“Ci colpiscono perché non ci difendiamo”. L’allenatore dei ciclisti russi sulla causa contro la WADA

Per più di tre anni i ciclisti russi Kirill Sveshnikov, Dmitrij Strachov e Dmitrij Sokolov hanno lottato per il diritto di dimostrare la propria estraneità alle accuse di doping e per ottenere un risarcimento per l’attività dell’Agenzia mondiale antidoping (WADA) e della sua commissione indipendente con a capo Richard McLaren che hanno tolto loro il diritto di partecipare all’Olimpiade e hanno inferto un duro colpo alla loro reputazione.

Senza risultato: il Tribunale superiore della provincia dell’Ontario (Canada) non ha neppure esaminato la loro causa civile. In un’intervista a TASS Aleksandr Kuznetsov, allenatore degli atleti e padre della vincente tennista russa Svetlana Kuznetsova, ha parlato di questa decisione.

Nel settembre del 2017 Sveshnikov, Strachov e Sokolov fecero causa alla WADA e a McLaren, le cui conclusioni sull’esistenza di un sistema di doping in Russia avevano gettato un’ombra sulla reputazione degli atleti e non avevano permesso loro di disputare le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Il Tribunale superiore della provincia dell’Ontario avrebbe dovuto esaminare la richiesta di risarcimento pari a sei milioni di dollari come indennizzo per il danno arrecato “in seguito a negligenza, diffamazione, dannosa menzogna, abuso d’ufficio e congiura”.

A marzo il tribunale ha rigettato l’accusa, sentenziando che il parere legale riguardo l’attività della WADA e di McLaren non rientra nella propria competenza. Il Tribunale arbitrale dello sport (CAS) aveva deliberato su questa faccenda già nel 2016, rigettando l’istanza di riesame poiché la decisione di non ammissione ai Giochi non era stata presa dall’Unione ciclistica internazionale (UCI), ma dal Comitato olimpico internazionale (CIO) che non era nella lista dei citati.

Aleksandr Anatolevič, come ci si aspettava, la settimana scorsa la WADA ha appoggiato la decisione del Tribunale superiore della provincia dell’Ontario di non esaminare la causa intentata da Sveshnikov, Strachov e Sokolov. Come valuta questa decisione?

Il fatto che la WADA sia soddisfatta della decisione del tribunale canadese di rigettare l’istanza dei ciclisti russi esige dei chiarimenti. Gli atleti cercavano giustizia proprio nel tribunale in Canada dove è registrata la WADA e dove il professor McLaren ha la propria residenza anagrafica. Questa decisione è stata preceduta da un processo legale durato 30 difficili mesi. Gli interessi degli atleti sono stati difesi da uno dei principali studi legali canadesi, convinta che i fondamenti per esaminare questa causa proprio in Canada fossero sufficienti. E per due anni è riuscita a dimostrarlo con successo.

Dal canto loro i legali della WADA e del professor McLaren capivano benissimo l’inesorabilità della sconfitta dei propri assistiti in caso di un’istruttoria aperta e indipendente.

Il professor McLaren aveva assunto i migliori legali di tutto il Canada, anche gli interessi della WADA erano difesi da avvocati esperti e il loro scopo principale era diventato sottrarsi al reale processo giudiziario, cosa che alla fine gli è riuscita.

Perché è così convinto che gli atleti avrebbero ottenuto una vittoria?

Era stata raccolta dagli atleti una base probatoria che non dava spazio a dubbi sulla loro innocenza. Al professor McLaren mancavano totalmente argomenti di accusa, mentre la WADA, prendendo provvedimenti punitivi senza alcuna imputazione, aveva palesemente violato il proprio regolamento.

È chiarissimo che sia il signor McLaren che i rappresentanti della WADA comprendevano la propria sconfitta in caso di udienza di merito. E proprio per questo tutti i loro sforzi si sono concentrati per evitare il processo giuridico, non permettendo lo svolgimento di udienze di merito.

Finisce tutto qui?

Trenta mesi di lavoro dei legali costano molto. I ragazzi non hanno tutti quei soldi ma grazie all’aiuto di amici e dei nostri tifosi siamo riusciti a superare questa prova. E se per la WADA i soldi non sono un problema (semplicemente multano un po’ più caro la stessa Russia), il professor McLaren che ha distrutto il destino sportivo non solo di questi ragazzi ma anche di altri atleti russi ha dovuto in questi trenta mesi di procedura giudiziaria non solo cambiare il pannolino ma anche scomodare personalmente i risparmi per la pensione.

Continuare il contenzioso e ricorrere in appello non è sostenibile economicamente per i ragazzi. In tutto ciò è estremamente chiaro come difficilmente uno dei tribunali canadesi si azzarderà ad interrompere questa tendenza antirussa, aprendo un’udienza di merito senza speranze per McLaren e per la WADA.

Non c’è rammarico per aver speso invano tempo e soldi?

Con questa azione legale i ragazzi hanno creato un importante precedente per la difesa di tutto lo sport russo, hanno dimostrato realmente la debolezza della posizione del signor McLaren. Tuttavia, questo non risolve in alcuna misura il problema principale, ovvero la totale mancanza di difesa degli atleti russi dalle aggressioni premeditate e illegali.

Davvero, non ci si salva che da soli.

Cos’altro?

Non è normale che nei quattro anni passati dopo i Giochi di Rio il Comitato olimpico russo non abbia mosso un dito per difendere i propri atleti.

Ci colpiscono perché non ci difendiamo, incentivando così ulteriori attacchi. Il Comitato olimpico russo alla vigilia delle Olimpiadi a Rio ha utilizzato al massimo le risorse amministrative, vietando agli atleti di rivolgersi al tribunale sportivo per difendere i propri diritti. Il fatto che una serie di atleti sia riuscita ad ottenere in tribunale il diritto di partecipare alle Olimpiadi è avvenuto nonostante le richieste del Comitato olimpico russo.

La deplorevole iniziativa del Comitato olimpico russo di suddividere gli atleti russi in “puliti” e “non puliti” ha assicurato per molto tempo la disuguaglianza rispetto agli atleti stranieri che allo scadere della pena ritornano puliti.

Per molti anni il comitato olimpico nazionale ha osservato indifferente mentre la WADA rendeva la vita degli sportivi russi un incubo e ha pensato di rivolgersi ad un tribunale solo quando ai propri dipendenti è stato vietato di partecipare ai Giochi olimpici.

Tutto ciò nonostante sia suo obbligo, secondo uno dei punti del Comitato olimpico russo, difendere gli olimpionici russi. Questo compito lo stanno svolgendo piuttosto male.

 

Fonte: Tass, 30/03/2020. Intervista di Artem Kuznetsov. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Alessandro Lazzari

Originario della provincia di Treviso, nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

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