Recensione di “Grande Madre Acqua”, di Živko Čingo

“Grande Madre Acqua” (1971) è un romanzo del macedone Živko Čingo. Protagonisti sono i bambini, abitanti di un rigido e grigio orfanotrofio, che sperano di vedere, un giorno, la “Grande Madre Acqua” al di là del muro di cinta.

Per leggere questo libro ci mettiamo gli occhiali dell’infanzia, non l’infanzia spensierata di bambini allegri accuditi da genitori amorevoli, ma quella di coloro che da soli sopravvivono proprio grazie al loro essere bambini.

Copertina di "Grande Madre Acqua"
Copertina di Grande Madre Acqua, ed. CasaSirio, 2018

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella Repubblica Socialista di Macedonia, tutti i bambini rimasti senza genitori sono accolti nell’orfanotrofio “Chiarezza”: mai nome fu tanto ossimorico per un posto che sembra lasciare davvero poco spazio alla luce, alla comprensione e a tutto ciò che quel sostantivo evoca. Un mondo spoglio, sporco, chiuso, silenzioso, dove ogni bambino sembra essere nient’altro che una larva, una strisciante piccola larva che cerca il giusto buco in cui nascondersi per non incorrere in nessuna punizione.

Il piccolo Lem racconta in prima persona, con tonalità vivaci, colorite e surreali la sua esperienza nell’orfanotrofio. Lem è costretto a lasciare gli zii, che non possono accudirlo, per entrare in questo mondo a parte, delimitato da un muro che diventa per ogni bambino il simbolo della sua prigionia.

Lem incontra presto Keiten, un bambino considerato monello e screanzato, in realtà solamente morbosamente legato alla sua infanzia, al suo mondo dei sogni e, soprattutto, alla sua risata. Una risata dissacrante che lo mette spesso nei guai: è vietato ridere dinanzi agli ordini del direttore dell’orfanotrofio, il severo e burbero Ariton Iakovleski, chiamato anche il “Piccolo Padre”; è vietato ridere dinanzi alla sua crudele vice, una donna meschina che gode nell’infliggere punizioni ai bambini, Olivera Srezoska; è vietato ridere ed è vietato giocare, è vietato essere se stessi.

Ma Keiten non rispetta nessuna di queste regole ed offre a Lem e agli altri bambini la cosa più pura che ha, un sogno: la Grande Madre Acqua, che si materializza tra loro sotto forma di voce, canto, melodia che riempie i loro occhi stanchi. La Madre Acqua si trova al di là del muro, i bambini non possono raggiungerla, così come non possono raggiungere l’immaginario Monte Senterlev, il Monte da cui nasce il sole, ma possono immaginarli e possono sentire la loro calda presenza.

La Madre Acqua rappresenta un pensiero consolatorio, una carezza benevola, l’innocenza che tutti non vogliono perdere. Essa è sempre associata a sensazioni di speranza e di pace, difatti non è presente durante i più bui momenti che attraversa l’orfanotrofio: l’epidemia di pidocchi, la morte del campanaro – il compagno Aneski –, o durante le severe punizioni che colpiscono i bambini e le bambine, costretti a spogliarsi nudi nel cortile, a subire il freddo e le intemperie.

In quei momenti la Madre Acqua è lontana e muta, ma la sua assenza è solo temporanea: nei sogni di ognuno il suo sciabordio non termina mai, li culla nella segretezza.

Statua di Čingo, Skopje
Monumento dedicato all’autore sul ponte delle Arti, Skopje

I capitoli si susseguono raccontando episodi non ben collocati nel tempo; non esiste un tempo preciso nella narrazione di Čingo, tutto accade “per secoli”, le stagioni non si avvicendano con regolarità. Le punizioni e le crude descrizioni delle giornate dei bambini – come la straziante sequela di azioni e punizioni che si susseguono dopo aver scoperto che qualcuno ha osato imbrattare il ritratto di Stalin –, si alternano a momenti dai toni più lieti, quelli dove i bambini si beano delle storie di viaggi dello zio Lenten, che rifornisce di legna l’orfanotrofio, o delle poesie del maestro Trifoun Trifounoski che, in un mondo arido e spoglio, utilizza per esprimersi solo la poesia.

La narrazione è scorrevole e animata, si passa con maestria dalle descrizioni più grezze al lirismo, creando un mondo dalle tinte buie illuminato sporadicamente da un fascio di sole.

Il grigiore dell’ambiente viene continuamente mischiato al colore brillante delle risate di Keiten, al suo andamento sghembo, la sua dolcezza, il suo rappresentare una resistenza e una ribellione che hanno tutta la tenerezza dell’infanzia, elementi che collassano ed esplodono insieme nell’ultimo capitolo evidenziando l’unica cosa che ogni bambino ha sempre chiesto dal profondo del cuore: amore.

 

La Madre Acqua era ovunque, e lì dentro era la sola cosa che ci ricordasse la vita

 

Recensione di Simona Carosella


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