Mitologia di Bulgakov

Una verifica di alcune delle leggende circolanti sullo scrittore circa il suo testamento, il suicidio, la sua lapide, Stalin e i gatti

Bulgakov e i gatti
Michail Bulgakov. Anni Venti. Sulla destra, la dedica di Bulgakov alla moglie Ljubov’ Belozerskaja: «A Mama Ljuba, mia tenera amata, e ai suoi Muka e Fljuška. 1928 19 novembre Mosca» (Museo M. A. Bulgakov).

È pensiero comune che Bulgakov fosse amante dei gatti e, apparentemente, molti elementi sembrano confermarlo. Il gatto Behemot, il personaggio più popolare del seguito di Voland, è anche l’autore degli aforismi più celebri («Faccio il bravo, non do fastidio a nessuno», «Il gatto è un animale antico e inviolabile», «Potrei forse offrire della vodka a una signora? Questo è alcool puro!»). La seconda moglie di Bulgakov, Ljubov’ Belozerskaja, ricordava che il prototipo di Behemot fu il gattino grigio Fljuška, che venne loro sottratto da uno sconosciuto malfattore attraverso una delle finestre del loro appartamento sulla Bol’šaja Pirogovskaja. Oltre a Fljuška, nell’appartamento di Bulgakov vivevano anche altri gatti, menzionati talvolta in alcune delle note che lo scrittore scriveva alla moglie. Tuttavia, il rapporto di Bulgakov con gli animali domestici era in realtà più complicato.

Durante l’infanzia e la giovinezza trascorse a Kiev, nella casa del futuro scrittore non vi furono mai né gatti, né cani. I primi animali domestici fecero la loro comparsa solamente nella metà degli anni Venti, quando lo scrittore si sposò con la Belozerskaja, la quale ricordò in seguito:

«Michail Afanas’evič non prese mai in braccio Muka. Era troppo schizzinoso, però la lasciava salire sulla sua scrivania infilando sotto di lei dei fogli di carta».

Molto più amichevole fu il rapporto di Bulgakov con il cagnolino Buton. Trovato in strada, Buton divenne il beniamino di casa. Sulla porta dell’appartamento dei Bulgakov rimase addirittura appeso per un certo periodo un cartello recante la scritta «Buton Bulgakov. Suonare due volte». In seguito, il cartello venne rimosso in seguito alle perplessità manifestate da un ispettore delle finanze.

Il cagnolino Buton (Museo M. A. Bulgakov).

Anche nella prosa di Bulgakov i momenti più acuti sono legati a un cane. Subito sovvengono il «carissimo cane» Šarikov di Cuore di cane, trasformato in «un tale fetente da far rizzare i capelli», e Banga, il fedele cane dalle orecchie a punta di Ponzio Pilato, che ha condiviso con il suo padrone dodicimila lune di solitudine sulle montagne («chi ama deve condividere la sorte dell’amato»). Meno conosciuto è il cane Žak della pièce fantastica Adamo ed Eva, il cui padrone è riuscito a inventare un mezzo contro il minaccioso gas letale ma non è riuscito a salvare il suo fedele compagno durante l’improvviso attacco che ha sterminato la città di Leningrado è perita in seguito a un attacco improvviso:

«Efrosimov: […] Žak illumina la mia vita… (Pausa.) Žak è il mio cane. Vedo arrivare quattro persone con un cucciolo di cane. Ridono. Scopro che lo vogliono impiccare. E io li ho pagati dodici rubli perché non lo impiccassero. Adesso è diventato adulto, e non mi separerò mai da lui».

Nel mondo artistico di Bulgakov, è il cane ad essere il vero amico dell’uomo.

Bulgakov e la morfina

Uno dei miti più persistenti su Bulgakov è quello che vede lo scrittore come un morfinomane che ha scritto le sue cose più forti in uno stato di coscienza alterata. Spesso gli ammiratori dello scrittore spiegano proprio con la sua morfinomania la forza diabolica del romanzo bulgakoviano e la sua visionarietà mistica. Questo mito, come molte altri, ha un fondo di verità, che però è stato fantasiosamente travisato e riscritto.

Il tema emerge per la prima volta nel 1927 con la pubblicazione del racconto Morfina nella rivista Medicinskij rabotnik. Il racconto appartiene al folto ciclo autobiografico degli Appunti di un giovane medico, in cui Bulgakov descrive il proprio lavoro di medico nel villaggio di Nikol’skoe nel distretto di Syčëvka, nel governatorato di Smolensk, tra il 1916 e il 1917. Proprio a Nikol’skoe Bulgakov contrasse la difterite, fu costretto a somministrarsi il siero antidifterico e, in seguito, ad assumere morfina per lenire i dolori lancinanti provocati dalla malattia.

Il processo di assuefazione progredì rapidamente, senza che lo scrittore potesse rendersene conto. Bulgakov lottò senza successo contro la dipendenza e si recò evidentemente di nascosto dei propri familiari in una clinica moscovita per curarsi e consultare degli specialisti, senza però ottenere risultati. Il momento più difficile per lo scrittore fu l’inizio della primavera del 1918, quando lo scrittore tornò nella propria casa di Kiev. Lo sconvolgimento di fronte alla rivoluzione e alla sua malattia si combinò con quello causato dagli orrori della guerra civile e dalla mobilitazione forzata e tutte queste impressioni saranno accuratamente descritte e analizzate dallo scrittore nel racconto Morfina.

Tuttavia, quasi per miracolo, Bulgakov riuscì a guarire dalla dipendenza alla morfina e,  quando giunse a Mosca nell’autunno del 1921, lo scrittore era un uomo in salute. Pertanto, è possibile affermare con certezza che Bulgakov non scrisse niente sotto l’effetto di droghe. Si tratta, questo, del mito più autentico sul grande scrittore.

Bulgakov e il suicidio

Un altro mito su Bulgakov è legato a un’arma letale. Nelle sue memorie, lo studioso di letteratura Vladimir Lakšin riporta il racconto della terza moglie di Bulgakov, Elena Sergeevna, la quale racconta come lo scrittore, in quello che fu il momento più difficile della sua vita, quando egli venne praticamente dichiarato fuori legge, aveva maturato l’intenzione di spararsi, salvo poi ripensarci e gettare il revolver in uno stagno a rimarcare quel momento di grande cambiamento:

«Nel 1929, “privato del fuoco e dell’acqua”, Bulgakov era disposto a lavorare come operaio o spazzino, ma non venne assunto da nessuna parte. Dopo un colloquio telefonico con Stalin, in cui gli venne promesso un lavoro con il Teatro d’Arte di Mosca (MChAT), Bulgakov gettò il revolver in uno stagno. Sembra fosse uno stagno presso il monastero di Novodevičij»

Non abbiamo altre testimonianze dirette su questo episodio. Con certezza sappiamo solamente una cosa: il revolver (o la Browning) era un tema primario nella vita di Bulgakov e un dettaglio ricorrente all’interno delle sue opere. Lo stesso Bulgakov possedeva una Browning già ai tempi della guerra civile, secondo quanto ricorda la prima moglie dello scrittore, Tat’jana Lappa, descrivendo la loro vita a Kiev nel 1918. È proprio con una Browning che il giovane medico protagonista del racconto V’juga respinge a pistolettate un branco di lupi. In un’altra opera, Io ho ucciso, il medico Javšin racconta come egli abbia sparato con la sua Browning a un crudele colonnello dedito a pratiche di tortura.

In Bulgakov, il tema delle armi è strettamente legato anche a quello del suicidio. In Morfina, il dottor Poljakov si spara con una Browning; nel romanzo Le memorie di un defunto, il protagonista nonché alter ego dell’autore rimugina spesso sull’idea del suicidio (e ruba una Browning ad un amico); nella prima redazione de Il Maestro e Margherita, Voland dà al poeta un revolver.

Michail Bulgakov (sdraiato al centro) con la madre Varvara Michailovnaja, i fratelli, la sorella e l’amico Boris Bogdanov (estrema sinistra della foto) durante un soggiorno in dacia presso Buča, nei primi anni del Novecento (Museo M. A. Bulgakov).

Lo stesso Bulgakov fu in gioventù l’unico testimone del suicidio di un suo compagno di scuola e di banco; un episodio che sconvolse il Bulgakov-medico. Tat’jana Lappa ricordò in seguito:

«Quando Michail entrò, Boris stava sdraiato nel letto, evidentemente svestito. Michail desiderava fumare una sigaretta. Boris gli disse:

– Puoi prendere una papirossa nel mio cappotto.

Michail infilò la mano nella tasca del cappotto, cominciò a cercare e si voltò nuovamente verso Boris pronunciando le parole “Ti è rimasta solo una tepejka” (così evidentemente si chiamavano le copeche nel gergo degli studenti del ginnasio). In quel momento riecheggiò lo sparo».

Nel febbraio del 1940, lo scrittore, malato incurabile, chiese alla moglie Elena Sergeevna: «Puoi procurarti un revolver da Evgenij[1]?».

Bulgakov accarezzò per la prima volta l’idea del suicidio nel 1930. Lo scrittore, ridotto alla disperazione e praticamente morente («la mia nave affonda»), scrisse una famosa lettera al governo sovietico. In questa missiva, piuttosto schietta e particolareggiata, Bulgakov spiegò come gli fosse del tutto impossibile essere scrittore all’interno dell’Unione Sovietica, predisse la propria morte e chiese il permesso di espatriare. La lettera era indirizzata, tra gli altri, a Stalin, Molotov, Kaganovič, Kalinin e Jagoda. Nei giorni in cui lo scrittore aspettava con apprensione la risposta alla sua lettera e la decisione circa il suo destino, gli giunse la notizia del suicidio di Majakovskij. Il 18 aprile, il telefono nell’appartamento di Bulgakov squillò, e il giorno seguente Bulgakov era già stato assunto al MChAT come assistente alla regia.

È possibile che Bulgakov non abbia davvero gettato il revolver nello stagno dopo quella telefonata decisiva. Non sappiamo nemmeno con esattezza se avesse portato la propria Browning con sé a Mosca, o se l’arma fosse andata perduta nelle ultime fasi della guerra civile e delle avventure di Bulgakov nel Caucaso.

Ciò che è fuori d’ogni dubbio è che nella primavera del 1930 Bulgakov era pronto a morire e vedeva il suicidio come la sua pressoché unica via d’uscita da una situazione per lui insopportabile.

[1] Evgenij Šilovskij, eminente stratega dell’esercito sovietico ed ex marito di Elena Bulgakova.

Bulgakov e Stalin
Michail Bulgakov con la compagnia del Teatro d’Arte di Mosca nel 1926 (Archivio di Stato Russo di Letteratura e Arte).

Quando si parla dei rapporti tra Bulgakov e Stalin, la prima cosa che viene in mente, di cui si parla o su cui si fanno domande, è il «fatto risaputo» che Stalin abbia molto amato I giorni dei Turbin e visto la rappresentazione allestita al Teatro d’Arte di Mosca ben quindici, sedici o addirittura venti volte! Il fatto viene rammentato (quasi sempre incidentalmente e fra parentesi) anche da bulgakovisti, studiosi di teatro e critici letterali. Anatolij Smeljanskij, autore di un libro su Bulgakov e il teatro, in passaggio dell’opera definisce Stalin come «uno dei più attenti spettatori dei Turbin» che avrebbe visto spettacolo «non meno di quindici volte».

Di questo fatto scontato e universalmente noto scrive anche Vladimir Lakšin in una breve nota alla raccolta di memorie su Bulgakov: «È noto che Stalin, a quanto risulta dai protocolli degli spettacoli del MChAT, vide I giorni dei Turbin non meno di quindici volte». Questa sembra essere l’unica occasione in cui la citazione della cifra è affiancata da un nebuloso riferimento a misteriosi protocolli del MChAT.

Questo mito pare affondare le proprie radici nel 1969, anno della pubblicazione dell’articolo di Viktor Petelin M. A. Bulgakov e I giorni dei Turbin (Ogonëk, 1969, tomo XI), dove viene riportata proprio questa informazione circa le quindici rappresentazioni de I giorni dei Turbin a cui avrebbe assistito da Stalin.

Nella collezione del Museo Bulgakov è conservato un articolo su Bulgakov dove a fianco del riferimento all’articolo di Petelin compare il seguente commento, prodotto della chiara grafia della seconda moglie di Bulgakov, Ljubov’ Evgen’evna Belozerskaja: «È una bufala!» (in russo: eta lipa!).

Forse un giorno i segreti protocolli degli spettacoli del MChAT verranno ritrovati nell’archivio del teatro, ma per adesso non possiamo che sottoscrivere il commento di Ljubov’ Belozerskaja: «È una bufala!»

Note all’articolo su Michail Bulgakov con il commento di Ljubov’ Belozerskaja (Museo M. A. Bulgakov).
Bulgakov e Gogol’

Bulgakov amava Gogol’ e ne conosceva in modo approfondito l’opera. Toni gogoliani riecheggiano sia nei racconti di Bulgakov che nelle sue lettere agli amici. Nel 1922, Bulgakov scrisse il feuilleton Le avventure di Čičikov, dove vengono narrate le vicissitudini dell’abile possidente e affarista riapparso nella Mosca della NEP. Lo scrittore amava leggere questo racconto durante le sue serate letterarie.

All’inizio degli anni Trenta, Bulgakov scrisse un adattamento teatrale per il MChAT de Le anime morte e una sceneggiatura cinematografica della stessa opera. La terza moglie di Bulgakov, Elena Sergeevna, già negli anni Trenta diede al marito il soprannome di Capitano Kopejkin, mentre un amico dello scrittore, il pittore Pëtr Vil’jams, convinse lo scrittore che la sua scrittura somigliasse a quella di Gogol’.

Sulla tomba di Bulgakov nel cimitero di Novodevičij è posta una lapide chiamata ‘Golgota’, che una diffusa tradizione vuole fosse stata un tempo deposta sulla tomba di Gogol’. Questa storia viene ripetuta con alcune variazioni nelle memorie del critico Vladimir Lakšin e dell’attore Grigorij Konskij, e oggi questo mito sul mistico legame postumo tra Gogol’ e Bulgakov è diventato un luogo comune.

Le fonti di questo mito vengono illustrate in una lettera di Elena Sergeevna Bulgakova al fratello dello scrittore Nikolaj:

«Non riuscivo a trovare qualcosa di degno da deporre sulla tomba di Miša quand’ecco che, una volta entrata come mia abitudine nel laboratorio del cimitero di Novodevičij, ho visto nascosto in profondità dentro una fossa un masso di granito. Alla mia domanda, il direttore del laboratorio ha spiegato che si trattava del Golgota della tomba di Gogol’, prelevato dalla sua tomba quando a quest’ultimo venne dedicato un nuovo monumento. Su mia richiesta, il masso è stato sollevato con l’ausilio di una scavatrice e sistemato sulla tomba di Miša. […] Lei stesso capisce quanto esso si addica alla tomba di Miša: il Golgota della tomba del suo amato scrittore Gogol’».

Ma è ignoto se il racconto di Elena Bulgakova corrisponde al vero. Il racconto del direttore del laboratorio è l’unica testimonianza della provenienza della lapide, per giunta poco affidabile, e finora non è stata trovata alcuna conferma a questa leggenda. È possibile che sulla tomba di Bulgakov sia effettivamente posta la pietra proveniente dalla tomba di Gogol’, ma è possibile anche che essa si tratti di un comune masso di granito trasformatosi col passare del tempo in un potente simbolo culturale.

Bulgakov e il tram
Binari del tram sulla Sretenka. Mosca, 1932 (TASS).

Com’è noto, la narrazione de Il Maestro e Margherita ha inizio ai Patriaršie prudy (‘Stagni del Patriarca’). L’episodio del tram, della testa di Berlioz e dell’olio di Annuška è forse il più celebre del romanzo ed è conosciuto anche da coloro che non hanno mai letto il romanzo. Ma il tram passava davvero dai Patriki? Ma certo che ci passava, rispondono con decisione i lettori del romanzo.

In realtà, le cose, come al solito, sono un po’ più complesse. I dettagli urbani di Bulgakov sono quasi sempre molto precisi (fatta eccezione solamente per alcuni indirizzi) e nel romanzo si può riconosce con facilità la Mosca degli anni Trenta. Stupisce perciò ancora di più che del tram sulla Malaja Bronnaja non si sappia quasi nulla. O meglio, è noto che su questa strada oggi non scorrono binari di tram, e da ciò nascono diverse versioni e congetture. Da una parte, sulle cartine di Mosca del tempo non vengono segnalati binari di tram nei pressi dei Patriaršie prudy. La prima moglie di Bulgakov, che visse con lo scrittore sulla Bol’šaja Sadovaja, conferma che tram sulla Malaja Bronnaja non ne sono mai passati. Significa perciò che Bulgakov se l’è inventato?

Dall’altra parte, il bulgakovista Boris Mjagkov ha ritrovato un trafiletto di giornale del 1929 in cui si comunica la prossima apertura della linea tramviaria sulle vie Malaja Bronnaja e Spiridonovka. Ciò significa allora che Bulgakov non si è inventato nulla? Sul fatto se questa linea sia stata costruita però non si sa nulla.

E allora è comparsa una terza versione: sulla Malaja Bronnaja passava un tram, i dettagli urbani di Bulgakov erano corretti, ma i binari in oggetto appartenevano a linea tramviaria per il trasporto di merci e, per questo motivo, non sarebbero segnalati sulle carte. A sostegno di questa versione vi è, a quanto pare, una foto degli scavi sulla Malaja Bronnaja in cui sono chiaramente visibili i vecchi binari, ma anche l’attendibilità di questa fotografia solleva delle perplessità.

Ciononostante, il tram divenne uno dei più saldi miti moscoviti, tanto che la gente iniziò a chiamare ‘Annuška’ il tram del percorso ‘A’ sui Čistye prudy (‘Stagni limpidi’), il che ha accresciuto ulteriormente la confusione. Se Berlioz è stato ucciso ai Patriaršie, perché l’‘Annuška’ passa per i Čistye? Che si trattassero in realtà dei Čistye prudy?

Quella che sembra una semplice storiella si rivela in realtà una questione vaga ed enigmatica. Per adesso si può affermare solamente che, fino a nuovi ritrovamenti, non sussistono sufficienti testimonianze circa l’esistenza delle linee tramviarie descritte di Bulgakov. O meglio, possiamo dire che i binari furono inventati per la scena di straordinario effetto ambientata negli stagni tanto amati dallo scrittore.

Bulgakov e il motoscafo

Tutti i miti elencati sono uniti da una circostanza: in un modo o nell’altro essi si fondano su una base incerta, ma comunque reale. Allo stesso tempo, a fianco di questi miti convivono storie che invece non hanno alcuna spiegazione logica che sarebbe già meglio definire non ‘miti’, ma autentiche mistificazioni.

Uno di questi soggetti incredibilmente popolari si chiama ‘Il testamento segreto del Maestro’ (talvolta noto anche come ‘Il testamento sconosciuto di Bulgakov’). Secondo questa storia, Bulgakov avrebbe lasciato in eredità metà dei proventi per i diritti d’autore su Il Maestro e Margherita (una volta che il romanzo fosse stato pubblicato) a colui che per primo dopo la pubblicazione dell’opera si fosse recato e avesse adagiato dei fiori sulla sua tomba. Il giornalista Vladimir Nevel’skij sarebbe stato il primo a recarsi alla tomba dello scrittore, ma lì trovò una donna, la vedova dello scrittore Elena Sergeevna. La donna avrebbe chiesto con insistenza il suo indirizzo e il numero di telefono e, dopo qualche giorno, avrebbe ordinato un ingente trasferimento di denaro a suo beneficio. (Nessuno dei sostenitori di questa storia si è chiesto che cosa facesse Elena Sergeevna al cimitero e per quanti mesi le toccò rimanere presso la tomba in attesa del primo ammiratore provvisto di un mazzo di fiori.) Con i soldi ottenuti in questo modo straordinario, Vladimir Nevel’skij avrebbe comprato un motoscafo e lo avrebbe battezzato ‘Michail Bulgakov’[1]. Il motoscafo, per la soddisfazione dei curiosi pietroburghesi, trasportava ogni giorno il giornalista da Lisij Nos[2] alla redazione del giornale dove egli lavorava, ubicata sul lungofiume della Fontanka.

Come spesso accade in questi casi, i dettagli di un racconto toccante sono soggetti a variazione: l’anno dell’incontro con Elena Sergeevna al cimitero sarebbe il 1969, oppure il 1968 (il romanzo fu pubblicato nella rivista Moskva tra il novembre del 1966 e il gennaio del 1967); la vedova dello scrittore avrebbe telefonato a Leningrado per riferire a Nevel’skij del testamento, oppure gli avrebbe inviato una lettera; spesso nella storia figurano tre crisantemi bianchi e addirittura il mazzettino di mimosa del romanzo.

Come si deve a ogni leggenda, una parte di essa è dedicata alla spiegazione delle circostanze in cui venne smarrito il grande tesoro e del perché non si siano conservate prove della sua esistenza. Logorato dal passare del tempo, il motoscafo di Bulgakov sarebbe stato dato alle fiamme da un gruppo di ragazzini e il frammento del bordo accuratamente conservato dal giornalista sarebbe andato perso. Nell’archivio di Elena Sergeevna non è conservata la foto inviatale raffigurante il leggendario motoscafo, come, del resto, non è stata trovata nemmeno una traccia della corrispondenza tra i protagonisti di questa storia. Vale la pena ricordare che la stessa vedova di Bulgakov non abbia mai fatto cenno a questo melodrammatico soggetto.

Di recente, la figlia del defunto Vladimir Nevel’skij ha raccontato che si tratta in effetti di una mistificazione: tutta la storia dall’inizio alla fine è stata inventata e diffusa tra la gente dal padre e dai suoi amici. Ciononostante, la leggenda è sopravvissuta ai suoi creatori e fino ad oggi scalda i cuori dei tantissimi ammiratori di Michail Bulgakov.

[1] Da non confondere con l’omonima motonave che tutt’oggi solca d’estate le acque del Volga.

[2] Villaggio sulle sponde del golfo di Finlandia.

FONTE: arzamas.academy, 28 ottobre 2016 – di Marija Kotova. Traduzione di Lorenzo Penta.

Lorenzo Penta

Nato a Pistoia nel 1993, ho studiato traduzione (inglese, russo e tedesco) presso l’Università di Trieste, dove mi sono laureato con una proposta di traduzione (destinata a rimanere tale) del romanzo Poslednij kommunist di Valerij Zalotucha. Nel 2017 ho avuto la possibilità di vivere cinque mesi ad Astrachan’ grazie a un programma di scambio universitario. Dal 2018 lavoro come traduttore libero professionista.