Polja Dudka e le canzoni dei ventenni

La cantautrice ritiene che scrivere musica susciti dolore e paura, e tuttavia lei non può non farlo.

Polja Didka ha vent’anni. Scrive canzoni su amori e tentennamenti, sulle conquiste e le perdite di un giovane cuore, e le registra di notte nel suo appartamento. Così fanno ora molti dei suoi coetanei, nel nostro Paese e in tutto il mondo, tanto che i giornalisti hanno persino dato un nome al genere musicale di questi “artisti DIY”: bedroom pop. L’album di debutto di Polja è uscito con l’etichetta #TwentyTwenty, creata dai ventenni per i ventenni.

Lelja Kochanova, insieme agli studenti della specializzazione in regia di video musicali, pubblicitari e di moda dell’Accademia di Comunicazione Wordshop (specializzazione di Andrej Musi e Alena Kukuškina), ha intervistato Polja Dudka in qualità di rappresentante della sua generazione e ha filmato la sua esibizione al Moomin Troll Bar di Mosca.

Secondo te è possibile essere una persona completamente felice?

No, ho forti dubbi sul fatto che si possa essere felici in generale. Ma ho vent’anni, un’età in cui nulla è chiaro: come vivere, come costruire relazioni con altre persone, che tipo di rapporti instaurare. Penso che la felicità sia una condizione momentanea, che dura solo qualche secondo, e ci voglia del tempo per rendersene conto. Un esempio è dato dal fatto che ho avuto un anno apparentemente folle, ma poi se mi guardo indietro e ripercorro la galleria delle fotografie mi rendo conto che è stato fantastico.

Una volta hai confessato che scrivere musica suscita dolore e paura. Perché la pensi così?

La gente dice: se vuoi essere felice, scegliti un mestiere che ami. Ma quante critiche ricevo da parte della mia famiglia e di persone che non hanno nulla a che fare con la musica! Quando ti costruisci una casa su una palude, quando non hai un produttore o dei soldi che certamente ti renderebbero le cose più facili, allora hai molta paura, perché su questo hai scommesso tutto e perciò non hai il diritto di incasinare tutto. Il momento in cui crei musica è felicità. Tutto il resto non lo è.

Come ti relazioni ai musicisti nelle stazioni della metro? E vale la pena dotare i vagoni di musica?

Trovo fantastiche le persone che suonano in metro o per strada. L’unica cosa che mi fa arrabbiare è il fatto che a Mosca farlo sia così difficile, ormai tutto deve essere approvato e legalizzato.
Se siete ben informati, certamente saprete che per suonare in metro o nei parchi bisogna ottenere un permesso e passare un concorso, come se fosse un casting. Insomma, devi avere un pezzo di carta che attesti che sei un musicista. Una cosa del genere non c’è da nessuna parte.

E tu non vorresti ricevere questo attestato da musicista?

Mi ricordo di quando sono venuti a trovarmi degli amici da Yaroslavl’ e siamo andati a suonare al Muzeon [importante parco di Mosca, N.d.T.]. Ci siamo seduti sul lungofiume, abbiamo suonato un paio di canzoni, la gente lasciava 300-400 rubli, poi si è avvicinata un addetto alla vigilanza. Come risultato, la gente ha iniziato ad avvicinarsi e lasciarci i soldi di nascosto.

Tutto questo però è molto bello. Per suonare così bisogna essere sicuri, altrimenti finisci per pensare continuamente: che cosa hanno pensato di me quel ragazzino o quella signora? E poi ci sono sempre persone di cattivo umore che ti lanciamo le loro frecciatine, e questo non è molto piacevole. Bisogna essere in grado di distaccarsene. Tutti i miei amici sono musicisti, persone introverse. Mentre ti esibisci ti senti così a tuo agio che poi non vuoi che nessuno ti tocchi.

Oggi sembra che in ogni occasione si debba per forza esprimere il proprio pensiero. Come reagisci ai feedback che ricevi, sia negativi che positivi?

Ho sempre sognato di avere qualche hater, perché ho l’impressione che quando di te parlano solo bene la cosa sia simile all’indifferenza. Vorrei suscitare emozioni contrastanti, e non qualcosa del tipo “beh, ci sta, senza infamia e senza lode”. Una volta mi hanno scritto che un mio testo era molto cliché, e a questo ho risposto: ehi, a essere sincera, hai proprio ragione. Poi, quando è uscito l’album, un uomo di una cinquantina d’anni mi ha definita “l’ennesimo scarto R&B”. Mi piace, è un segno che la mia musica è stata ascoltata da persone diverse. E critica costruttiva, ovviamente.

Immagina che la musica scompaia. Cosa succederebbe nei primi giorni?

Chi è che ha pensato a queste domande? Anche io vorrei sapere la vostra risposta.
Se dicessi che senza musica morirei sarebbe una bugia. Semplicemente non so di cosa mi occuperei. Ma se non ci fosse Dermont Kennedy [cantante irlandese, N.d.T.] mi suiciderei.
La generazione delle nostre nonne e dei nostri genitori non permetteva ai bambini di studiare per diventare musicisti o attori e disprezzava queste professioni. Ma non è così; una persona può anche non andare a teatro, e tuttavia la cultura dell’arte scenica comunque penetrerà in lei. La cultura a livello inconsapevole educa nelle persone il gusto e il carattere. Non è corretto dire che queste professioni sono più semplici rispetto a un contabile o un ingegnere. Perciò, se sparisse la musica, forse, ci sarebbe una qualche guerra.

Quali sentimenti provi all’idea che la tua musica venga ascoltata da migliaia di persone?

Non ci ho mai pensato in modo particolare. Recentemente l’album Gde moj dom? [Dov’è la mia casa?, N.d.T.] ha raggiunto i centomila ascolti su VKontakte, ed è difficile crederci. Sono numeri che non ci stanno nemmeno nella testa. Capisco che questo dato sia inferiore alle centomila persone, perché di fatto potrebbe darsi che anche solo una-due persone abbiano ascoltato questo album così da raggiungere i centomila ascolti. È difficile crederci. Nella realtà virtuale tutto sembra non essere reale.

A quali sentimenti è legato il tuo prossimo album?

L’album c’è, gli arrangiamenti ancora no. È legato a tema dell’“epoca del raddrizzamento dei sassofoni”, cioè gli anni Trenta in Unione Sovietica, quando il jazz era vietato. Mi sembra che questo nome si adatti molto bene al presente. Non voglio scrivere d’amore, mi sono stancata. Nel nuovo album ci sarà solo una canzone sull’amore. Ci sarà però una canzone sulla morte. Ci sarà una canzone che copre temi sociali. Ma ovviamente tutto può cambiare.

Quale vinile, tra tutti quelli possibili, ti piacerebbe avere?

Questa domanda è illegale! Possiamo passare alla prossima? Ho una lista talmente lunga di vinili che vorrei. Ma okay, oggi voglio The Divine Feminine di Mac Miller.

C’è un luogo, reale o immaginario, in cui ti senti in armonia con te stessa, dove ti è più facile scrivere musica?

Pietroburgo. Credo che mia mamma mi nasconda qualcosa, perché non sembra affatto che io sia di Mosca. Non ho nulla del moscovita, odio Mosca e qui mi sento un pesce fuor d’acqua. Stando alle fotografie, mia madre mi ha portato per la prima volta a Piter quando avevo un anno. Poi, iniziando dai quattordici, ho iniziato ad andarci da sola e a rimanerci per un mese. E allora ho capito che lì mi sento bene. Qualcuno ha detto in un’intervista con Dud’ [Jurij Aleksandrovič Dud’, giornalista e videoblogger russo, N.d.T.] che nella metro di Mosca ci sono degli aggeggi che ti succhiano via l’energia. A me sembra che ci siano non solo in metropolitana, ma in tutta la città.

Dov’è stata la migliore festa con amici?

A casa. Odio del tutto le feste. Odio gli amici [ride]. No, adoro i miei amici, ma amo di più la solitudine. È la forma migliore di vita sulla Terra. Un ritrovo di due persone al massimo è perfetto, a casa propria oppure in una casa fuori città. Ma niente ubriacature moleste, è stata una festa tranquilla.

In un’intervista hai dichiarato di volere una macchina tua. Sei appassionata di un qualche modello o casa automobilistica in particolare o semplicemente sogni un mezzo di trasporto?

Voglio un minivan, a essere sincera. Voglio usarlo per andare in tournée con mezzi miei. Ma se devo essere seria, allora direi qualsiasi. Mi andrebbe bene anche un macchinino da quattro soldi, semplicemente voglio una macchina. Ho la patente ma non la macchina, voglio semplicemente andare in giro. E il giorno in cui avrò una macchina, tirerò su qualche amico e ce ne andremo da qualche parte. Su Marte. Un macchinino da quattro soldi andrà bene, la cosa più importante è che funzioni.

Hai scrittori o poeti preferiti?

In realtà io sono proprio un non-lettore. Me ne sono resa conto quando mi sono iscritta all’università lo scorso anno, e ho appena iniziate a colmare questa lacune. Quest’anno mi appassiona molto Brodskij. Prima mi sembrava che fosse roba un po’ passata dire “ma io amo Brodskij”, poi però ho iniziato a provare interesse per questo vostro Iosif Aleksandrovič. Mi sono immersa nelle sue opere, le ho sentite molto vicine. Consiglio a tutti di leggere il suo saggio veneziano (Fondamenta degli incurabili, N.d.R.). Ho guardato tutte le sue interviste che è possibile trovare su internet e ho capito che stavo iniziando a parlare con lui, a rispondergli come se fosse mio nonno o un mio parente… Se ci fosse questa possibilità, sarei molto felice di fargli qualche domandina. Come vivere, eccetera.

Favola o libro preferito da bambina?

Prostokvašino, soprattutto il capitolo in cui Zio Fedor mangia troppi funghi nel bosco e iniziano a succedergli strane cose. Allora non capivo che cosa significasse avevo molta paura. Oltretutto, abbiamo lo stesso cognome, quindi pensavo che fosse un mio avo.
Mi piacevano molto anche Il castello errante di Howl e La città incantata di Miyazaki.

Come ti rapporti alle tournée? È facile per te viaggiare?

Non ho fatto nessuna tournée… Una tournée è il mio sogno, vorrei partire per boschi abbandonati, villaggi, città di provincia. Trovo molta bellezza in questo. E anche le persone là sono completamente diverse. Tutti i miei amici non di Mosca sono meravigliosi. Hanno un rapporto diverso con il denaro, con le altre persone, con la città. I miei amici di Jaroslavl’ hanno organizzato un grande sabato di musica, a cui hanno partecipato quasi cinquecento persone, e poi hanno ripulito tutto da bottiglie e mozziconi di sigaretta. A Mosca, nel mio quartiere, nessuno se ne occuperebbe.

Hai un programma qualche concerto online? Lo hai già sperimentato? Com’è?

Prima facevo molto spesso live su Instagram; questo ovviamente non si può chiamare “concerti online”, però è qualcosa di simile a un ritrovo con amici in cucina: canti canzoni, bevi vino.
Questa modalità non mi piace molto, perché non vedi i volti delle altre persone, non vedi reazioni vive. Da un punto di vista psicologico questo non mi fa sentire a mio agio, dopo queste live mi batte il cuore, sudo, mi agito.
Anche nei concerti dal vivo c’è tutto questo, ma in quel caso vedi i volti, puoi toccare le mani, allungare il microfono perché qualcuno canti con te. Su Instagram ti accontenti dei commenti. Da quello che una persona scrive non è sempre possibile definire che cosa sente.
Ci sono state delle offerte per fare concerti online, ma con vendita di biglietti. Mi sembra che in tempi così difficili non sarebbe molto giusto. La gente vuole ascoltare buona musica, rilassarsi e non pensare ai problemi, al virus, alla crisi. Perciò penso che presto tornerò alle live su Instagram. Magari saranno con ragazzi che hanno un’etichetta, oppure con alcuni amici musicisti.

Ora molti si ritrovano con del tempo libero per imparare qualcosa online. Come buttarsi in un programma legato alla musica? Cosa guardare? Cosa ascoltare?

La cosa importante è che questo esercitarsi sia sistematico, come degli allenamenti in palestra. Intraprendere qualche challenge per se stessi. Io e i miei amici volevamo metterci d’accordo per fare una demo al giorno, ma si è visto che era troppo difficile – almeno per me – perché le canzoni nascono non tutti i giorni. E non si ha voglia di imporselo per farle risultare una sorta di parto cesareo.

Prima “mangiavo” musica con album nuovi tutti i giorni, ora meno, ma è comunque molta. Non è molto corretto, perché nella musica bisogna immergersi. Se sei un musicista, allora devi sentirla e analizzarla. E se ti piacciono i suoni o l’arrangiamento, allora devi ascoltarla diverse volte, così da cercare di capire come è fatta. Tutto questo si deposita e alla lunga influisce sulla tua arte. Bisogna anche ascoltare ciò che non piace, così da capire perché. Guardare le live. I miei canali preferiti sono NPR e Mahogamy. Documentari, interviste, biografie dei musicisti, leggere Pitchfork, buttarsi sull’inglese.
E anche semplicemente leggere è importante. La poesia, per esempio, per rafforzare il “meccanismo di pompaggio” delle parole, in caso non facciate musica solo strumentale.

Ti piace sperimentare con il tuo stile musicale?

Non mi piace molto la categoria “stile di musica”. Preferisco la categoria “umore nella musica”, perché di stili musicali come tali nel XXI secolo non ce n’è. È tutto troppo sintetizzato. Mi piace cercare nuovi suoni, accostarmi a tutto ciò che posso e, magari, in questo modo trovare una nuova sonorità. Accostarmi al tavolo, alla sedia, picchiettare sul vetro con una moneta. Molti musicisti lavorano così, e a questo mi ispiro molto.

Secondo te, che cosa attende l’umanità: un’utopia, una distopia o l’apocalisse?

Non lo so. Forse sono un’egoista, perchè non penso affatto a ciò che attende l’umanità. Penso a ciò che attende me e i miei amici. Forse perché non mi sono ancora resa conto completamente della finitezza della vita. Probabilmente un’apocalisse. Spero che avvenga dopo di me.

Qual è il significato delle immagini allo specchio e dei riflessi che si incontrano sull’album Gde moj dom?

Lo specchio è originariamente una persona. Ora è una categoria privata di persone che mi sono molto vicine per spirito, quelle che si muovono nella mia stessa direzione – abbiamo lo stesso background, lo stesso destino, le stesse storie di vita, gli stessi di gusti e gli stessi interessi. Un’ottima parola che mi piace molto, da sola dice tutto. Una bella parola, soprattutto per chiamare le persone. Ma, apparentemente, a causa dell’età e del corrispondente massimalismo di carattere, sono incline a idealizzare le persone, perciò i miei specchi spesso si dibattono e si appannano.

Quale espressioni dalle tue canzoni ti è più vicina? Oppure quale traccia?

Mi è difficile riflettere sulla mia arte. Vabbè, ne scelgo due. Una strofa da Ubegaj ot požara [Fuggi dall’incendio, N.d.T.]: “Sei così giovane e bella, in te c’è così tanto amore”. La dico a me stessa quando non mi sento bene e non percepisco il mio valore (cosa che accade molto spesso). Questo verso mi dà forza. Nel scriverlo mi rivolgevo non solo ad altre persone o ragazze, ma a me prima di tutto.
La seconda strofa è dalla canzone Lučšij drug [Miglior amico, N.d.T.]: “Se tu sei il mare, allora io resto un po’ sulla riva”. Semplicemente, mi piace.

Come di senti davanti a una videocamera? È possibile dire che mostri alcune caratteristiche che solitamente nascondi?

Non mi sento molto a mio agio. Non mostro niente del genere. Prima, quando avevo dodici-tredici anni, volevo diventare una modella e ho fatto diversi casting. Mi sembra che più diventiamo adulti, maggiori sono i traumi che riceve la nostra autostima, e così ci nascondiamo. Okay, non generalizzo, parlo solo di me stessa. Prima mi piaceva molto essere fotografata, ho un sacco di album di fotografie che mi ha fatto mia mamma.

Qualcuno della tua famiglia è legato alla musica? Da dove ti viene la passione per la musica?

Nessuno è legato alla musica più di quanto non lo sia una normale persona media in Russia. Mia mamma andava a scuola di musica, suonava la dombra [strumento musicale simile al liuto molto diffuso tra i popoli turco-mongoli della Siberia e dell’Asia Centrale, N.d.T.], uno strumento così legato alla musica popolare. Poi più o meno alla mia età suonava la chitarra, nulla di particolare.
Mio nonno ha una bella voce potente. In psicologia c’è l’idea che le persone inizino a cantare se vogliono raggiungere qualcosa, esprimersi. Soprattutto se una persona inizia a cantare non da bambino ma in un’età più consapevole.
Io sono stata zitta per tutta l’infanzia, ero una bambina selvaggia, ma a quindici anni, quando il mondo è sbagliato e tu vuoi gridarlo, il canto mi è venuto fuori. Perché parlare di questo è poca cosa, è debole, non ha la stessa forza di cantarlo. Così ho dovuto svelare lo spirito musicale. C’era, ma non era molto profondo. E ora devo svelarlo ascoltando una grande quantità di musica, guardando live, documentari e interviste a grandi musicisti e imparando qualcosa da loro.

Qual è la cosa più bella che hai visto nella tua vita?

Le persone che sono venute ai miei concerti. Cantavano insieme a me, ed era come se avessero passato un casting per le persone più belle.

Cosa senti ora?

Nulla di estremo. Calma.

 

FONTE: Colta.ru, 30 aprile 2020 – di Lelja Kochanova, Traduzione di Olga Maerna.

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.