La giornata nera della CIA: sessant’anni fa l’abbattimento dell’aereo-spia U-2 sui cieli sovietici

Sessant’anni fa, il primo maggio 1960, l’artiglieria antiaerea sovietica riuscì ad abbattere il velivolo-spia americano Lockheed U-2 pilotato da Francis Powers. Questo incidente giocò un ruolo chiave nei rapporti tra le due superpotenze nel contesto della guerra fredda, acutizzando il confronto.

La decisione di costruire un aereo di ricognizione “inabbattibile” fu presa dall’amministrazione americana a metà degli anni Cinquanta dopo il fallimento dei negoziati sui “cieli aperti”. Si trattava di promuovere l’osservazione aerea reciproca sul territorio americano e sovietico, ma allora l’Unione Sovietica non accettò le condizioni proposte. Allo stesso tempo per gli americani era di vitale importanza ottenere informazioni sull’arsenale atomico dell’URSS, sulla quantità di bombardieri strategici M-4 e sul sistema di difesa contraerea.

L’aereo Lockheed U-2 fu costruito in tempi brevissimi e in quel momento (il primo volo avvenne il primo agosto 1955) era veramente invulnerabile. Effettuava voli ad un’altezza di 21.000 metri e per una distanza superiore ai 3500 chilometri, mentre un potente apparecchio fotografico permetteva di eseguire rivelamenti con una risoluzione di 0,76 metri (da un’altezza di 18.000 metri). Utilizzava questo aereo una divisione segreta della CIA, il “Reparto 10-10”.

L’aereo-spia americano U-2 (Foto: AP)

Il primo volo sull’Unione Sovietica avvenne il 4 luglio 1956. Il sistema di difesa antiaerea intercettò l’ospite indesiderato, tuttavia in quel momento non c’erano mezzi per abbatterlo. Il C-75 “Dvina”, un sistema missilistico antiaereo in grado di svolgere questo compito, fu preso in dotazione solo un anno e mezzo dopo. I piloti americani si sentivano a proprio agio nei cieli sovietici, gli U-2 compierono più di una ventina di voli di ricognizione nel corso dei quali ottennero una moltitudine di preziose informazioni (tra cui, per esempio, dati sulla posizione del poligono missilistico Tjuratam № 5, l’attuale cosmodromo di Bajkonur). Come più tardi ricordò Francis Powers, in generale i piloti non erano stati preparati all’eventualità di essere abbattuti: non erano stati elaborati piani di evacuazione, di comunicazione con i propri compagni, ecc. L’unica opzione era l’ago col veleno.

Il volo di esplorazione del primo maggio 1960 doveva essere uno dei tanti, praticamente un’operazione quotidiana. L’U-2 di Powers partì dalla base aerea pakistana di Peshawar e avrebbe dovuto percorrere sui cieli sovietici l’itinerario Stalinabad – Mare d’Aral – Čeljabinsk – Sverdlovsk – Kirov – Arcangelo – Severodvinsk – Kandalakša – Murmansk, dopodiché atterrare in Norvegia.

Francis Powers (Foto: AP)

L’U-2 fu rilevato dai radar della difesa contraerea praticamente subito dopo l’entrata nello spazio aereo dell’Unione Sovietica, tuttavia per molto tempo non si riuscì ad abbatterlo. Ad intercettarlo si alzarono i caccia ma a causa dell’elevata altezza di volo non poterono fare nulla. La situazione si stava infiammando: un americano volava tranquillo sul territorio dell’Unione Sovietica già da molte ore e anche Chruščëv ne era a conoscenza. Questi pretese l’abbattimento della spia a qualsiasi costo (uno dei piloti dei Sukhoi Su-9 ricevette persino l’ordine di speronare il nemico), in caso di insuccesso sarebbero probabilmente seguite severe decisioni al comando…

Alla fine, non distante dalla città di Čeljabinsk-40, oggi Ozërsk, dove si trova il famoso impianto “Majak” (per la produzione di materiale nucleare destinato alla fabbricazione di bombe atomiche, ndt), l’U-2 entrò nella zona di portata dell’artiglieria della 57° brigata dotata del nuovissimo complesso missilistico antiaereo C-75. Come si seppe più tardi, proprio il primo missile sparato andò a segno, facendo esplodere il velivolo da dietro. Tuttavia, i suoi rottami, comparsi nei radar, furono scambiati per interferenze messe in scena appositamente, pertanto il lavoro contro l’obiettivo continuò. Complessivamente furono lanciati 14 missili, una divisione attaccò per errore un paio di caccia MiG-19, uno di questi fu abbattuto e il pilota ucciso. L’indagine condotta successivamente rivelò che la causa dell’incidente fu la mancanza di un minimo coordinamento tra le truppe e il comando centrale, ovvero uno non sapeva cosa facesse l’altro e viceversa. È possibile che abbia inciso il nervosismo generale durante il compimento della missione.

Francis Powers nel frattempo cercò di uscire dal velivolo in caduta libera. A causa dell’esplosione la struttura si era deformata ed era impossibile catapultarsi fuori senza rischi per la salute. Il pilota decise di uscire da solo, dimenticandosi però di staccare il tubo della maschera per l’ossigeno e per poco non morì. Riuscì ad uscire del tutto dalla cabina e ad aprire il paracadute solo ad un’altezza di 5.000 metri. A terra lo arrestarono, dopodiché lo processarono e alla fine lo scambiarono per la spia Rudolf Abel.

Il processo al pilota Francis Powers (Foto: Vladimir Savostjanov / TASS)

Quando l’U-2 fu abbattuto, iniziò una nuova tappa del confronto, questa volta per vie diplomatiche. Gli americani, che avevano sempre negato di effettuare voli di ricognizione nei cieli dell’Unione Sovietica, ammisero solo la perdita dell’aereo. Affermarono si stesse svolgendo una missione della Nasa e l’U-2 stesse conducendo ricerche meteorologiche quando il pilota aveva perso i sensi e il velivolo, già impostato sul pilota automatico, era atterrato casualmente sul territorio dell’Unione Sovietica. Allora non erano ancora a conoscenza del destino di Powers. Tuttavia, qualche giorno dopo l’URSS comunicò che il pilota era vivo e aveva rivelato la propria colpevolezza, il relitto dell’aereo fu analizzato e non rimasero dubbi sul fatto che si trattasse di una missione di spionaggio. In tutto ciò, per il 16 maggio a Parigi furono organizzati dei negoziati tra le maggiori autorità dell’Unione Sovietica e quelle dei paesi occidentali per discutere misure per ridurre la tensione. Ciononostante, poiché la parte americana si rifiutava di scusarsi pubblicamente per la politica condotta fino ad allora, l’incontro fu inefficace.

Perlomeno, dopo lo scandalo di spionaggio con Powers, i cieli sopra l’Unione Sovietica cessarono di essere un “porto di mare” per l’aviazione da ricognizione del nemico e gli aerei U-2 persero per sempre lo status di “inabbattibili”.

Il relitto del velivolo Lockheed U-2 abbattutto in Unione Sovietica il primo maggio 1960 (Foto: Sergej Preobraženskij, Vladimir Savostjanov / TASS)

Fonte: Rossijskaja Gazeta, 01/05/2020. Articolo di Aleksej Ivanov. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Alessandro Lazzari

Originario della provincia di Treviso, nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.