«Da noi da tempo c’è la parità dei sessi» – Intervista all’attrice Vera Alentova

L’attrice nazionale della Russia Vera Alentova parla dei 40 anni dall’uscita del film Mosca non crede alle lacrime, delle rese cinematografiche dei libri di Pelevin e su come recitare la morte. 

Vera Alentova non teme di apparire brutta sul grande schermo, vorrebbe recitare il ruolo di una persona distrutta e aspetta la grande rivoluzione culturale. Dopo una pausa di cinque anni, l’attrice è tornata al cinema e ha recitato brillantemente il ruolo della madre in fin di vita del protagonista del film Voskresen’e (Domenica) di Svetlana Proskurina (dal 19 settembre nelle sale di proiezione russe). La trama tratta di un giorno della vita di un funzionario di provincia (Aleksej Vertkov), che riceve una lettera minatoria. «Izvestija» ha parlato con l’artista nazionale della Russia riguardo alla tragedia degli uomini forti, del femminismo e della resa cinematografica delle opere dello scrittore contemporaneo russo Pelevin.

— Prima di tutto voglio dire che rimango ammirato del Suo ruolo nel film. È un’interpretazione precisa e assolutamente senza paura. È decisamente in contrasto con gli ultimi ruoli recitati in teatro, ossia spensierati, brillanti…

— Sì, in teatro interpreto quelle eroine, che spesso sono ancora del tutto ben curate. In Voskresen’e, invece, sono diversa. Tutti i ruoli sono differenti, ciascuno richiede un suo approccio. Ciascuno, poi, è interessante a suo modo. Come attrice, mi è sempre interessato il problema della morte, come un uomo forte e possente all’improvviso diventi del tutto impotente.

— Prima di diventare attrice, stava quasi per diventare un medico. Questa esperienza in qualche modo è stata utile nel film?

— No. Tuttavia, è come se ai miei occhi fossero morti due volte i miei cari. Inoltre, io stessa non sono più una giovanotta. In verità, mi sembra che proprio la fisiologia sia tutt’altro che la cosa più importante in questo ruolo. Prima di tutto, è un personaggio dal carattere forte. La madre di Terechov vive gli ultimi giorni, ma cosa le interessa? Se il figlio fosse stato al cimitero, se lui avrebbe potuto acconsentire che lei non fosse seppellita accanto al marito. Quest’ultimo l’aveva offesa tempo addietro e, seppur fosse morto da molto, la ferita, evidentemente, non era guarita. Da questi e altri dettagli è evidente che la mia eroina è una persona complessa e ambigua.

Foto: PROvzgljad

— La vostra eroina ha dei rapporti difficili con il figlio, ma con la governante (impersonata da Elena Mol’čenko) sono semplicemente terribili.

— Nel contesto del film capiamo che la governante vive per la famiglia Terechov è là riesce a essere se stessa. La sua presenza è abituale. Questo tipo di persone puoi non notarle e persino offenderle, ma quel peccato, di cui è colpevole il mio personaggio nei confronti di Anna, lei lo ricorderà per tutta la vita. Io ho recitato in modo che il mio personaggio prima di morire volesse riscattarlo. Pure questo è un segno di una persona forte. Se Anja la perdonerà, questa è un’altra storia.

— Dopo la prima Aleksandr Sokurov ha pubblicato una lettera aperta a Svetlana Proskurina con le sue congratulazioni, dove ha definito Voskresen’e come un esatto e «sorprendente film russo». È d’accordo con il suo parere?

— Ho letto la lettera di Sokurov. Il film non è di facile comprensione, a qualcuno sembrerà vicino e comprensibile, ad altri no. Tuttavia, è una buona pellicola perché permette di avere un’interpretazione individuale. Ogni spettatore può formulare il proprio giudizio: di cosa tratta questo tipo di cinema, cosa vuole mostrare.

— In Voskresen’e, come al solito, recita una personalità forte. Non ha mai avuto il desiderio di interpretare una persona debole, distrutta?

-Sì, forse reciterei una persona distrutta se la sceneggiatura fosse interessante. Ancora non me l’hanno proposto. A teatro ho avuto il ruolo di un’affascinante eroina “debole”, che ho molto amato. Lei era impotentemente femminile e proprio questo attirava lo spettatore. Rimangono poche di queste qualità nelle nostre donne. La vita ci rende forti.

— Quest’anno ricorreranno i 40 anni dal giorno della prima del film Mosca non crede alle lacrime, dove recita una donna di successo, un tipo raro di eroina nel cinema di quegli anni. Lei cosa pensa, il paese è fortemente cambiato al riguardo ai nostri giorni?

— Penso di no. Perché il film ha riscosso un così grande successo non solo da noi, ma in tutto il mondo? Perché nella capitale di qualsiasi paese continuamente si trasferisce la gioventù che vuole studiare, lavorare, conquistare questa città. Davvero è cambiato qualcosa a riguardo? Io insegnò all’Istituto statale cinematografico di Mosca e vedo come i ragazzi e le ragazze sono sradicati dai più diversi angoli del paese a Mosca, perché comprendono che proprio qui è possibile ricevere la formazione più seria, affermarsi e avere successo.

— Mentre sul piano della parità dei sessi?

— Da noi ormai da tempo c’è la parità dei sessi. Quando recitai nel film Mosca non crede alle lacrime, la parità già con decisione prendeva piede nel paese e in tutto il mondo. Se una donna fa carriera o se lo fa un uomo, non c’è nessuna differenza. Chi vuole fare affari ritiene di averne diritto e, se ne ha le forze, ben venga e che faccia affari. Se funziona, è fantastico. Se non funziona, scusate. Così era allora, così accade anche ora.

Foto: RIA Novosti

— È noto che Lei è molto selettiva riguardo ai copioni, si racconta persino che Vladimir Valentinovič Men’šov avesse inventato per Lei il soprannome di «persona dal nome no». C’è una qualche formula, principio in base al quale accettate o rifiutate i ruoli?

— Non c’è nessuna formula. Se il personaggio che mi propongono di recitare, m’incuriosisce accetto. Tuttavia, i buoni ruoli sono pochi, soprattutto per gli attori della vecchia generazione. Per loro sono in pochi a scrivere non solo nel nostro paese, ma ovunque. Questo è il normale scorrere della vita: nel cinema arrivano i giovani, a loro interessano i propri problemi e questo è comprensibile.

Dopo Voskresen’e molti mi hanno chiesto: «Perché avete scelto di interpretare una persona così poco bella?». Cosa c’è che non va? Primo, sullo schermo non sono io, ma interpreto la mia eroina. Secondo, il personaggio è una persona in fin di vita, lei per definizione non può apparire bella. Il ruolo detta l’aspetto esteriore. Presto uscirà il film Ampir V, dove sarò completamente diversa: truccata, con lunghe ciglia, con la parrucca, perché lì c’è bisogno così.

— Può parlare di questo ruolo? Infatti, recitate la dea Ištar?

— Poiché il film non è ancora uscito, per motivi etici non posso rivelare nulla. Posso, però, dire di non aver mai recitato niente del genere prima d’ora.

— Ha letto il romanzo? Che cosa pensa di Pelevin?

— Quando mi propose il ruolo, ovviamente, lessi il libro. La storia è molto curiosa, è una storia così terribile.

— Già una volta il discorso è caduto sulle nuove generazioni. Gli uomini della vecchia generazione non raramente parlano della crisi della scuola attoriale. Ci sono giovani attori, forse nel Suo teatro, che La ispirano?

— Sì, certamente. E non solo nel mio teatro. Sono molti. Abbiamo, in generale, un paese di persone incredibilmente talentuose. All’Istituto cinematografico io vedo continuamente ragazzi straordinari. Altra cosa, a volte disturba, è che, purtroppo, sanno poco e leggono poco. Le nuove generazioni raccolgono le informazioni non dai libri. Mi sembra che su Internet ci siano molte informazioni, ma esse non sono conoscenze. In ogni caso, sono persone molto, molto interessanti, persone profonde.

Eppure, affinché un attore sia notato, affinché un attore si affermi, è poco il solo talento. Un attore cresce con i ruoli. Necessita di materiale potente affinché possa mettersi alla prova. Adesso ci sono così tante cose che accadono in teatro e al cinema: penso che siamo alla vigilia di una qualche grande rivoluzione. Sono generalmente un’ottimista per natura.

Le informazioni di «Izvestija»

Vera Alentova nel 1965 terminò la scuola-studio del MCHAT (il corso di V. P. Markov) e divenne un’attrice del Teatro drammatico A.S. Puškin, dove lavora ancora oggi. Il ruolo nel film Mosca non crede alle lacrime (1979), che ricevette il premio Oscar, le portò la fama in tutta l’unione Sovietica e nel mondo. Altre pellicole famose con la sua partecipazione sono Širli-myrli, Zavstra byla vojna (Domani c’era la guerra), Zavist’ bogov (L’invidia degli dei), ecc. Dal 2009 dirige con il marito Vladimir Men’šov il laboratorio di regia e recitazione dell’Istituto cinematografico. È un’artista nazionale della Russia ed è vincitrice del premio statale dell’URSS e della Russia.

Fonte: iz.ru, 17/09/2019 – di Nikolaj Kornackij, traduzione di Rebecca Gigli

Rebecca Gigli

Galeotto fu l'incontro con la letteratura russa. Infatti, nel mio caso, la passione per la Russia e la sua cultura sono nate dalla scoperta dei suoi scrittori. È stato naturale, quindi, scegliere di studiare lingue all'università. Anche adesso, dopo aver conseguito la laurea magistrale, continuo a coltivare il mio interesse per il mondo slavo. In particolare, spero di tornare presto a visitare questo paese dalle mille contraddizioni, ma dal fascino ineguagliabile

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