Un weekend buriato: mescolato, non agitato

Un fine settimana in Buriazia per gli abitanti della Russia centrale non è un’idea molto allettante. Un volo di sei ore, cinque ore di fuso orario, jet lag, insonnia, stanchezza, il bisogno di vedere il più possibile in due giorni, e poi di nuovo a casa. Cosa si può scoprire in quest’arco di tempo?

Ho scoperto che mi aspettava un viaggio simile mentre ero al Cremlino, a una mostra dedicata a Pietro I. Egli non era mai stato in Buriazia, ma comunque non temeva l’ignoto. Inoltre, il Cremlino si stava giusto preparando a festeggiare il Capodanno buriato, il Sagaalgan, il che mi è sembrato un buon segno. Così, ho fatto scorta di panini prima del lungo viaggio, ho appreso il significato della parola “goroo” e mi sono preparata psicologicamente ai -14 gradi previsti. Si prospettava un weekend difficile.

Repubblica di Buriazia. Regione Tunkinskij. Foto: Sonja Ljaškevič/Strana.ru
Preghiere squillanti

I datsan buriati sono un volo nello spazio aperto. Molto vicino si trova Ulan-Ude con il pesante passato sovietico, i lunghi lampadari di cristallo in hotel di lusso, le sculture di ghiaccio illuminate sulla piazza principale e l’enorme testa di Lenin su un piedistallo. Per strada l’aria è bianca a causa dei camini delle isbe siberiane di legno, ci sono mucche pelose che rovistano nell’immondizia insieme ai cani randagi dal pelo lanoso, fa freddo. E all’improvviso pagode variopinte con i bordi dei tetti rivolti verso l’alto, ruote della preghiera cigolanti, il suono delle campanelle nelle mani dei lama concentrati.

Il buddismo arrivò in Russia nel XVI-XVII secolo dalla Mongolia insieme ai popoli nomadi dei calmucchi. L’impero lo riconobbe come religione ufficiale nel 1742, quando l’imperatrice Elisabetta Petrovna emanò un decreto che consentiva ai buriati di professare il lamaismo. In quell’occasione furono riconosciuti 11 monasteri buddisti.

Ulan-Ude. Piazza dei Soviet. Foto: Sonja Ljaškevič/Strana.ru

Le repressioni sovietiche distrussero tutto. I templi vennero demoliti, i lama furono fucilati o mandati nei lager. Il primo datsan, ovvero monastero con università buddista, aperto durante il periodo sovietico fu Ivolginskij (1945). Esso fu costruito al confine del paese Verchnjaja Ivolga conformemente alle regole del buddismo: vicino a un bosco e a un fiume, affinché i lama potessero comunicare con i padroni del luogo, i savdaki, e i nagi, padroni dell’acqua.

Entrando, qualsiasi visitatore, credente oppure turista, si volta a sinistra e comincia il goroo, ovvero un giro rituale attorno al territorio del monastero. A destra, piccole e grandi ruote della preghiera, le churde, all’interno delle quali, in rotoli, si trovano mantra o testi sacri. Passandoci vicino si fanno girare queste ruote e i rotoli girano al loro interno, come se fossero preghiere pronunciate nell’aria.

Qui la neve scricchiola come le porte nelle casette di legno, dall’aspetto completamente russo, ma con i bordi dei tetti piegati verso l’alto; è così che i buddisti allontanano gli spiriti maligni, provenienti dal cielo. Sulle finestre ci sono disegni di ghiaccio; da quanto non ne vedevo, e così veri. Infatti, non si possono trovare tra gli infissi di plastica delle città.

 Repubblica di Buriazia. Datsan Ivolginskij. Sonja Ljaškevič/Strana.ru  

In un tempio non molto grande (in totale, qui, ce ne sono dieci) si trova una reliquia vivente, il corpo incorrotto del Chambo-lama Itigelov, guida dei buddisti, che nel 1927 raggiunse il nirvana attraverso la meditazione. 75 anni dopo, seguendo le istruzioni che egli diede prima di morire, il suo sarcofago fu estratto dalla terra. Il corpo, che non aveva segni di putrefazione, venne trasferito nel tempio e fu perfino concesso agli scienziati di studiarlo. Oggi viene esposto nel tempio principale, Cogčen-dugan, per alcuni giorni all’anno durante le feste, richiamando così una folla di credenti. Gli altri giorni rimane seduto su un trono di sette cuscini sotto una campana di vetro con due porte. L’accesso a questa è consentito solamente al custode principale e alla gatta Marfa, che ama dormire accanto a lui.

Non lontano, è possibile esprimere un desiderio presso la pietra con l’impronta del palmo della divinità Tara Verde. Bisogna allontanarsi di circa 15 passi, chiudere gli occhi, provare a tornare alla pietra e toccare la sua mano. Se si riesce, il desiderio si avvererà. Qualcuno cammina in modo ardito, audace. Altri timidamente, a piccoli passi, evidentemente, pensando a qualcosa di molto importante. Chiudo gli occhi e senza esitazioni appoggio la mano sulla pietra.

“Oh! Che cosa ha espresso?” Chiede Alla Nasmaraeva, addetta stampa del datsan. “Riuscire a toccare la pietra”, rispondo, e tutti scoppiano a ridere. A volte occorre solo esprimere i desideri giusti. Infatti, ci sono riuscita.

 Datsan Ivolginskij. Pietra della Tara Verde. Sonja Ljaškevič/Strana.ru  
La lingua del Bajkal

In inverno il lago Bajkal assomiglia soprattutto a un enorme campo bianco. A differenza di quello moscovita, l’inverno buriato non scherza. “La temperatura esterna è di -28 gradi, benvenuti a Ulan-Ude”, ha detto all’arrivo l’autista del nostro pulmino low-cost, sconcertando così metà dei passeggeri che, come me, avevano visto delle previsioni più ottimistiche.

Respirare non è facile. L’aria fa bruciare la gola, le narici si chiudono, il vento soffia tra le ginocchia così forte, come se non fossero coperte da pantaloni da sci, ma da jeans leggeri. Splende il sole, ma se si esce un attimo dalla macchina senza berretto, c’è il rischio di prendere un raffreddore.

Il Bajkal d’inverno. Hovercraft. Foto: Sonja Ljaškevič/Strana.ru  

Invece, una calorosa accoglienza ci attendeva al centro visite della riserva del Bajkal. Questo, senza esagerazioni, è davvero spettacolare e il migliore di tutta l’area del Bajkal: con finestre panoramiche sul lago, schermi touch-screen, una stanza per i bambini con delle rocce morbide nere e la possibilità di sentire i “profumi della taiga”. Nel negozio di souvenir si possono comprare pantofole con la scritta “amo il Bajkal”, pietre dipinte, collane di minerali. Da qua si può vedere che, in voliere trasparenti e aperte, sfrecciano come fulmini neri due zibellini di Barguzin, Tučka e Grom, salvati da un allevamento. La salvaguardia dello zibellino è la ragione alla base della fondazione dell’adiacente riserva di Barguzin, la più antica della Russia. Verso il 1916 questi animali furono quasi sterminati; ma in più di cento anni la completa quiete dello zibellino è stata ristabilita e questi si sono moltiplicati: oggi ce ne sono circa 2000.

La riserva del Bajkal conserva i boschi di cedri della catena montuosa Chamar-Daman e l’acqua pura del lago. Paradossalmente, questa era stata creata per la famigerata cartiera del Bajkal, a cui serviva la cellulosa sbiancata, con il cui supporto vennero creati i missili “Bulava” e “Topol’”. Con gli anni, la fabbrica iniziò ad inquinare sempre di più il Bajkal, scontrandosi così con gli ambientalisti, fino a che, finalmente, nel 2013 perse definitivamente la causa e fu costretta a chiudere.

Museo della natura. Animali imbalsamati. Foto: Anton Agarkov/Strana.ru

Sprofondiamo nella neve bianca nel bel mezzo del lago. Il famoso ghiaccio blu trasparente qui non c’è, il vento non è abbastanza forte. Сi sono invece cumuli di neve alti fino alle ginocchia. Qui si può arrivare anche a bordo di un hovercraft. L’inverno al Bajkal dura fino ad aprile, ma il ghiaccio si stabilizza a marzo, e solo in quel momento non è pericoloso muoversi in macchina, anche se, ovviamente, le persone si azzardano già alle prime forti gelate, ma non sempre si è fortunati.

L’ex centro visite, oggi edificio principale della riserva del Bajkal, si trova un po’ più lontano rispetto alla riva, nel villaggio Tanchoj. Qui comincia un sentiero pedonale lungo 2,5 chilometri, con vicino la città etnografica con le case tradizionali degli aborigeni e, all’interno, il museo della natura. Questo appare come un classico museo della storia locale con animali imbalsamati; infatti, riporta la storia del luogo dal 1973. La cosa interessante è nei dettagli. Ogni animale imbalsamato possiede la propria triste storia, conosciuta dal direttore e tassidermista Nikolaj Volodčenkov. L’orso è stato investito da una macchina; il lupo stava inseguendo un cavallo vicino al Bajakal, quindi hanno dovuto sparargli; la lince è finita in una trappola; la foca aveva sulla schiena una ferita causata da un quad che l’aveva investita; la piccola donnola è sbucata da sotto un tronco, trascinato da delle persone, che dallo spavento l’hanno lasciato cadere proprio sopra di lei… “Quasi tutti loro sono vittime dell’influenza umana sulla natura, dice Volodčenkov. Noi arriviamo e violiamo il suo fragile mondo. E il nostro museo in modo eloquente parla di questo. Vedo come i turisti in modo spensierato entrano qui, ed escono come persone leggermente cambiate. Come persone che non danneggeranno la natura per propria volontà.”

La teoria del cocktail

“Ogni buriato sa cucinare i buuzy, questo è certo”, scherza la nostra conducente, il deputato della regione Tunkinskij, Nadežda Dalaeva, facendo accelerare la macchina dal volante a destra verso i monti Sajany Orientali. In confronto a questi, i rilievi della catena Chamar-Daban sembrano delle collinette minuscole. “Da noi la pasta la preparano le donne, mentre la carne gli uomini. Io sono del posto, mentre mio marito è di Ulan-Ude. Mi ricordo, gli dissi: vai a tagliare la carne per i buuzy, ma lui rispose: non so come. Ma adesso ha imparato.”

I buuzy sono il piatto nazionale buriato, meglio noti in russo come “pozy”. Sono dei grossi pel’meni o manty a forma di iurta. Sono enormi. Con tre buuzy si può essere sazi tutta sera. Bisogna solo mangiarli nel modo giusto, per non fare una figuraccia. “Si mangiano con le mani. Prendete un buuz, date un morso velocemente e bevete il brodo, ecco, così” Nadežda abilmente piega la testa all’indietro, “e poi potete tranquillamente mangiarli.”

Facile a dirsi! La pasta scotta, non si riesce a prendere con la mano. C’è così tanto brodo, che sembra che lo versino apposta per ridere dei turisti. Dopo un paio di buuzy il mio piatto ne è la prova, ricordando i resti di una battaglia navale.

Una taverna lungo la strada. Buuzy. Foto: Anton Agarkov/Strana.ru

La regione Tunkinskij coincide quasi interamente con l’omonimo parco nazionale. Qui ci sono montagne imponenti (il punto più alto è Munku-Sardyk, al confine tra Buriazia e Mongolia, 3491 metri), aria pura, la stazione termale “Nilova pustyn’”, nelle cui vasche, da pozzi di cento metri di profondità, sgorga acqua contenente radon. La località sfrutta l’enorme popolarità di stazione balneare, nonostante l’aspetto esteriore che fa subito ricordare i vecchi film sovietici.

Seguendo la riva del fiume di montagna Eche-Ychgun’ si può camminare fino al datsan Burchan-Baabaj, che si erge in un luogo sacro. Qui è conservata una delle principali reliquie buriate, il žalsan, una capsula collocata a 17 metri di altezza contenente antichi testi buddisti. L’altezza è importante: più possibilità di essere ascoltati dalle divinità.

Nei datsan nessuno ci ha rivolto nemmeno una parola. I lama lavoravano, cantavano preghiere, soffiavano in conchiglie giganti che producevano dei penetranti suoni di tromba e sembrava che non prestassero alcuna attenzione a noi. Eppure, all’uscita eravamo coperti di braccialetti, amuleti e ciondoli, come i serge buriati, pali sacri di legno, dove i credenti legano dei nastri in segno di fortuna.

In Buriazia ci sono anche delle chiese ortodosse. Il monastero Posol’skij Spaso-Preobraženskij si erge direttamente sulla riva del Bajkal. Rappresenta uno dei primi monasteri dell’area, fondato nel 1681 nel luogo dell’uccisione di alcuni membri dell’ambasciata russa da parte dei mongoli. Sempre ricco, affollato, si trovava sulla tratta moscovita; qui approdavano le navi e si fermava l’equipaggio di spedizioni e missioni politiche. I diplomatici, strategicamente, erano soliti accogliere gli ambasciatori stranieri presso l’iscrizione commemorativa della lapide di coloro che furono assassinati, il boiardo Erofej Zaboloskij e il figlio Kirill.

Monastero Posol’skij. Foto: Sonja Ljaškevič/Strana.ru

Un prete buriato legge la predica nella chiesa Znamenie Presvjatoj Bogorodicy. Dice che ognuno deve essere capace di lottare contro i propri demoni, qualsiasi essi siano: il fumo, l’alcol o internet. Le parole fanno effetto: prima di andare a ricevere la comunione, un collega per qualche motivo mi dà il suo telefono.

Sta calando il sole. Le mura candide come la neve della cattedrale di Preobraženskij, decorate in stile barocco siberiano, si tingono delicatamente di rosa sotto i suoi ultimi raggi. Nella cappella di Grigorij Dvoeclov su larghi scaffali luccicano dei teschi umani messi in fila. Si tratta di monaci defunti, in attesa dell’eterno riposo.

Un po’ più vicino a Ulan-Ude, nel villaggio Il’inka, sopra le bollenti piscine termali a cielo aperto aleggia un vapore così fitto, che delle persone si percepisce solo la voce. Per due giorni quasi non abbiamo dormito, e adesso è già l’ora di tornare indietro, all’aereo, a guardare dall’oblò un tramonto lungo sei ore. Il cocktail buriato contiene ingredienti che potrebbero provocare una tempesta. È una collisione di religioni, culture, cucine, tradizioni.

Ciononostante, in questa bevanda tutto è mescolato così accuratamente che si vedono le differenze, ma non si percepiscono. Il buddismo e il mantenimento della testa di Lenin, le vasche bollenti e il Bajkal ghiacciato, le iurte con i televisori, i palazzoni sovietici e i cavalli al pascolo all’orizzonte. Che cosa mantiene l’equilibro? “Se qualcosa non ti è chiaro, figlia mia, cerca su google”, dice il padre Gavriil del monastero Posol’skij, ma non c’è alcun motore di ricerca in grado di rispondere a questa domanda.

Si tratta di un pianeta completamente diverso. Solamente il viaggio fino a lì si può misurare in ore terrestri. E anche se alla fine del weekend in testa risuona sonoramente la ruota della preghiera, bisogna per forza ripartire.

 

FONTE: strana.ru – di Sonja Ljaškevič, Traduzione di Alice Bonacina

Alice Bonacina

Da sempre appassionata di lingue e culture straniere, ho deciso di studiare russo con l’inizio dell’università, desiderosa d’intraprendere nuove sfide. Dopo un soggiorno di studio a Nižnij Novgorod e poi a Mosca, che hanno alimentato la mia passione verso la Russia, ora che sono tornata nella mia Bergamo, tradurre per RIT mi aiuta ad alleviare la nostalgia verso questo affascinante paese.