Il Gulag come esperienza europea

La professoressa italiana Claudia Pieralli parla della difficoltà con cui sono recepite le repressioni staliniane in Europa

L’11 marzo al Memoriale Internazionale nell’ambito del ciclo «Oltre le barriere: l’Europa senza frontiere», organizzato con il supporto del rappresentante europeo in Russia, si è tenuta la lezione «La ricezione del Gulag in Italia e Francia. Narrazioni, testimonianze, rappresentazioni culturali» della professoressa dell’Università di Firenze, nonché filologa e slavista, Claudia Pieralli.

La Pieralli mostra quanto incerta e indefinita rimanga ancora oggi la memoria dell’Europa occidentale sulle repressioni politiche sovietiche. La lezione è basata sui risultati del progetto scientifico «Il riflesso del Gulag nella cultura franco-italiana», guidato da Claudia Pieralli e Ljuba Jurgenson (Università della Sorbona). Stanislav Kuvaldin ha parlato con Claudia Pieralli.

UPDATE: la lezione di Claudia Pieralli dell’11 marzo al Memoriale è stata cancellata per le misure di precauzione, legate alla diffusione del coronavirus. A breve su Colt’a sarà pubblicata una versione video della lezione.

— Il tema delle Sue ricerche è il posto del Gulag nella coscienza pubblica dell’Italia e della Francia. Per cominciare, vorrei chiedere: in generale, da quale momento il Gulag è diventato un motivo di riflessione? Da voi cominciarono anche prima che le repressioni si trasformassero in un oggetto di critica nella stessa Unione Sovietica?

— Lasciatemi prima precisare che cosa noi concretamente intendiamo con il concetto di “Gulag”. Non si tratta della Direzione principale dei campi di lavoro correttivi come istituzione, che apparve nel 1931 e fu liquidata nel 1953, dell’istituzione che divenne una parte importante del sistema economico dello stato sovietico. Noi proponiamo un utilizzo più ampio di questo termine. In questo caso, esso include tutti le forme di repressioni politiche, che accompagnarono il potere sovietico dal primo fino a quasi all’ultimo giorno della sua esistenza, cioè fino al 1987 circa.

Nel periodo post-staliniano le persecuzioni furono meno di massa, meno violente. Ad esempio, una persona veniva condannata per parassitismo, ma le repressioni continuarono durante quasi tutta la storia del regime comunista.  Utilizzando la parola “Gulag”, Solženicyn fece fare la conoscenza al pubblico occidentale proprio con la natura repressiva di questo potere. Ecco, in particolare, il perché abbiamo deciso di utilizzare questa parola.

— Non Le sembra che la definita estensione del termine corrompe il senso e il significato di ciò che accadde negli anni Trenta e Cinquanta in Urss? Naturalmente, ogni vittima di un’ingiusta persecuzione è significativa, ma proprio la scala del fenomeno influenza lo stato della società nel suo insieme. In questo senso, tuttavia, lo stalinismo si differenzia ancora dalla tarda era brežneviana.

— Io non sono una storica, io cerco di raccontare la ricezione occidentale delle repressioni comuniste, dell’integrazione di questa conoscenza nello spazio culturale. In questo senso la parola “Gulag” è del tutto relativa. Io e i miei colleghi non tentiamo di mettere tutto insieme in un mucchio e capiamo che le attività della Čeka negli anni Venti sono una cosa, i processi di Mosca sono un’altra e la repressione di massa è una terza. Tuttavia, è importante capire che lo stato sovietico represse senza interruzioni la popolazione e, a tal fine, utilizzò gli strumenti più diversi: fame, segregazione, deportazione di popoli. 

Se guardiamo a questi processi come a un fenomeno eterogeneo, ma unico, dovremo sollevare la questione del perché le repressioni apparissero inevitabili in uno stato, la cui ideologia era chiamata a liberare l’umanità. La cosa principale è capire i principi della costruzione dell’utopia comunista. Quanto il nuovo mondo, basato sulle idee del marxismo e del leninismo, aveva bisogno di misure repressive?

Nella nostra raccolta collettiva («Lo specchio del Gulag in Italia e in Francia», Pisa University Press (2019). — N. d. R.) io e i miei coautori, Ljuba Jurgenson e un gruppo di ricercatori francesi e italiani, abbiamo esaminato singoli casi, dato che raccogliere e analizzare tutta la mole di materiali, che riflettono le repressioni sovietiche nella coscienza occidentale, evidentemente è impossibile, o almeno in questa fase del progetto. Abbiamo provato a formulare nuove basi interdisciplinari per osservare questo difficile processo nel modo più profondo ed esauriente possibile. Perciò, la prima fase nella nostra metodologia di ricerca è stata la scelta degli esempi più caratteristici: pareri sul lavoro della Čeka, biografie di stranieri che si trovano in campi di concentramento staliniani, l’influenza dell’esperienza del sistema punitivo staliniano sulle repressioni degli anni Sessanta. Noi descriviamo non solo il fenomeno del Gulag, ma anche le tracce che esso ha lasciato nella coscienza sociale dell’Occidente.

— Se parliamo concretamente dell’Italia, è interessante: quanto l’esperienza nazionale di un sistema totalitario ha influenzato la ricezione del Gulag?

— Gli anni Venti del fascismo in Italia sono per dimensioni incomparabili con le repressioni dell’Urss. Tuttavia, la partecipazione nella seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista vissuta dal paese, portò al fatto che la società si approcciava con diffidenza e ostilità a qualsiasi notizia di persecuzioni di regimi totalitari. In questo contesto le notizie sulle repressioni sovietiche giunsero in Italia molto lentamente e con difficoltà.

Inoltre, il Partito comunista dopo la guerra uscì dal sottosuolo e acquistò un’influenza significativa nel paese. I comunisti italiani erano saldamente legati al Partito comunista sovietico e questo, naturalmente, rese ancora più difficile la penetrazione d’informazioni sulle repressioni sovietiche. In effetti, per molti anni questo tema fu taciuto dagli uomini di sinistra. Ciò riguardava anche l’esperienza dei cittadini italiani, passati per i lager staliniani: erano qualche centinaio e tra loro c’erano dei comunisti. Alcuni lasciarono delle memorie, che praticamente non comparvero nello spazio culturale. Persino nei rari casi in cui riuscirono a essere stampati, i critici li ignorarono, quasi nessuno sapeva di ciò.

— Alcune testimonianze delle repressioni e del sistema dei lager sarebbero dovute uscire ancora prima della guerra attraverso i disertori e coloro che erano riusciti a fuggire dal l’URSS.

— Certamente. Ad esempio, ancora all’inizio degli anni Trenta, cioè durante il fascismo, da noi furono pubblicate le memorie estremamente interessanti di Ivan Solonevič sulle Isole Soloveckie. Tuttavia, non fecero grande scalpore. Primo, perché furono recepite da alcuni come un prodotto propagandistico. Secondo, la loro diffusione era limitata. Mi sembra che il fascismo non fosse interessato a una critica totale del sistema sovietico, poiché alcuni suoi tratti suscitavano nei fascisti un certo interesse. Invece, anche gli uomini di sinistra che si trovavano in clandestinità o in emigrazione interna non accoglievano le memorie di Solonevič come una fonte seria. Dopo la guerra esse semplicemente non furono pubblicate di nuovo.

Tra l’altro, dopo la seconda guerra mondiale in Italia generalmente ci si rivolgeva poco al passato, tanto meno a quello straniero. Il paese era distrutto, eravamo troppo preoccupati per la sua trasformazione, avevamo semplicemente altri problemi urgenti.

— Probabilmente, con il tempo ciò è cambiato.

— Abbastanza lentamente. Le faccio un esempio. Sono nata alla fine degli anni Settanta. Al liceo studiavano la storia del XX secolo, ma nessuno ci parlava del sistema totalitario in Urss. Tuttavia, l’esperienza sovietica non è una sorta di lontana cultura esotica. Questo è un fenomeno con radici europee.

— In che misura l’esperienza repressiva sovietica era generalmente percepita come europea? Tuttavia, la Russia è sempre stata ed è ancora in una posizione particolare rispetto all’Europa.

— Sì, e questa circostanza ha fatto molto comodo. Da un lato, l’Urss era recepita come uno stato-faro, che doveva mostrare la strada a tutta l’umanità, tra cui anche noi. Dall’altro lato, i risultati deludenti del progetto sovietico poterono essere sempre spiegati con il fatto che l’idea comunista non attecchì sul suolo europeo. In modo che ciò eliminò le domande scomode. Le repressioni furono eliminate anche geograficamente. La Siberia era qualcosa di lontano, uno spazio non europeo.

Tuttavia, penso che sarebbe molto fruttuoso includere lo studio del Gulag nelle ricerche del colonialismo come esempio di sviluppo di un territorio periferico. Ciò permetterebbe di considerare il GULAG come un fenomeno europeo. Se le repressioni saranno studiate come un tipo di colonizzazione, ciò porterebbe alla loro inclusione nella storia europea.

— Lei dice che i libri e le testimonianze memoriali sui lager sovietici lasciarono indifferente il pubblico europeo. Cosa poté cambiare Solženicyn in merito? Perché l’uscita di Arcipelago Gulag provocò l’effetto di una bomba che esplode?

— Penso che la questione stia nella portata del libro. Come ricorderemo, Solženicyn la chiama «un tentativo di ricerca artistica». Questo, in effetti, fu il primo tentativo di descrizione globale di come nacque e funzionava il sistema repressivo comunista. Anche il fatto che Solženicyn usi mezzi artistici, è significativo. Con il suo “Arcipelago”, Solženicyn ha sfidato la letteratura.

Io non sono una grande fan di Solženicyn, ma proprio grazie a Arcipelago Gulag mi sono fatta un’idea su come fosse fatto un Gulag. Anche se io, certamente, capisco che non si deve credere interamente alle sue informazioni e conclusioni. Tuttavia, mi affascina la sua stessa intenzione di scrivere negli anni Sessanta una vera e propria storia delle repressioni, di creare, si potrebbe dire, un testamento anticomunista: nelle pagine del libro affiora l’aspirazione dello scrittore di dare un insegnamento alla società. Naturalmente, non si poteva parlare del Gulag in Urss, ma non se ne parlava neanche nel «mondo libero». Solženicyn ruppe il silenzio mondiale. Scrisse Arcipelago Gulag con l’intenzione di raggiungere le persone; con la consapevolezza di aprire una nuova e molto importante pagina non solo per la Russia, ma anche per l’Europa, per la sua società liberale. Questa promessa non poté essere ignorata. 

Sebbene il punto di partenza per le riflessioni dell’intelligencija di sinistra, tra l’altro, fu l’uscita in Italia del Dottor Živago che, nonostante l’assenza di aperte dichiarazioni antisovietiche, metteva in luce il carattere della rivoluzione e della guerra civile. Il romanzo per vie traverse uscì in Italia nel momento in cui la casa editrice «Novyj mir» lo rifiutava. Proprio per questo Živago suscitò una tale tempesta, in particolare nelle cerchie letterarie di sinistra. Un’altra questione è ciò che rimane di queste riflessioni nel pensiero italiano odierno.

— In questo senso è interessante com’è stato accolto in Europa Varlam Šalamov: un altro «grande testimone» dell’universo staliniano, che per principio rinunciò alle intonazioni didattiche e descrisse semplicemente l’inferno dei lager.

— Šalamov nella sua interezza arrivò in Italia molto tardi. Nel 1976 uscì una piccola raccolta di suoi racconti, che passò praticamente inosservata. L’intero corpus di Šalamov iniziò a essere tradotto soltanto negli anni Novanta. A proposito, a ciò è legato un episodio molto caratteristico per la vita letteraria italiana. Tutte le opere di Šalamov uscirono per conto di una prestigiosa casa editrice italiana: Einaudi. Fu proposto di scrivere l’introduzione alla nuova edizione al vecchio emigrante polacco Gustaw Herling-Grudziński, che era una figura abbastanza di spicco nell’emigrazione letteraria polacca. Era uno dei fondatori della nota rivista Kultura, era un ex detenuto di un Gulag, che scrisse il romanzo Drugoj mir (Un altro mondo) riguardo ciò. Visse in Italia e fu, tra l’altro, il genero dell’influente intellettuale italiano Benedetto Croce (che in parte spiega il perché il suo romanzo sul Gulag uscì in Italia molto presto, già negli anni Cinquanta). In un modo o nell’altro, la scelta di quest’ultimo in qualità di autore era totalmente logica. Grudziński scrisse una meravigliosa premessa, dove si diceva che la prosa di Šalamov permetteva di discutere del mondo dei lager senza preconcetti politici, utilizzando strumenti puramente letterari.

I racconti di Kolyma ci obbligano a riconoscere che nel XX secolo i diversi regimi isolavano gli uomini nei campi di concentramento. Il regime staliniano lo faceva proprio allo stesso modo di quello hitleriano. La casa editrice rinunciò a stampare questo testo. Qualsiasi confronto tra i realia comunisti e nazisti erano inammissibili. Di conseguenza, Grudziński stampò la sua introduzione in un testo a parte a Napoli nel 1998. Cioè, come vede, le testimonianze di Šalamov furono accolte con difficoltà in Europa, mentre la loro pubblicazione era accompagnata da conflitti.

— A differenza dell’epoca della guerra fredda, l’Europa non è adesso divisa dalla cortina di ferro. I paesi e i popoli dell’Europa centrale e orientale sono integrati in uno spazio comune. La loro esperienza delle relazioni con il nazismo e il comunismo si differenziano fortemente da quella che toccò vivere alle società dei paesi occidentali. Questo fatto non influisce anche sulle riflessioni europee sul Gulag?

— Penso di sì. Ciò effettivamente prepara una nuova prospettiva sia da un punto di vista scientifico sia sociale. Possiamo giustificare l’inclusione concettuale dell’esperienza sovietica in quella europea proprio grazie ai paesi dell’Europa orientale. La loro resistenza ai sistemi totalitari, la loro memoria delle repressioni vissute permettono di rendersi conto che la soppressione dei diritti fondamentali è delle libertà dell’uomo, la distruzione dei valori, che adesso noi riteniamo europei, ha avuto luogo all’interno di diversi sistemi sociali, cioè anche questo è parte dell’esperienza europea. È molto importante che questa memoria sia conservata. A differenza dell’Olocausto, che in questo senso adesso è ora protetto in modo affidabile, riguardo a queste ultime repressioni non ho nessuna certezza. In aggiunta, ai giorni nostri per una moltitudine di ragioni in Occidente nuovamente emerge la sfiducia nei confronti della politica della memoria, che è perseguita in alcuni paesi dell’Europa centrale. I tentativi di onorare la memoria delle vittime del comunismo insieme con quelle del nazismo spesso sono percepiti come estremamente reazionari o persino antisemiti. A differenza dell’Olocausto, qui non esistono principi condivisi per costruire questa memoria. In Occidente sono affrontati con una certa esitazione e, contemporaneamente, causano conflitti anche in Russia.

— Se viene individuata la concezione prevalente su come guardare alle repressioni staliniane nell’Europa occidentale, la vedrebbero come una proprietà dell’ideologia comunista o, al contrario, come una manifestazione della natura «eterna» dello stato russo?

— È importante rispondere alla domanda su chi esattamente sarà guardato. Penso che qui ci siano opinioni divise. Qualcuno lega ciò esclusivamente alle particolarità dello stato sovietico. Tuttavia, come mi sembra, una piena consapevolezza dell’esperienza, vissuta dalla popolazione dell’Unione Sovietica, non è avvenuta in Occidente. Ecco un altro esempio: il 27 gennaio in tutta Europa si ricordano le vittime dell’Olocausto, si tengono eventi, vengono pronunciati discorsi. Eppure dove c’è una data analoga per le vittime dello stalinismo? Infatti, tra loro c’erano anche dei nostri compatrioti. Suvvia! Includiamo finalmente questo fenomeno nello spazio mentale europeo.

Fonte: m.colta.ru, 10/03/2020 – di Stanislav Kubaldin, traduzione di Rebecca Gigli

Rebecca Gigli

Galeotto fu l'incontro con la letteratura russa. Infatti, nel mio caso, la passione per la Russia e la sua cultura sono nate dalla scoperta dei suoi scrittori. È stato naturale, quindi, scegliere di studiare lingue all'università. Anche adesso, dopo aver conseguito la laurea magistrale, continuo a coltivare il mio interesse per il mondo slavo. In particolare, spero di tornare presto a visitare questo paese dalle mille contraddizioni, ma dal fascino ineguagliabile

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