciocchi (1976), i complimenti al sempre molto esigente Vladimir Nabokov. Un endorsement di questo spessore è già da solo una ragione valida per avvicinarsi alla lettura di un autore poco conosciuto in Italia, ma animatore, dall’emigrazione canadese, della grande stagione postmodernista russa.

La sua carriera di scrittore sboccia proprio al suo ritorno in Canada (1975), paese in cui era nato e da cui era andato via con la famiglia alla volta dell’Unione Sovietica nel 1946, quando suo padre, addetto militare dell’ambasciata sovietica, era stato richiamato in patria con l’accusa di spionaggio.

Trascorse quindi l’infanzia e la gioventù, gli anni cruciali della sua formazione, in Urss, tra i fallimentari studi militari, la facoltà di giornalismo, l’adesione al gruppo letterario “La più giovane società dei geni” (SMOG) e i tentativi di lasciare l’Unione Sovietica, coronati da successo nel 1975, a cavallo dell’uscita della sua prima, già citata, opera.

Palissandreide, pubblicato nel 1985, è il suo terzo libro e per quanto non sia facile fissarlo nella rigidità di una definizione, può essere descritto come una autobiografia epico-picaresca o, come precisa lo stesso protagonista Palisandr Dal’berg, una raccolta di memorie da destinare a un futuro biografo, scritte di suo pugno ma con la partecipazione straordinaria di tutte le sue reincarnazioni.

Copertina di
Palissandreide, traduzione di Mario Caramitti, Atmosphere Libri, 2019

Sokolov si diverte a incastonare questo improbabile eroe, raffinato amante della storia, collezionista di urne funerarie e di amplessi con anziane libidinose, al centro della storia russa, rendendolo il perno da cui si dipanano eventi rocamboleschi tesi su più piani temporali e intessuti in un tempo che, più che scorrere, a volte pare stagnare.

L’orfano Palisandr è il predestinato che dovrà governare un giorno la Russia per conto dell’Ordine degli Orologiai, una sorta di confraternita che guida il paese da generazioni. Pronipote di Lavrentij Berija, temibile capo della polizia segreta all’epoca di Stalin, e nipotino di nonno Rasputin, il giovane cresce vezzeggiato dai vertici del Cremlino, il Consiglio dei Tutori (composto nientepopodimeno che da Stalin, lo stesso Berija, Chruščev, Brežnev, Andropov), per poi venire allontanato dal Cremlino per aver contribuito alla morte di Stalin.

Diviene così maestro di chiavi della Casa dei Massaggi governativa, in buona sostanza un bordello per i vertici del potere. Il filone principale della narrazione, spesso soffocato dal rumore delle altre storie che spingono per intrecciarsi alla principale, inizia dopo il suicidio dello zio Lavrentij che si butta dalla torre dell’orologio del Cremlino, dando il via a una fase denominata nontempo il presente narrativo –, che durerà fino all’avvento al potere di Palissandr come cronarca.

In mezzo a questa sorta di rivisitazione parodica del Periodo dei Torbidi, Dal’berg si trova ad essere vittima e tessitore di trame politiche e intrighi, vive amori non corrisposti e improbabili ménage sessuali (fino agli amplessi in carcere con la moglie di Brežnev), partecipa a tentati omicidi e complotti dall’estero.

Emigra poi nel ducato del Belvedere per mancare l’appuntamento addirittura con Anastasia Romanov, indulge nelle consuete perversioni e sadomasochismo, incappa in rivelazioni inattese che lo sconvolgono.

Foto di Sasha Sokolov
L’autore, Saša Sokolov

Tutta la vicenda si ingarbuglia nel continuo passare da un piano temporale all’altro, si segmenta in episodi che si susseguono vertiginosamente, come se l’autore volesse guidarci attraverso quel labirinto che è poi la storia russa, nella sua continua avanzata a spirale, nel suo eterno aggomitolarsi e ripassare dal via, come se fosse la stessa Russia ad aver vissuto più reincarnazioni, non solo il protagonista.

Si incrociano lungo il viaggio i personaggi più importanti del paese, completamente spogliati dall’aura del potere che li ha circondati, ma declinati anzi in una versione grottesca, vivificata dalle pulsioni sessuali più basilari e vittime della loro stessa inettitudine.

Si è di fronte a un romanzo al quale bisogna arrendersi, al cui fluire bisogna abbandonarsi, senza porsi troppe domande, godendosi il gioco linguistico costante, lo stridere di una lingua sofisticata, a tratti barocca, sempre pluristratificata, a contatto con un materiale spesso sordido, legato a una sessualità sfrenata, declassata a goffo, estenuante e ostentatamente appagante meccanicismo corporeo.

Il corpo stesso, tra vecchiaia e inaspettati risvolti di genere, tra deiezioni e carni flaccide, è descritto senza nessuna concessione al buon gusto, in un eccesso che non è tanto scandalo, quanto sfrontata e giocosa sfida al lettore. Sokolov lo stimola, frantuma la narrazione, ibrida i generi, parodizza l’autonarrazione di un intero paese.

L’altra faccia del sesso è la morte, che avviene senza grandi drammi, mai presa davvero sul serio, teatralizzata come apice di una vita che deve seguire il copione previsto, ma se così non è, tranquilli – ci si può sempre mettere una pezza nel gioco eterno delle ripetizioni e delle rinascite.

Perché niente è definitivo, non lo è la vita, non lo è la storia e certo non lo è il testo letterario: tutto ciò che scompare è destinato a riapparire, tutto può essere riscritto in un palinsesto in continuo divenire.

Per questo la vita scorre nel romanzo senza isterismi né eccessive brame, ma con la leggerezza di chi può sempre ripartire, come ha sempre fatto anche la Russia, immaginata dal protagonista come una sposa mendicante, con l’abito logoro di chi non riesce mai, in nessuna delle reincarnazioni, ad accaparrarsi, se non un lieto fine, l’uscita dal loop del già vissuto:

Io me la sono sempre figurata come un’emaciata mendicante dai larghi zigomi sul sagrato della cattedrale di San Basilio, come un’adolescente rachitica dalle guance opache illuminate da una candela, con un’alta fronte ossuta e indosso straccetti rimediati qua e là. E il più bello di questi straccetti era per me il suo abito da sposa, lavato e rilavato. Simile a neve sparsa da raffiche di vento tempestoso, il suo strascico era sdrucito e, per assenza di paggi, in perenne struscio nella cenere. Non ci siamo mai presentati e, ignorandone il nome reale, l’ho sempre chiamata Fatia.

Recensione a cura di Monica Puglia

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