Recensione de “La bambina dell’hotel Metropole”, di Ljudmila Petruševskaja

La Bmbina dell’Hotel Metropole: la dirompenza dell’anticonformismo.

Ljudmila Petruševskaja regala ai suoi lettori un memoir crudo, sopra le righe, rendendoci testimoni della storia sofferta della sua infanzia, nel dolore dell’emarginazione più totale. La bambina dell’hotel Metropole è stato pubblicato per la prima volta in Russia nel 2006 (riedito nel 2017) ed ha ricevuto il premio Bunin nel 2008; in Italia è stato tradotto nel 2019 da Giulia Marcucci e da Claudia Zonghetti per Francesco Brioschi editore.

Un’autobiografia triste, malinconica, al limite dell’umano, è quella che ci viene raccontata dalla pluripremiata autrice russa Petruševskaja. Dalle pagine de La bambina dell’hotel Metropole fuoriesce con prepotenza un grido di angoscia, che riversa addosso al lettore il tormento di una donna e le ingiustizie subite da una famiglia di “nemici del popolo”, costretta alla fuga e all’emarginazione.

L’opera è contestualizzata principalmente tra Mosca e Samara e si muove in un arco di tempo discretamente ampio (dai primi decenni del ‘900 fino alla fine degli anni Settanta), coinvolgendo le vicissitudini di almeno due generazioni della famiglia della scrittrice.

Con il suo stile inclusivo, Petruševskaja ci racconta di tutti i suoi affetti: l’orgoglio di far parte di una famiglia appartenente all’intelligencija moscovita, l’attaccamento al bolscevico bisnonno “Tato”, l’ammirazione nei confronti del nonno “Kolja” (linguista di fama internazionale, allontanato dalla società per aver contraddetto Stalin), l’amore incondizionato per la mamma (studentessa dell’Accademia d’Arte), i primi anni di vita nell’hotel Metropole e il successivo allontanamento della famiglia dalla società con il primo esilio, l’inizio dell’infanzia trascorsa con la nonna e la zia a Samara (all’epoca Kujbyšev).

Hotel Metropole
La sala grande dell’Hotel Metropol’ di Mosca

Ciò che stupisce è l’ardente ed esplicito desiderio dell’autrice di restituire lustro e dignità alla memoria dei suoi parenti scomparsi e spesso trucidati a causa della loro dissidenza: infatti, la prima parte della narrazione si concentra solo ed esclusivamente su episodi, raccontatile, riguardanti la vita e la morte dei parenti più prossimi. Solo successivamente l’autrice si presenta, rievocando l’episodio della sua venuta al mondo e dei suoi primi ricordi confusi.

Da questo momento in poi, la piccola Ljudmila cresce come derelitta con la nonna e la zia. Non va a scuola, vive in grande povertà, patisce la fame e vagabondeggia selvaggiamente chiedendo l’elemosina fin quando, un “bel giorno”, la mamma non la riporta con sé a Mosca. Arrivata nella capitale, avrà la possibilità di ricevere un’istruzione, vivrà errando (dalle kommunalka a sotto a un tavolo) fino alla laurea in giornalismo e alle successive esperienze lavorative.

Nelle pagine che scorrono, nessun episodio di violenza e crudeltà viene dimenticato: l’autrice agisce egoisticamente, non prova pietà e premura, non risparmia e non protegge il lettore, ma lo investe brutalmente con la macchina della sua memoria, rendendolo testimone del lato oscuro del socialismo sovietico. In tutte le pagine emerge un orgoglio doloroso, una rivalsa anticonformista che rifiuta e rompe con le regole imposte nella Russia staliniana.

La bambina dell'hotel Metropole
La bambina dell’hotel Metropole, Brioschi editore, 2019

Petruševskaja scrittrice soffre, come soffrono i suoi lettori e il suo sé bambina; lei stessa durante un’intervista ha dichiarato di essere dimagrita di 14 kg durante il processo di stesura dell’opera, a causa dei ricordi traumatici che le riaffioravano alla mente.

All’interno della narrazione emergono molteplici emozioni e sentimenti spezzati, pensieri postumi ed elaborati sul momento, paura, tristezza, vergogna, ma non vi sono mai episodi di rimpianto o pentimento; tutto viene accettato e inglobato nella personalità attuale dell’autrice che non rifiuta la sua giovane versione, ma ne abbraccia commossa le scelte sbagliate, ne riconosce i limiti e ne compatisce i dolori.

La bambina dell’hotel Metropole si presenta dunque come una preziosa testimonianza, una storia di vita (più o meno) quotidiana, reale, violenta, angosciante, spietata; la narrazione è un flusso di pensieri ininterrotti che mozzano il fiato e lacerano le anime e i cuori dei lettori, allo stesso modo in cui gli avvenimenti esterni hanno lacerato l’infanzia della scrittrice.

Credo che sia stato Spinoza a dire che evitiamo i luoghi dove siamo stati male. Succede anche, però, di non riuscire a sopportare un gesto inaudito di bontà nei nostri confronti. Non lo si regge. Qualcun altro ha detto che l’unico modo di sdebitarsi per una grandissima opera di bene è l’ingratitudine… Forse ci si scopre a pensare che niente si ripete, che può andare solo peggio e che la più grande felicità della vita- il ricordo del bene ricevuto – alla fine svanirà. Che nessuno ti accoglierà più a quel modo e che non ci saranno altri maglioni verdi. Andandosene, invece, restano con te. La folla di bambini affamati, la porta aperta, la mano che si allunga e una mamma non tua che, invisibile, piange, spalle alla luce. Questi flash della memoria Joyce li definiva “epifanie”. E queste sono le mie, adesso, qui, ora.

Recensione a cura di Noemi Baldi


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