Fact-check: le 10 leggende più diffuse su Lenin

È vero che Lenin fece la rivoluzione per vendicare il fratello? Davvero arringò la folla da un autoblindo? In occasione del 150° anniversario della nascita, abbiamo raccolto e verificato alcune tra le più popolari leggende sul leader bolscevico

Il biografo di Lenin Christopher Read ha scritto che «Lenin non è nato, è stato inventato». Alla mitologizzazione di tutti gli aspetti della biografia del leader sovietico contribuirono sia i suoi sostenitori, sia i suoi avversari. Il filosofo George Sorel, contemporaneo di Lenin, elaborò la concezione del mito come meccanismo supremo della mobilitazione socio-politica. Lo stato sovietico, come qualsiasi regime politico, era in larga parte costruito su miti che, promettendo giustizia e libertà dall’oppressione, erano finalizzati alla mobilitazione delle masse. La figura chiave del ‘mito bolscevico’ fu proprio il fondatore dello stato sovietico, Vladimir Ul’janov detto Lenin. Le leggende sul suo conto iniziarono ad accumularsi già dal momento del suo ritorno dalla Svizzera in Russia nell’aprile del 1917 e si moltiplicarono dopo la morte avvenuta nel gennaio del 1924. Lenin si sostituì in molti aspetti alla figura salvifica dello zar del folklore russo[1] e divenne il principale protagonista di un particolare ramo della cultura sovietica, la cosiddetta leniniana[2], produttivo ancora al giorno d’oggi. Come notato dal critico d’arte Dmitrij Moskvin, «Lenin rimane, come in passato, protagonista di un testo artistico, documentale, verbale e visuale», il cui intreccio è tessuto in larga parte con le leggende qui raccolte.

Leggenda n°1. Lenin era un bambino piccoletto con i capelli ricci

Lenin bambino
Vladimir Ul’janov all’età di quattro anni con la sorella Ol’ga. Simbirsk, 1874 (Museo statale di storia)

Una delle prime associazioni con il nome di Lenin è la seguente poesiola infantile:

Quando Lenin era piccolino

Con la chioma boccoluta,

Correva con i valenki,

Sulla collina ghiacciata.

Verdetto: la leggenda è vera.

In epoca tardosovietica, l’immagine di Lenin accompagnava le persone dalla culla alla tomba. Ai neonati leningradesi veniva conferita una medaglia celebrativa raffigurante l’effigie del leader bolscevico. Gli alunni di scuola elementare indossavano il distintivo di oktjabrënok (lett. ‘bambino dell’Ottobre’), sul quale era rappresentato un ritratto di Vladimir Ul’janov all’età di quattro anni con una chioma effettivamente riccioluta e presumibilmente capace di correre indossando dei valenki[3]. In questa foto del 1874 – la più celebre tra quelle conosciute – Lenin è fotografato insieme alla sorella Ol’ga, ma già al momento della prima pubblicazione della foto nel 1923 veniva rappresentato da solo; inoltre, i ritoccatori sovietici sostituivano talvolta Ol’ga Ul’janova con una grossa pila di libri: era necessario mettere in evidenza il fratello minore e trasformandolo da comune bambino circondato dalla propria famiglia nell’unico, futuro leader.

La poesia qui citata, che le voci ascrivono alla poetessa Agnija Barto, è in realtà una creazione popolare e i bibliografi della Biblioteca nazionale russa vi hanno identificato una parodia della poesia della poetessa infantile di Margarita Ivensen:

Quando Lenin era piccoletto,

Assomigliava a noi,

D’inverno indossava i valenki,

E la sciarpa, e le manopole,

E più d’una volta si è buttato nella neve.

Destinata ai bambini, la leniniana era frequente bersaglio di parodie, spesso indistinguibili nella pratica dalla produzione ufficiale.

Leggenda n°2. Lenin fece la rivoluzione per vendicare il fratello

Aleksandr Ul'janov, fratello di Lenin
Aleksandr Ul’janov. 1887. Biblioteca storica statale

Nel maggio del 1887, il ventunenne Aleksandr Ul’janov, fratello maggiore di Vladimir, venne impiccato nella fortezza di Šlissel’burg per la sua partecipazione alla frazione terroristica del partito Narodnaja volja e aver progettato un attentato alla vita dello zar Alessandro III. In seguito, l’immagine dello studente condannato sarebbero spesso state indicate come la causa della rivoluzione e dell’omicidio della famiglia reale. Una delle incarnazioni più caricaturali di questo mitologema è il dipinto di Nikolaj Kopejkin, realizzato nel 2017, dove Lenin spara a Nicola II e di fianco si legge la scritta «Morte per il fratello».

Verdetto: la leggenda è in parte vera.

Da una parte,  l’immagine di Aleksandr Ul’janov veniva utilizzata già durante i primi anni di vita dello stato sovietico per spiegare i motivi dietro alle azioni di Lenin e dimostrare la crudeltà dell’autocrazia. Nel gennaio del 1919, in occasione dell’inaugurazione del monumento ai rivoluzionari caduti a Šlissel’burg, il presidente del soviet di Pietrogrado, Grigorij Zinov’ev, affermò che Lenin «porta la bandiera che è stata strappata dalle mani del fratello». Dall’altra, le decisioni politiche che Vladimir Ul’janov prese al tempo della rivoluzione e della Guerra civile non possono essere spiegate esclusivamente con motivazioni di natura personale.

Nella seconda metà del XIX secolo gli ideali rivoluzionari erano molto diffusi tra gli studenti. Dopo poco più di tre mesi di studio all’università di Kazan’, Vladimir Ul’janov venne espulso per aver partecipato il 4 dicembre 1887 a un’assemblea studentesca in segno di protesta contro le limitazioni imposte dal governo alla formazione universitaria. L’espulsione dall’università (ma anche la parentela con un terrorista condannato) fece di colui che diventerà poi Lenin un emarginato e un avversario delle autorità. Idee rivoluzionarie erano condivise anche dalle sorelle Ul’janov, Marija e Anna, quest’ultima arrestata e mandata al confino perché sospettata di aver partecipato all’attentato alla vita dell’imperatore; in seguito sarebbero diventate entrambe esponenti di spicco del partito bolscevico.

In conclusione, l’influenza intellettuale del fratello maggiore e di quelle idee per le quali egli venne condannato fornirono un contributo fondamentale alla formazione delle idee politiche di Lenin, ma non furono certamente la causa della rivoluzione.

Leggenda n°3: Lenin mangiava calamai

Lenin in prigione
Lenin in prigione. Evgenij Čarskij. 1968 (© Evgenij Čarskij / Galereja «Kovčeg»)

«Lenin s’inventò questa cosa. Modellava piccoli calamai con il pane, vi versava del latte e intingeva la penna. E così scriveva». Questo è un estratto dal racconto di Michail Zoščenko A volte si possono mangiare i calamai (appartenente al ciclo dei Racconti su Lenin). Lenin fabbricava calamai di pane durante la prigionia nella Casa di carcerazione preventiva. Zoščenko prendeva le mosse dalle memorie della futura moglie di Lenin, Nadežda Krupskaja: «Per non essere sorpreso nello scrivere col latte, Vladimir Il’ič fabbricava col pane dei piccoli calamai che, non appena sentiva scattare il finestrino della cella, si ficcava in bocca».

Verdetto: la leggenda è probabilmente vera.

Le organizzazioni rivoluzionarie russe davano grande importanza alle diverse tecniche cospirative. La corrispondenza segreta e cifrata era fondamentale per l’attività politica clandestina. Per quanto concerne le molliche di pane, con queste gli arrestati modellavano vari oggetti come sculture, pedine e altro; è vero però che fra questi oggetti non vi erano calamai a base di mollica e latte.

Leggenda n°4. Tornato a Pietrogrado, Lenin arringò la folla da un autoblindo

Lenin parla dall'autoblindo
Boris Kustodiev. Il manifesto ‘La vigilia dell’Ottobre (il discorso di V. I. Lenin alla stazione di Finlandia)’. 1926 (Arthive)

«Lenin giunse a Pietrogrado la notte del 3 aprile. Alla stazione di Finlandia e nella piazza antistante si radunarono migliaia di operai, soldati e marinai per salutarlo. Un incredibile entusiasmo s’impadronì delle masse una volta che Lenin scese dal vagone del treno. La folla afferrò Lenin per le braccia e condusse il proprio leader nella grande sala della stazione, dove i menscevichi Čcheidze e Skobelev si stavano apprestando a tenere un discorso di benvenuto a nome del soviet di Pietrogrado, nel quali essi auspicavano che Lenin avrebbe trovato assieme a loro una ‘lingua in comune’.  Ma Lenin li ignorò, si diresse direttamente verso la folla di operai e soldati e da un autoblindo pronunciò il suo celebre discorso in cui esortava le masse alla lotta per la vittoria della rivoluzione socialista. ‘Evviva la rivoluzione socialista!’ Così Lenin concluse il suo primo discorso in patria dopo i lunghi anni dell’esilio».

Verdetto: la leggenda è vera.

Lenin tenne effettivamente un discorso la sera del 3 aprile 1917 nei pressi della stazione di Finlandia in piedi sul tetto di un autoblindo. Tornato a Pietrogrado dopo dieci anni di esilio, egli si rivolse alla folla radunatasi sulla piazza della stazione. Cominciò a parlare dal tetto di un’automobile, ma in seguito salì sopra un autoblindo, probabilmente aiutato da membri dall’uditorio.

Nel rivolgersi al pubblico dal tetto dell’autoblindo, Lenin non fece niente di straordinario: lo stesso fece l’8 aprile dopo Viktor Černov, leader dei socialisti-rivoluzionari, anche lui di ritorno dall’esilio, rivolgendosi alla folla sulla medesima piazza. Alla metà della primavera del 1917, il rituale dell’accoglimento dei leader rivoluzionari di ritorno in patria era un rituale ormai consolidato, con tanto di orchestre, bandiere rosse, picchetti d’onore dei soldati e delegazioni di dirigenti del soviet di Pietrogrado.

Tuttavia, proprio l’arrivo di Lenin e il suo discorso alla folla di operai, soldati e marinai divennero uno degli elementi chiave del mito originale dello Stato sovietico, le cui fondamenta vennero gettate già nella primavera del 1917. Il quotidiano Izvestija, nel cui comitato di redazione erano presenti dei bolscevichi, presentò il ritorno di Lenin come un evento molto più importante di quello, ad esempio, del ritorno di Georgij Plechanov; nel 1924, il servizio di Izvestija venne ripubblicato dal quotidiano Krasnaja gazeta, diventando così elemento imprescindibile della memorialistica sovietica fino agli anni Settanta. Come ha notato lo storico Konstantin Tarasov, questi testi davano ai propri autori «una sensazione di compartecipazione al grande evento».

L’effetto sconvolgente dei discorsi di Lenin fu probabilmente ingigantito dai numerosissimi memorialisti sovietici. Delle migliaia di persone radunatesi per ascoltare il leader bolscevico, solo una parte poteva trovarsi a breve distanza dall’oratore. Inoltre, non tutti gli astanti erano suoi sostenitori: dopo qualche giorno, Lenin convinse la direzione bolscevica a negare il proprio appoggio al Governo provvisorio e presto sui giornali comparvero dichiarazioni collettive da parte dei soldati della compagnia d’illuminazione elettrica e dei marinai del 2° equipaggio della flotta del Baltico, i quali esprimevano «profondo dispiacere» per la propria partecipazione al trionfale accoglimento del leader bolscevico. I marinai erano addolorati: avessero saputo che Lenin era tornato in Russia attraversando il territorio tedesco, «al posto di grida festose, avremmo urlato con indignazione: ‘Vattene, torna nel paese che hai attraversato per tornare da noi!’». Tuttavia, lo scrittore Osip Brik, presente quella sera alla stazione di Finlandia, disse che Lenin sembrò «apparentemente folle, ma terribilmente persuasivo». Le sue parole sono riportate dal linguista Roman Jakobson nelle sue memorie.

Leggenda n°5. Lenin era un agente dello Stato maggiore tedesco

Delegazione sovietica a Brest-Litovsk
L’arrivo della delegazione della RSFSR per la firma del trattato di pace alla stazione di Brest-Litovsk. 1918 (humus.livejournal.com)

Agli inizi del luglio 1917, il procuratore di Pietrogrado accusò Vladimir Lenin, Grigorij Zinov’ev e Aleksandra Kollontaj, insieme ad alcuni altri bolscevichi, di collusione con agenti degli stati belligeranti contro lo Stato russo finalizzata all’indebolimento delle forze armate e alla disorganizzazione delle retrovie. In seguito, nel settembre del 1918, l’amministrazione del presidente statunitense Woodrow Wilson diffuse una serie di documenti secondo i quali Vladimir Lenin (che all’epoca si firmava N. Lenin), Lev Trockij e altri bolscevichi erano agli ordini dello Stato maggiore tedesco.

Verdetto: la leggenda è falsa.

Gli storici ritengono non convincenti o contraffatte le prove esistenti circa i legami tra la dirigenza bolscevica e gli agenti tedeschi. Tra queste è inclusa la testimonianza del sottufficiale del 16° reggimento fucilieri siberiano Dmitrij Ermolenko. Una volta tornato dalle carceri tedesche, Ermolenko raccontò che, durante le trattative presso lo Stato maggiore a Berlino nell’aprile del 1917, gli ufficiali e generali che lo avevano reclutato «menzionarono il cognome di Lenin in quanto persona operante per conto e a beneficio della Germania». Già nel 1917 i bolscevichi mostrarono come la rivelazione di simili informazioni segrete in occasione del reclutamento di un agente di poca importanza, recatosi al controspionaggio russo subito dopo il passaggio della linea del fronte, appaia del tutto improbabile.

Un altro insieme di documenti, una serie dei telegrammi intercettati dal controspionaggio russo legati al nome di Jakub Fürstenberg (in russo: Jakov Fjurstenberg, già Jakub Ganeckij, pseudonimo di partito ‘Kuba’), uomo d’affari di base a Stoccolma e membro del partito bolscevico. L’analisi di questi testi condotta dallo storico Semen Ljandres ha portato alla conclusione che essi non contengono prove di finanziamenti tedeschi ai bolscevichi. L’oggetto della vendita di matite menzionata in alcuni telegrammi (una merce che prima del conflitto veniva importata dalla Germania e iniziò a scarseggiare dopo l’inizio della guerra) sono davvero delle matite; nei telegrammi circa le dimensioni degli articoli della Pravda si parla davvero della quantità di righe; eccetera. L’azione penale contro i bolscevichi non arrivò in giudizio a causa dei rivolgimenti dell’Ottobre, ma i materiali dell’inchiesta – circa 2500 pagine – sono stati pubblicati, e non contengono prove convincenti circa il legame tra i bolscevichi e la Germania.

Per dimostrare la collusione dei bolscevichi con i tedeschi vennero persino prodotti dei documenti contraffatti. Nel febbraio-marzo 1918 il giornalista americano Edgar Sisson acquistò a Pietrogrado oltre un centinaio ­di documenti circa la cospirazione tedesco-bolscevica che vennero in seguito pubblicati pochi mesi dopo negli Stati Uniti. In realtà, i ‘documenti Sisson’ erano stati redatti dallo scrittore Ferdynand Ossendowski, autore di romanzi d’avventura, con l’ausilio di cinque macchine da scrivere e moduli falsificati forniti da una tipografia. Alla metà degli anni Cinquanta, quando gli originali dei documenti vennero ritrovati in una cassaforte della Casa Bianca, il diplomatico americano George F. Kennan analizzò i frutti della creatività di Ossendowski e dimostrò che si trattavano di falsi. All’inizio degli anni Novanta, lo storico Vitalij Starcev recuperò ulteriori documenti appartenenti a questa serie e confermò il giudizio di Kennan giungendo a conclusioni analoghe.

È noto un solo caso confermato di trasferimento di denaro ai bolscevichi antecedentemente alla loro presa del potere. Nell’agosto del 1917 l’ufficio estero del Comitato Centrale del partito ricevé 230.000 marchi tedeschi dal socialista svizzero Karl Moor, collaboratore della Germania e dell’Austria-Ungheria. Tuttavia, il denaro non raggiunse mai Pietrogrado: il Comitato Centrale impiegò il denaro di Moor per finanziare la Conferenza Internazionale Socialista tenutasi a Stoccolma nel settembre dello stesso anno, alla quale parteciparono anche rappresentanti antimilitaristi provenienti dagli imperi centrali come, ad esempio, Hugo Haase, presidente del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania. È improbabile che la riunione di leader politici che si opponevano alla prosecuzione del conflitto provenienti dalle diverse parti del fronte rientrasse nei piani dello Stato maggiore tedesco. Sebbene una piccola parte dei milioni spesi dalla Germania per indebolire i paesi dell’Entente siano effettivamente arrivati ai bolscevichi, ciò non fece di questi ultimi delle marionette nelle mani dei tedeschi e non spiega il sostegno che le loro parole d’ordine hanno ricevuto da parte di milioni di cittadini russi.

Leggenda n°6. Lenin si spacciò per un falciatore muto e si nascose a Kronštadt

Lenin travestito
Fotografia scattata il 29 luglio (11 agosto) del 1917 nei pressi di Razliv. La foto venne incollata sul documento d’identità a nome di Konstantin Ivanov, pseudonimo col quale Lenin riparò in Finlandia (Museo statale di storia)

Nel 1917, tra le cosiddette ‘giornate di luglio’ (durante il quale avvenne il tentativo di insurrezione armata) e i rivolgimenti dell’Ottobre (la Grande rivoluzione socialista d’Ottobre), Lenin rimase nascosto per sfuggire al mandato d’arresto. I quotidiani russi scrivevano che il leader bolscevico si stava nascondendo a Kronštadt – la fortezza rivoluzionaria era praticamente irraggiungibile per gli inquirenti del governo provvisorio – e che stesse scappando in motoscafo verso la Germania. In seguito, molti autori e memorialisti sovietici hanno scritto delle avventure di Lenin in clandestinità.

Verdetto: la leggenda è solamente in parte vera.

Lenin rimase in effetti nascosto per sfuggire all’arresto, ma non a Kronštadt, né in Germania. La mattina del 5 luglio 1917 Lenin lasciò l’appartamento della sorella nella periferia di Pietrogrado e nei mesi successivi si nascose presso social-democratici russi e finlandesi e da alcuni suoi conoscenti, tra cui Nikolaj Emel’janov, operaio di Sestroreck, Petr Parviajnen, ex fonditore pietrogradese, Juchani Latukka, giornalista di Vyborg, e Gustav Rovio, capo della polizia di Helsingfors (Helsinki). Nel corso di questi trasferimenti, Lenin modificò attivamente il proprio aspetto: si tagliava barba e baffi, si tingeva le sopracciglia, cambiava parrucche e indossava occhiali, spacciandosi ora per un falciatore finlandese, ora per un pastore luterano, ora per un operaio russo. Questi metodi spionistici non ebbero sempre successo. Come ricordava l’accompagnatore di Lenin, l’attore Kaarlo Kuusela, dopo aver pernottato sul treno Terijoki (Zelenogorsk) – Lachti nella notte tra il 7 e l’8 agosto 1917 era improbabile che qualcuno potesse prendere il rivoluzionario in fuga per un pastore luterano: «La tinta gli colava sul volto e il mento, e la barba si stava scollando in alcuni punti». I due riuscirono comunque a ricostruire un po’ alla meglio il maquillage: «Scendemmo mano nella mano sulla banchina discutendo animatamente in finlandese. Era stato Lenin a volere che camminassimo proprio in questo modo. Io parlavo in finlandese, e Lenin si limitava a ridere, il che per un orecchio straniero suonava assolutamente finlandese». D’autunno Lenin tornò da Vyborg a Pietrogrado in compagnia del rivoluzionario bolscevico finlandese Ejno Rach’ja. In piedi nell’ingresso del vagone, anche in questo caso fu necessario imitare una conversazione in finlandese. Rach’ja parlava, e il ‘pastore’ suo interlocutore si limitava a rispondere jaa («a-ha») o ej («no»). Ma Lenin non conosceva il finlandese, perciò talvolta si confondeva e rispondeva «sì» anziché «no».

Leggenda n°7. Sotto Lenin non vi furono repressioni di massa come sotto Stalin

Immolati per l'internazionale
Manifesto «Immolati per l’Internazionale». 1918. (Museo statale di storia)

Nel rapporto segreto del XX congresso del PCUS il primo segretario del Comitato Centrale Nikita Chruščëv affermò che le repressioni staliniane avevano rappresentato una netta rottura con i principi leniniani. Secondo Chruščëv, Stalin «rinunciò al metodo leniniano della convinzione e della formazione per passare da una posizione di guerra ideologica a un percorso di repressione amministrativa, di repressioni di massa e terrore. Egli fece sempre maggior ricorso a misure punitive, spesso infrangendo tutte le norme della morale e della legge sovietica esistenti». Possiamo concordare con Chruščëv o dobbiamo attribuire a Lenin la responsabilità di tutto il sangue versato durante il periodo sovietico?

Verdetto: la leggenda è del tutto falsa.

Se si vuole credere ai numeri, le repressioni politiche dei periodi staliniano e leniniano ebbero scala diversa. Ad esempio, a Pietrogrado e Kronštadt nel periodo del terrore rosso (fine agosto – autunno del 1918), secondo i giudizi dei ricercatori, furono condannate circa duemila persone. Durante il Grande terrore (luglio 1937 – novembre 1938) nella sola Leningrado e nel relativo oblast’ furono condannate alla fucilazione per accuse di natura politica ben 44.479 persone.

Tuttavia, se gli storici dispongono di dati sufficientemente completi per le repressioni degli anni Trenta, i documenti relativi al periodo 1917–1922 si sono conservati male e in modo frammentario. Per questo motivo è possibile non ritenere pienamente affidabili le cifre a disposizione degli storici[4].

Negli anni del Grande terrore, gli organi locali dell’NKDV richiedevano nuovi limiti operativi al centro (ossia richiedevano il permesso di condannare, privare della libertà o deportare una maggiore quantità di persone); durante la Guerra civile le repressioni furono invece spontanee e spesso non videro la partecipazione della dirigenza, la quale non era sempre in controllo della situazione nemmeno nelle due capitali.

Per Lenin, la violenza politica era un mezzo essenziale per ristabilire la giustizia sociale. Inizialmente egli riteneva che per il soffocamento dell’opposizione borghese fosse sufficiente la generale militarizzazione delle masse popolari: quando i bolscevichi presero il potere, Lenin non aveva affatto in mente di costruire di uno stato di polizia. Ma già alla fine di novembre egli redasse il Decreto di arresto dei capi controrivoluzionari che portò all’arresto dei membri del Comitato Centrale del partito dei Cadetti. I ‘pogrom alcolici’ della fine del 1917[5] misero in evidenza la debolezza delle autorità bolsceviche: la creazione della Čeka e di altri organi straordinari, come ha dimostrato lo storico Tsuyoshi Hasegawa, furono in larga parte una risposta a tale perdita del controllo della situazione. La campagna del terrore rosso, autorizzata il 5 settembre 1918 da un’ordinanza del Consiglio dei commissari del popolo (SNK), fu provocata anche dalla sensazione di debolezza delle autorità sovietiche: il 30 agosto a Pietrogrado venne ucciso il presidente della Čeka Moisej Urickij, mentre a Mosca fu ferito gravemente lo stesso Lenin. Fucilazioni di massa di sospettati di attività controrivoluzionarie, ostaggi e semplici sventurati proseguirono per qualche settimana e, secondo lo storico Alter Litvin, portarono alla morte di almeno 10.000 persone. Non vi è la firma di Lenin sotto la delibera della campagna del terrore rosso, ma egli fu perfettamente soddisfatto dalla campagna. In un discorso tenuto di fronte ai membri della Čeka il 7 novembre 1918, Lenin giudicò con sprezzo i «berci» dell’intellighenzia sugli errori commessi dalla polizia segreta, aggiungendo che le commissioni straordinarie avvicinavano la liberazione delle masse come unico mezzo possibile di «repressione attraverso la violenza degli sfruttatori».

Lo studio dei documenti conservatisi mostra come Lenin appoggiò l’esecuzione di repressioni esemplari che potessero spaventare gli oppositori e contemporaneamente entusiasmare i sostenitori del regime bolscevico. L’11 agosto del 1918 Lenin inviò un telegramma ai comunisti di Penza con la richiesta di «Impiccare (proprio impiccare, affinché il popolo veda) non meno di 100 kulaki, persone ricche e oppressori conclamati. […] Far sì che nel raggio di cento verste il popolo veda, frema, sappia, gridi: i kulaki vessatori vengono e saranno strangolati». Oltre alle repressioni esemplari dei rappresentati di determinate categorie sociali, ebbero luogo anche repressioni generalizzate. Ad esempio, la circolare segreta dell’Orgbjuro del Comitato centrale del Partito bolscevico russo datata 24 gennaio 1919 disponeva «l’esecuzione di una campagna di terrore di massa contro i cosacchi ricchi e di sterminarli uno per uno». Dopo qualche settimana l’ordine venne ritirato, ma migliaia di cosacchi avevano ormai trovato la morte.

Le fucilazioni sommarie e la distruzione di intere categorie di popolazione, i campi di concentramento e i processi esemplari, la persecuzione di oppositori politici reali o potenziali, la limitazione delle libertà civili e dei diritti della persona sono giustamente associati innanzitutto al periodo staliniano, ma iniziarono a far parte della vita politica russa quasi subito dopo l’ottobre del 1917.

Leggenda n°8. Lenin trasportò un tronco durante un sabato comunista

Lenin trasporta un tronco
Vladimir Lenin al sabato comunista del primo maggio 1920 al Cremlino (Wikimedia Commons)

Lenin che trasporta un grande tronco di legno è uno dei soggetti iconografici più diffusi appartenenti al genere della leniniana. Una moltitudine di tele social-realiste raffiguravano la già non più giovane direzione governativa svolgere lavori fisici. L’immagine di Lenin con il tronco penetrò anche nella cultura di massa dando vita a un gran numero di aneddoti, come ad esempio quelli sulla Čeka impegnata nella ricerca del tronco gonfiabile che era stato rubato a Lenin.

Verdetto: la leggenda è vera.

Nel maggio del 1920 il quotidiano Pravda annunciò che il presidente del Consiglio dei commissari del popolo aveva preso parte al sabato comunista (subbotnik) nel cortile del Cremlino di Mosca: una squadra di otto uomini aveva trasportato in spalla un pesante tronco di legno. «Il’ič è arrivato indossando la tenuta di lavoro: una vecchia giacca stretta, pantaloni verdi e un chepì,» si raccontava nel reportage del quotidiano. «Anch’io sono un abitante del Cremlino e questi lavori riguardano anche me,» disse il leader bolscevico in risposta alle proteste dei presenti che gli chiedevano di non affaticarsi eccessivamente. L’avvenimento venne persino immortalato in una fotografia (a dire la verità non molto nitida), così che non sussistono dubbi circa il fatto che Lenin abbia effettivamente aiutato i cadetti della guardia del Cremlino durante il sabato comunista del primo maggio 1920.

La partecipazione del capo del governo sovietico a un sabato comunista doveva evidentemente possedere un significato propagandistico. Per tutto il periodo del comunismo di guerra, i bolscevichi furono impegnati nel tentativo di risolvere il problema della continua caduta della produttività del lavoro. Gli operai, che soffrivano di fame ed erano sottoposti a una disciplina sempre più rigida, spesso non erano in grado o non avevano intenzione di lavorare a pieno regime. I sabati comunisti erano perciò uno dei modi con cui stimolare la mobilitazione del proletariato. Essi consistevano nello svolgimento di lavori di utilità sociale al termine della giornata lavorativa, come ad esempio la costruzione di campi giochi per bambini o la manutenzione di mezzi pubblici.

D’altronde, le rappresentazioni di Lenin al lavoro durante il sabato comunista del primo maggio 1920 non erano sempre attendibili: il francobollo da 40 copechi emesso il 22 aprile 1957 con una tiratura di due milioni di esemplari mostrava Lenin trasportare da solo un tronco di legno di dimensioni meno imponenti.

Leggenda n°9. Lenin morì di sifilide

Lenin malato in sedia a rotelle
Una delle ultime fotografie di Vladimir Lenin in vita. Gorki, 1923. (Enciklopedija techniki)

Le voci secondo le quali la causa della malattia che colpì mortalmente Lenin fosse la sifilide iniziarono a diffondersi negli anni Venti e persistono ancora oggi.

Verdetto: la leggenda è molto probabilmente falsa.

Vladimir Lenin morì alle ore 18 e 50 minuti del 21 aprile 1924 a causa di una «paralisi del centro respiratorio». Il giorno seguente il corpo venne ispezionato dagli anatomopatologi, i quali rilevarono «significative alterazioni dei vasi sanguigni dell’encefalo e una recente emorragia dai vasi della pia madre nella regione dei tubercoli quadrigemini, che ha favorito l’imminente causa della morte». Il commissario del popolo alla sanità pubblica della RSFSR, Nikolaj Semaško, in un articolo intitolato «Esiti dell’autopsia del corpo di Vadimir Il’ič» identificò la causa della morte in un’aterosclerosi (una malattia ereditaria nella famiglia Ul’janov). Lenin soffriva spesso di insonnia e mal di testa. Secondo Semaško, «il sovrumano lavoro intellettuale e una vita trascorsa tra continue agitazioni e preoccupazioni incessanti hanno condotto la nostra guida a una morte prematura».

Nella metà degli anni Novanta, Jurij Lopuchin, chirurgo e accademico dell’Accademia russa di scienze mediche (RAMN), ha scritto che per diverso tempo i medici curanti di Lenin non riuscirono a formulare una diagnosi e prescrissero al proprio paziente cure ora per la nevrastenia, ora per la sifilide, ora per un avvelenamento da piombo che avrebbe dovuto essere stato causato dalle ferite riportate nell’attentato del 1918. I sintomi, come risulta dai referti medici, erano complessi e contraddittori, ma le analisi di laboratorio non confermarono la diagnosi di sifilide. Lopuchin ha concordato con le conclusioni del referto autoptico che identificava la causa della morte in un’aterosclerosi (una diagnosi alla quale i medici non riuscirono ad arrivare quando il paziente era ancora in vita).

Nella vita politica della Russia rivoluzionaria le voci su presunte infezioni di sifilide potevano essere impiegate per screditare gli avversari politici e spiegare i loro comportamenti apparentemente illogici. Ad esempio, Foma (Tomasz) Parczewski, commissario del Governo provvisorio a Kronštadt, scrisse che il leader degli anarchici locali, Iosif Bleichman, soffriva di sifilide cerebrale. Per Parczewski questo era evidentemente il modo più semplice per spiegare a sé e ai propri lettori il motivo per cui gli anarchici sfidassero il governo. Un sospetto di sifilide poteva seriamente screditare una persone. Nel 1918, il poeta Vladimir Majakovskij riferì al letterato Maksim Gor’kij che non lo avrebbe malmenato «solamente perché vecchio e malato»; Gor’kij avrebbe in seguito contribuito alla diffusione delle malelingue sulla presunta sifilide del poeta. Le voci sulla sifilide di Lenin, a prescindere dalla loro veridicità, ne minavano perciò l’autorità morale e politica.

Leggenda n°10. Lenin è un fungo

https://www.youtube.com/watch?v=wmEFusVe29g&feature=emb_title

La nascita di questo mito è documentata con esattezza. Nel gennaio del 1991, durante il programma Pjatoe koleso (‘Cinque ruote’) il musicista Sergej Kurëchin, nel corso di un’intervista della durata di circa un’ora rilasciata al giornalista Sergej Šolochov, rivelò «il segreto della Rivoluzione d’ottobre»: «Tutta la Rivoluzione d’ottobre fu opera di persone che per molti anni hanno fatto uso di funghi allucinogeni. E mano a mano che queste persone facevano uso di funghi, questi si sostituivano alla loro personalità, e infine esse stesse divennero dei funghi. Vale a dire che […] Lenin era un fungo».

Verdetto: la leggenda è falsa.

Nell’intervista Kurëchin parla di cactus stupefacenti messicani, e delle somiglianze tra autoblindi e amanite, tra i racconti immaginari di Daniil Charms e il carteggio inventato tra Clara Zetkin e Rosa Luxemburg.

Sebbene l’intervista sembrasse improvvisata, Kurëchin, come ha raccontato il biografo Aleksandr Kušnir, si preparò minuziosamente prima della trasmissione. Fondamento della sua teoria erano le traduzioni clandestine delle opere esoteriche e pseudoscientifiche di Carlos Castaneda e il romanzo La trasmigrazione di Timothy Archer dell’autore di fantascienza Philip K. Dick, in cui Gesù Cristo viene associato alla consumazione di funghi psichedelici. Secondo la vedova del musicista, Anastasija Kurëchina, il marito prese spunto da una trasmissione televisiva complottista in cui si affermava che il poeta Sergej Esenin, morto nel 1925, non si fosse suicidato, ma fosse stato in realtà ucciso. Kurëchin voleva dimostrare che con l’ausilio della manipolazione televisiva «è possibile dimostrare tutto ciò che si vuole».

La desacralizzazione dell’immagine di Lenin ebbe inizio negli ultimi anni di esistenza dell’Unione Sovietica. In una canzone del gruppo punk-rock siberiano Graždanskaja oborona (lett. ‘difesa civile’, N.d.T.) il leader bolscevico «marcisce nella muffa e nel miele di tiglio». I cittadini sovietici non si limitavano a raccontarsi solamente le poesie sui valenki e i boccoli di Lenin, ma anche racconti sulla sua sifilide e i finanziamenti ricevuti dallo Stato maggiore tedesco. Già durante gli anni della stagnazione Sergej Kurëchin collezionava libri di filosofi russi conservatori e a metà degli anni Novanta aderì al partito di estrema destra nazional-bolscevico (la cui attività è attualmente fuorilegge in Russia), ragion per cui il rovesciamento del leader sovietico aveva per lui anche un evidente significato politico. Ma l’effetto del suo discorso iconoclasta fu eminentemente liberatorio. L’attore Konstantin Rajkin ha giudicato la trasmissione sulla natura micologica di Lenin con queste parole: «quant’è bello poter ridere di ciò che ci sembra inviolabile. Tutto ciò è straordinario e dà la sensazione di respirare l’aria della libertà».

[1] La fede nel ritorno dello ‘zar salvatore’ era stata la causa scatenante di molti movimenti e sollevazioni di contadini tra i secoli XVIII e XIX. Il popolo credeva che l’autentico erede al trono fosse stato tratto in salvo dalle persecuzioni che lo avevano colpito e rimanesse nascosto in attesa dell’ora del suo ritorno, che avrebbe finalmente portato con sé le trasformazioni sociali a lungo attese. Dopo la rivoluzione questo modello conobbe nuova vita, per giunta in due diverse varianti: quella monarchica e quella bolscevica. La prima versione includeva l’attesa del miracoloso ritorno dello zar; nella seconda, il modello si trasmetteva ai nuovi governanti del paese concentrandosi in generale attorno alla figura di Lenin. Ulteriori informazioni sono reperibili qui.

[2] Traslitterazione dal russo (N.d.T.).

[3] Tradizionali stivali di feltro russi (N.d.T.).

[4] Alcuni ricercatori parlano di 140 mila morti (N. Vert. Istorija Sovetskogo gosudarstva, 1900–1991. M., 1995). Solo nel corso del 1918, uno dei dirigenti della Čeka, il comunista Martyn Lacis, contò 6300 fucilazioni, mentre un suo contemporaneo, lo storico Sergej Mel’gunov, ne contò 50.004. Il ricercatore contemporaneo Il’ja Rat’kovskij ha commentato che queste due cifre «possono essere utilizzate solamente come limiti minimi e massimi del terrore rosso» (I. S. Rat’kovskij. Krasnyj terror i dejatel’nost’ VČK v 1918 godu. SPb., 2006).

[5] Nell’autunno del 1917 in tutto il paese avvenne una serie di cosiddetti ‘pogrom alcolici’ (p’janje pogromy): folle di soldati e cittadini presero d’assalto magazzini di alcolici. I pogrom furono accompagnati da  scoppi di violenza e disordini di massa.

Fonte: arzamas.academy – di Dmitrij Ivanov, tradotto da Lorenzo Penta

Lorenzo Penta

Nato a Pistoia nel 1993, ho studiato traduzione (inglese, russo e tedesco) presso l’Università di Trieste, dove mi sono laureato con una proposta di traduzione (destinata a rimanere tale) del romanzo Poslednij kommunist di Valerij Zalotucha. Nel 2017 ho avuto la possibilità di vivere cinque mesi ad Astrachan’ grazie a un programma di scambio universitario. Dal 2018 lavoro come traduttore libero professionista.