Lev Rubinštejn: il folclore della quarantena

A un certo punto, molto prima della comparsa di Internet, è nato il termine «villaggio globale» per indicare il mondo dell’informazione contemporanea nel quale, grazie alla comparsa e alla diffusione dei media e delle tecnologie elettroniche – che garantiscono una pressoché immediata diffusione delle informazioni – fattori che prima erano di primaria importanza, come, ad esempio, la distanza geografica, non giocano più alcun ruolo.

Così, un mondo enorme si rimpicciolisce metaforicamente fino a raggiungere la dimensione di un villaggio, dove tutti vengono a sapere tutto di tutti immediatamente, dove noi, che viviamo a Mosca o a Parigi, sappiamo molto di più di un uomo che ci interessa, ma che vive in una piccola cittadina dell’Australia, che dei nostri vicini, che vivono al piano di sopra, ma ci interessano poco (sempre che questi vicini non abbiano il passo troppo pesante e non abbiano perdite d’acqua).

L’inaspettata situazione di quarantena totale nella quale ci siamo trovati tutti è anch’essa, a suo modo, una sorta di “villaggio”. Quantomeno nel senso che tutti noi, come gli abitanti di un villaggio, ci siamo trovati ad essere uniti dalle stesse preoccupazioni, ansie, speranze, problemi quotidiani e faccende abituali, comuni e comprensibili a tutti.

La quarantena attuale si differenzia drasticamente dalle quarantene del passato innanzitutto per il fatto che è effettivamente globale. Essa ha trasformato il mondo intero in un unico villaggio, dal quale non è possibile raggiungere la città: non esiste, oggi, nessuna città. Tutto è un villaggio.

Un tratto caratteristico della vita del villaggio, anche di quella metaforica, è costituito dal ruolo peculiare del folclore, creatore di significati e cemento della vita sociale.

Questo ruolo è fondamentale anche nel nostro villaggio, in quello “digitale”.

Uno dei procedimenti stilistici principali dei testi folclorici è costituito dal cosiddetto parallelismo. Ad esempio, nella famosa canzone: «Non è il vento che piega il ramo, non è la quercia a rumoreggiare. È il mio cuore che geme, che trema come una foglia autunnale». Cose di questo tipo si trovano in molte canzoni, byline, fiabe, filastrocche, proverbi e modi di dire.

Alla ricerca di parallelismi adeguati all’epos spontaneo che prende vita in nostra presenza e con la nostra partecipazione, noi proviamo a rinvenirli in analoghe circostanze storiche. Ci proviamo con tutte le nostre forze, anche se ci rendiamo conto che la situazione attuale si colloca marcatamente fuori dal ritmo della storia. Rimasta sola nel bel mezzo di un campo aperto, essa si guarda intorno nervosamente alla ricerca di paralleli e analogie e non riesce a trovarli.

Chi può, ad esempio, ai giorni nostri, iniziare una frase con le parole «Invece durante la scorsa pandemia…». Oppure: «Vi ricordate come ce ne stavamo ognuno a casa propria?».

La poetica, il lessico, la fraseologia e le particolarità dell’intreccio delle storie orali o scritte, che fino a pochissimo tempo fa iniziavano con un attacco di routine, del tipo: «Oggi in metro ho visto…», oppure «Al bar, al tavolo accanto c’erano due ragazze, e una ha detto all’altra….», si sono come volatilizzate in un qualche passato lontanissimo, che non sembra più neanche troppo verosimile.

Le conversazioni e le fantasie sul futuro post-quarantena, sempre che ai giorni nostri esse abbiano luogo, quanto a intonazione ricordano quelle conversazioni tra commilitoni nei film di guerra, fatte col cuore in mano, nei brevi momenti di respiro tra una battaglia e l’altra:

«Tu prima della guerra che facevi? Eh? Il parrucchiere? E io ero maestro di disegno e di tecnica. E, dimmi, amico mio! E appena finisce la guerra, immediatamente, che cosa farai? Io, per esempio, intanto dormo come si deve, e poi vedo. In generale, voglio studiare. E la tua fidanzata è bella? E una fotografia ce l’hai? Io ce l’avevo, fratello, ma vanno e vengono, capita nella vita…Com’è che ti chiami, a proposito?»

Ma quali paralleli storici, in fin dei conti, possono venirci in mente?

Ci viene in mente, ovviamente, la peste nell’Europa medievale e anche i suoi lasciti di sublime valore artistico, come, ad esempio, il Decameron.

Ci viene in mente anche la raffigurazione, per noi tutti così preziosa, di quell’antico e lontano flagello nero, intitolata Il banchetto in tempi di peste [tragedia in un atto di A. Puškin – traduzione di un frammento di The City of the Plague, del poeta scozzese John Wilson – scritta nell’autunno del 1830, durante l’epidemia di colera che aveva colpito la Russia. Il poeta trascorre questo periodo nella località di Bolodino, da cui l’espressione “autunno di Bolodino”, che indica la fase di maggiore produttività artistica di Puškin. N.d.T.].

Ci viene in mente anche quella stessa quarantena durante l’epidemia di colera, che ci ha regalato non soltanto la suddetta opera e altri piccoli e grandi capolavori, ma anche il termine storico-letterario che in ogni biografia artistica designa un periodo di potenziata e ispirata produttività artistica: in un “autunno di Bolodino” come giustificazione in prospettiva storica della nostra odierna reclusione totale ripongono le speranze, in modo più o meno scoperto, se non tutti gli scrittori, almeno molti di essi, molti di noi.

Per quanto riguarda l’“autunno di Bolodino” individuale, a qualcuno va meglio, a qualcun altro peggio. Ma quello collettivo, digitale, che sta prendendo vita secondo le leggi del folclore contemporaneo, dispiega le ali con decisione dritto davanti ai nostri occhi. Anche se non si tratta di un autunno, ma di una primavera…

Possiamo osservare in questi giorni un’abbagliante esplosione di rivitalizzazione folclorica.

Del folclore della quarantena, rigoglioso di variopinti ed esotici fiori, in qualche modo mi sono ritrovato complice anch’io. Del resto, come rifiutarsi? E perché, poi?

Inizialmente ho scritto nella mia pagina Facebook:

«Comunque, alla frase – In questi giorni difficili dobbiamo tenerci il più possibile alla larga l’uno dall’altro – è dura abituarcisi».

E dopo un paio di giorni ho scritto:

«Credo che sia arrivato il momento di comporre dei testi per dei manifesti su temi igienici di scottante attualità.

Come, ad esempio:

“Chi si tocca la faccia è un’orribile bestiaccia”

Brusco? Sì, abbastanza brusco. Ma questi sono i tempi, non possiamo farci niente.

Oppure, ad esempio:

“La mascherina non la porti?

Le mie carezze te le scordi”.

Qui, tuttavia, non possiamo non notare che la prospettiva di essere privati proprio delle MIE carezze non è considerata da tutti con la stessa tragicità. Pertanto, nel manifesto deve essere raffigurata qualcosa, delle cui carezze non vogliamo assolutamente essere privati. Bisogna pensarci seriamente.

Oppure:

“Non afferrate, puttanelle,

Delle porte le maniglie!”

Un pochino rozzo, ma rimane impresso, e questo è l’importante.

E poi, cos’altro?»

Immediatamente dopo questo “E poi, cos’altro?” si è scatenato un vero e proprio ciclone, per non dire uno Sturm und Drang, ad opera dei numerosi commentatori, insolitamente carichi di esplosiva energia creativa.

Lasciata ai commentatori, con entusiasmo e ammirazione, questa terra pressoché incontaminata, mi sono fatto da parte e ho cominciato a richiamare alla mente citazioni di ogni tipo.

Ho cominciato a ricordare cose risalenti a quella o quell’altra epoca pre-quarantena, cose lontane e per niente straordinarie, ma cariche, ai nostri giorni, di un’attualità diversa, del tutto nuova e viva.

Mi sono ricordato, ad esempio, un’immagine mossa e poco a fuoco, come una vecchia foto in bianco e nero, della lontana infanzia nella kommunal’ka.

Mi sono ricordato di come lo zio Kolja, suonatore di fisarmonica con una gamba sola e non molto sobrio a qualsiasi ora del giorno, avanzava per il corridoio poco illuminato, accompagnato dal rimbombo delle stampelle,e di come quella burlona dispettosa di Tonja gli camminava accanto, punzecchiandolo col dito sul fianco e cantando con voce volontariamente sgradevole: «Resta a casa, Nikolaj, tu là fuori non ci vai!»

Beh, sì – penso, ricordandomi quell’episodio insignificante – era proprio vero, anche se cantato in modo piuttosto stonato da Tomka dalla faccia stupida.

Mi sono ricordato pure un fantastico verso di una vecchia poesia di Viktor Kobal’. Nella poesia venivano descritti un incidente automobilistico in una strada fuori Mosca e la folla che si raduna lì attorno. Un vigile urbano, giunto sul posto, urla al megafono, rivolgendosi al pubblico ammassato:

«Tornatevene a casa, in fretta! La vostra tragedia lì vi aspetta!»

Adesso leggiamo in modo completamente diverso questo versetto, carico di un senso filosofico profondo.

Mi è venuta in mente anche una citazione da Pasternak, nella quale ho dovuto cambiare solo una parola alla fine affinché suonasse “come si deve”:

«E le assonnate lancette non hanno voglia di girare nel quadrante. E più di un secolo dura un giorno. E gli abbracci sono proibiti». [la citazione è tratta dalla poesia Edinstvennye dni, il cui ultimo verso recita «I ne končaetsja ob’’jatie» («E l’abbraccio non ha fine»). N.d.T.]

Oppure ecco qui una citazione, leggermente modificata, da una vecchia canzoncina, con tutte le carte in regola per diventare un energico slogan di un manifesto igienico-sanitario:

«Siamo così vicini, che è meglio allontanarsi» [nella canzone originale (Veselaja čas i bol’ raszluki) il verso recita: «My tak blizki, čto slov ne nužno» («Siamo così vicini che non servono parole»). N.d.T.]

E poi nell’immaginazione irrefrenabile ha fatto prepotentemente capolino il finale standard per ogni annuncio nelle sale cinematografiche:

«Nel film sono contenute scene di strette di mano e abbracci, visi toccati, e sono presenti nelle inquadrature personaggi privi di mascherine e guanti».

Beh, e così via.

E, infine, ritornando al tema della vita di villaggio e della visione contadina del mondo, a suo modo saggia, riporterò una storiella, raccontatami un tempo da un amico. Questa storia è buona non soltanto come raffigurazione lampante della suddetta visione del mondo, ma anche come indubbio, seppur timido, germoglio di incrollabile ottimismo, capace di spuntare attraverso delle lastre di cemento.

Un giorno, raccontava il mio amico, lui e la moglie, seguendo la dritta di un amico, andarono a trascorrere una settimana in un piccolo villaggio dell’Abcasia. In vacanza.

Affittarono, sempre su consiglio di quegli stessi amici, una stanza presso un simpatico anziano abcaso. 

E andava tutto bene, se non che il giorno dopo cominciò una pioggia infinita. Un giorno di pioggia, un altro, poi un terzo…

Il mio amico e sua moglie, ovviamente, si scoraggiarono. Non erano arrivati fino ai confini della terra per starsene chiusi a casa!

Il quarto giorno di pioggia il padrone di casa dichiarò con sicurezza: «domani smette».

«Come fa a saperlo?» chiesero i miei amici, tra il dubbioso e lo speranzoso.

«Perché sennò – disse quello con convinzione – quel ruscello là esce dagli argini e mi allaga tutto il giardino. Non va bene. Non deve succedere».

Il giorno successivo smise di piovere.

 

Fonte: story.ru , di Lev Rubinštejn, Traduzione di Benedetta Lazzaro

Benedetta Lazzaro

Inizialmente sembrava trattarsi di un’infatuazione adolescenziale per Dostoevskij (ci siamo passati tutti), poi con lo studio della letteratura russa è cominciato il vero amore. Nutro anche un profondo interesse per la storia e la cultura sovietica in tutte le sue manifestazioni. Siciliana di nascita ma siberiana per vocazione, mi sono laureata in Slavistica alla Ca’ Foscari di Venezia nel 2019