La medicina popolare in Russia

Se anticamente nei villaggi erano i sacerdoti a curare le ferite, più tardi il ruolo di guaritori è stato assunto dagli stregoni e dai santoni. Il sapere, fondato sull’esperienza pratica e sui rituali magici, è stato tramandato di generazione in generazione e memorizzato dai curatori e dagli erboristi.

Raccontiamo in che modo i contadini idealizzavano e curavano la febbre, come si trattavano le malattie mentali e cosa bisognava fare per far sì che l’epidemia venisse debellata dal villaggio.

Vere e proprie enciclopedie mediche: guaritori, erboristi e santoni
Mikhail Vasil’evič Nesterov, “La pozione d’amore”, 1888. Museo d’Arte Statale A. N. Radiščev, Saratov.

Gli storici apprendono le pratiche di guarigione popolare dagli antichi guaritori, dagli erboristi, dalle leggende e dalle vite di santi. In questi sono descritti i diversi metodi di guarigione: i curatori trattavano piaghe e malattie della pelle, rimuovevano i dardi, eseguivano semplici operazioni. Se solitamente i sacerdoti curavano gli ammalati nei villaggi, dopo l’adozione del Cristianesimo essi venivano guariti nelle chiese: negli orti dei monasteri si coltivavano erbe medicinali per tisane e infusi. Col tempo, il ruolo di guaritori all’interno dei villaggi è stato assunto dagli stregoni, a cui si chiedeva aiuto tanto per le infermità corporee quanto per le malattie mentali. Per prevenire le malattie, gli abitanti del villaggio indossavano magici amuleti protettivi a forma di coltelli, cucchiai o figure di animali.

Guaritori e santoni costituivano vere e proprie antiche enciclopedie mediche: queste illustravano le patologie e l’anatomia umana così come diversi tipi di massaggi e manipolazioni del corpo, davano consigli su nutrizione e stile di vita. Insieme ai consigli razionali, nei libri si segnalavano mezzi contro la stregoneria: si reputavano il male e il malocchio la causa di molte malattie.

Nel folklore, l’atteggiamento diffidente dei contadini nei confronti della scienza medica si rifletteva chiaramente nei proverbi e nelle formule: “non è viva quell’anima che ha dovuto curarsi”, “la buona medicina riduce l’età”. Le superstizioni riguardanti la salute sono esistite per secoli: i ricercatori-etnografi hanno rilevato che anche nel XIX secolo, nonostante lo sviluppo della scienza medica, nei villaggi le malattie erano ritenute una punizione per i peccati commessi. I guaritori curavano spesso con metodi che oggi possono sembrare terrificanti.

Mal di testa, “cecità notturna” e scorbuto: perché i contadini si ammalavano
Vasilij Maksimovič Maksimov, “Marito malato”, 1881. Galleria Tret’jakov, Mosca.

Lo studioso di folklore Vladimir Dal’ fu uno dei primi ad analizzare la medicina popolare nell’ambiente contadino. Mentre fu il medico Gavriil Popov ad apprendere i metodi tradizionali di guarigione alla fine del XIX secolo. Egli pubblicò il rendiconto “La medicina popolare tradizionale russa” in cui descrisse i metodi di trattamento nelle diverse regioni del Paese.

Gavriil Popov scrisse che spesso i contadini non collegavano in nessun modo l’origine della malattia con ragioni reali: il popolo non attribuiva importanza alla pulizia delle abitazioni e dell’aria, alla qualità del cibo e dell’acqua, bensì leggeva il disturbo stesso come un essere vivente. Osservò che i contadini non prestavano alcuna attenzione alla cura degli ammalati e non seguivano una dieta terapeutica. Vide una delle principali cause di alta mortalità infantile nella povertà materiale e nella scarsità di conoscenze, che portarono infatti all’adozione di “modalità omicide di nutrire ed allattare i bambini”. Al neonato veniva spesso somministrato del pane, credendo che in questo modo crescesse e si sviluppasse più in fretta: “bisogna ingozzarlo”. E non appena il bebè imparava a tenere un cucchiaio in mano, veniva nutrito con verdure crude e kvas acido, sebbene l’organismo del bambino non fosse predisposto per tale alimentazione.

Le condizioni della vita e del lavoro rurali sono stati cause di malattie negli adulti. Gli abitanti del villaggio si alimentavano poco e sempre allo stesso modo: la carne e il pesce, di norma di qualità scadente, raramente erano sulle tavole dei contadini poveri e per questo si nutrivano principalmente di pane, patate e verdure. In primavera, quando il nuovo raccolto era lontano e le scorte stavano per esaurirsi, nei villaggi si verificava la “cecità notturna” e, durante le carestie, persino lo scorbuto. Queste malattie scaturivano dalla mancanza di vitamine.

Nelle capanne vivevano grandi famiglie e a volte gli animali, giovani vitelli e agnelli, erano tenuti nell’edificio, quindi l’aria nelle case era stantia. E se la capanna era logora, allora si raggelava e gli inquilini spesso si raffreddavano. Quando capitava di dover lavorare a lungo nei campi nelle ore calde, i mietitori soffrivano di mal di testa. Tuttavia, gli stessi abitanti del villaggio non conferivano valore alle vere cause dei malesseri, trovando loro una moltitudine di spiegazioni soprannaturali.

Epidemia di rugiada avvelenata e dolori “cardiaci” allo stomaco
Vyačeslav Grigorevič Švarc,”Ivan il Terribile meditando al capezzale di suo figlio”, 1864. Galleria Tret’jakov, Mosca.

Il tifo, i reumatismi, la febbre e tutte le malattie polmonari oltre alle indisposizioni influenzali erano comunemente chiamate raffreddore. Gli abitanti del villaggio li associavano al freddo: “ha preso freddo, una gelata, gli si sono congelate le viscere”, così spiegavano la comparsa di diversi malanni. La diffusione delle infezioni veniva imputata al “vento cattivo”, da cui derivavano epidemie che invadevano interi villaggi. Allo stesso modo, assieme al vento, era la rugiada a provocare malattie di massa: si credeva infatti che una delle epidemie di colera fosse iniziata dopo che una particolare umidità “avvelenata” fosse caduta sui frutti.

Si credeva che lavorando con pesi sorgessero malattie “da sforzo”: si diceva di loro che “strappassero” o che “portassero via i reni”. Anche le varie malattie degli organi interni, i disturbi intestinali e i dolori allo stomaco avevano a che vedere con lo “sforzo”. Il dolore addominale era spesso denominato “ernia”, dalle parole “sgranocchiare”, “rosicchiare”, così si diceva facessero il dolore acuto o le coliche.

I contadini consideravano la respirazione, la circolazione sanguigna ed altri processi interni al corpo umano un segreto nascosto da Dio. Il ruolo degli organi nel corpo era noto solo dall’anatomia degli animali. Le persone sane e forti venivano chiamate “a due vene”, dal momento che si credeva che il loro sangue non passasse attraverso “una vena”, ma attraverso due, e che per questo avessero il doppio della forza e della salute. I contadini inoltre confondevano la posizione dello stomaco e del cuore e si lamentavano di dolori cardiaci quando soffrivano di malattie gastriche. Qualsiasi mal di testa era spiegato dal “sangue cattivo” e trattato con salasso.

In che modo Satana e Dio creavano i malesseri?
Jakov Fedorovič Kapkov, “Il metropolita Aleksey guarisce Tajdula, moglie di Čanibek, Khan dell’Orda d’Oro”, fine 1830 – inizio 1840. Galleria Tret’jakov, Mosca.

Spesso il popolo riteneva che le malattie fossero creature viventi che si stabilivano temporaneamente nel corpo umano. Parlavano con loro, si rivolgevano a loro con ordini, esigevano risposte. Credevano che avessero l’aspetto di donne giovani e belle o di vecchie difformi. Vaiolo, tifo e febbre dimoravano in fiumi, paludi e mari lontani. Attaccavano gli uomini di notte e con loro vivevano fino al loro trasferirsi in un altro sventurato. Stando ad altre versioni, Dio e Satana imprigionarono le malattie in una casa di ferro, sigillate sotto chiave. Periodicamente un angelo ne liberava una: il malanno si abbatteva sulla persona a cui era stato ordinato di ammalarsi dopodiché, di nuovo, veniva rinchiusa.

Per gli abitanti del villaggio, la febbre era rappresentata sotto le vesti di 12 donne, ognuna delle quali possedeva una propria peculiarità: una era responsabile dell’insonnia, l’altra della perdita di appetito, la terza guastava il sangue e torceva le vene. Secondo una delle versioni, il termine “febbre” derivava dal fatto che le donne-malesseri “gioissero malignamente” dei tormenti dei malati. Si credeva che la febbre trasmettesse il suo morbo tramite un bacio o che questa si trasformasse in una mosca che volasse nel cibo. Secondo le credenze popolari, le epidemie di gravi malattie infettive erano punizioni mandate da Dio per i peccati commessi dagli uomini. Pertanto, si pensava che medici e medicine non avrebbero potuto giovare.

In alcune regioni, le malattie erano associate ad immagini di animali: il vaiolo aveva l’aspetto di una rana, la febbre era una farfalla, il morbillo un porcospino. Il dolore addominale era spesso spiegato dal fatto che un serpente o una rana vi fossero riusciti ad entrare. Un uomo si sarebbe trasformato in un rozzo ubriacone se avesse bevuto vodka a cui il demonio aveva aggiunto un piccolo verme.

Secondo ulteriori rappresentazioni, il diavolo era il padre di ogni malanno, motivo per cui molti di loro erano incurabili. Le lesioni domestiche erano giustificate dalle sue monellerie: poteva trasformarsi in un cavallo e schiacciare una gamba, poteva spingere, fratturare un braccio o ferire con una scure durante il lavoro. Il diavolo poteva addirittura “confondere” la persona, per questo diveniva qualcosa di diverso da sé stesso: durante un combattimento infliggeva gravi lesioni al suo nemico e poteva persino ucciderlo. Queste azioni diaboliche motivavano l’isteria, la follia, l’epilessia: il demonio possedeva l’uomo, si dibatteva nel suo corpo causando convulsioni e gridava imprecazioni con voci diverse.

“La buona medicina riduce l’età”
Firs Sergeevič Žuravlev, “La sciamana”, 1870. Museo d’Arte Regionale di Kaluga.

Nell’ambiente contadino, medici e farmacie erano guardati con scetticismo. Ogni famiglia faceva ricorso al proprio assortimento di rimedi “domestici” di guarigione: il malato veniva disteso in posizione prona su una stufa calda e il suo corpo era strofinato con prodotti diversi tra cui catrame, lardo o rafano. E se i consueti metodi non funzionavano, allora ricorrevano ai guaritori. Curatori e levatrici eseguivano massaggi e manipolavano il corpo, erano in grado di fermare l’emorragia e abbeveravano i malati con infusi di erbe medicinali. Il popolo considerava la sauna uno dei principali e più efficaci rimedi terapeutici e preventivi: in essa adulti e bambini facevano evaporare qualsiasi malessere e sospetto di malocchio.

Diffusi erano anche i trattamenti magici. Tumori e malattie della pelle venivano delimitati con l’aiuto del carbone o con la punta di un coltello, disegnando un cerchio magico attorno ad essi per proteggere le parti sane del corpo dalla diffusione della malattia. La pratica del cerchio magico era utilizzata anche nel rituale di “aratura” per proteggere il villaggio dall’epidemia.

“In sostanza l’aratura consisteva nel tracciare un solco magico, oltre il quale l’epidemia non avrebbe dovuto propagarsi o eccedere. Questa fenditura era prodotta con un aratro di legno da giovani donne e vedove. A volte in questo modo, all’inizio dell’epidemia, era possibile isolare le singole case in cui la malattia era già comparsa, o circondare l’intero villaggio per non lasciare che la malattia si propagasse nei villaggi vicini.”

Dal libro di Gavriil Popov, “La medicina popolare tradizionale russa”

Le preghiere, specialmente quelle eseguite di fronte ad icone miracolose o a reliquie di santi, erano riconosciute come rimedio universale a tutte le malattie. In ogni casa, ad esempio, stilare un’intera lista di preghiere era considerato un mezzo efficace contro la febbre. Sani e malati recitavano le preghiere indossando croci al petto, agganciandole a piccoli sacchi, come amuleti.

I malanni potevano essere “trasmessi” da un albero, da un animale o una persona. Per curare un bambino, si sceglieva un albero giovane e forte nella foresta: una betulla o una quercia. In esso veniva praticato un ampio foro, attraverso il quale il bambino doveva esser condotto.
Era inoltre possibile restituire la malattia all’acqua: prendevano del pane, lo salavano e, condannandolo con specifiche parole, lo gettavano nel fiume.
Cercavano di spaventare la malattia con forti suoni, urla o colpi inaspettati. Urtavano le pareti accanto all’ammalato o ne colpivano addirittura il corpo con calci e lo cospargevano di acqua fredda. La malattia, in qualità di essere vivente, doveva risultarne spaventata e lasciare il corpo. Allo stesso scopo, si somministravano al malato amare bevande dal gusto ripugnante.

Nei villaggi, i bambini venivano principalmente curati dai guaritori, che recitavano verso loro formule magiche e li dissetavano con decotti alle erbe. Si credeva che gli abiti rituali avessero un potere curativo, motivo per cui i bambini malati ne erano vestiti.

La cura delle malattie mentali veniva invece affidata ai ministri del culto: tali ammalati erano considerati posseduti, dal momento che si credeva che a causa del loro malessere uno spirito malvagio si fosse in loro stabilito. Nelle chiese e nei monasteri, contro posseduti ed isterici si leggevano speciali preghiere e si tiravano miracolose icone. Durante la sessione di esorcizzazione del demone, gli isterici gridavano il nome dell’uomo che, per ordine del diavolo, aveva causato loro il malanno.

 

Fonte: kultura.ru , 21/05/2020 –  Traduzione di Silvia Masi

Silvia Masi

Romana, classe ’96, laureata in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Sono una linguista e traduttrice specializzata in Francese e Russo, follemente innamorata delle diversità. Ho vissuto a San Pietroburgo per 3 mesi ed ho scoperto la bellezza di un ambiente multiculturale ed infinitamente dinamico, respirando a pieni polmoni le tradizioni ed immergendomi in toto nella straordinaria complessità della lingua, a stretto contatto con la riservatezza e l’estrema generosità del popolo russo. Nel tempo libero leggo, analizzo, traduco, sogno.