Come spiegare il passato con il presente: l’esempio di «Via col vento» e «Mosca non crede alle lacrime»

Come spiegare il passato con il presente: l’esempio di «Via col vento» e «Mosca non crede alle lacrime»
Rossella e Mami in una scena del film «Via col vento».

 

La piattaforma di streaming della HBO ha comunicato che rimuoverà dal suo catalogo il film «Via col vento». Ciononostante, si tratta solo di una misura temporanea, non permanente. Il film verrà reinserito già questa settimana con un commento dettagliato che spieghi per quale ragione la pellicola, che agli occhi contemporanei appare razzista per il modo in cui viene rappresentato il rapporto tra proprietari di piantagioni e schiavi, al momento della sua uscita sia stata ritenuta accettabile.

 

«Via col vento» è la trasposizione cinematografica del famoso romanzo di Margaret Mitchell. Il libro è stato pubblicato nel 1936, mentre il film è di tre anni successivo ed è stato nominato a tredici premi Oscar, un record assoluto per l’epoca.Chi oggi si indigna per questa incursione in un film di culto ama ricordare che uno degli Oscar è stato vinto proprio da Hattie McDaniel, che nel film interpreta il ruolo della cameriera di Rossella O’Hara, soprannominata da tutti Mami. McDaniel è stata la prima persona di colore nella storia a ricevere la famosa statuetta.

 

Gli oppositori del film invece sostengono che quella stessa premiazione sia un episodio di segregazione e razzismo. Infatti, la cerimonia degli Oscar è stata ospitata in un lussuoso hotel in cui regnava la politica del «solo i bianchi sono ammessi». Il produttore del film riuscì a malapena a convincere l’amministrazione dell’hotel ad ammettere l’attrice alla cerimonia. Le fu assegnato un tavolino accanto al muro, lontano e separato da tutti gli altri e, di conseguenza, separato dalla restante parte «bianca» della sua troupe cinematografica.

 

Ed è proprio sul ruolo della Mami interpretato da McDaniel che si concentrano le maggiori critiche al film e al romanzo. Mami è una schiava felice, pienamente soddisfatta della sua condizione. Questa posizione sembrerebbe così normalizzare la condizione secondo cui alcune persone appartengono ad altre, come se fossero oggetti, qualora i padroni di questi «oggetti» fossero buoni e cari.

 

Si potrebbe paragonare il personaggio della Mami a quello di Firs, ex servo della gleba e maggiordomo nell’opera teatrale di Čekhov «Il giardino dei ciliegi». Entrambi sono servi affezionati di padroni benevoli e rimangono ostaggi della loro ingiusta condizione. In essa si sentono a proprio agio e vogliono che continui. Ma a differenza del personaggio della cameriera di colore, che sembra quasi dichiarare apertamente che la schiavitù sia «piacevole», il personaggio di Firs è un esempio straziante di un uomo schiacciato e lacerato da un infame susseguirsi di eventi, un Uomo che pur essendo tale si è letteralmente disabituato alla libertà.

 

In Mami invece è assente qualsiasi incrinatura propria di Firs, per questo parlare di ciò che accade a coloro che hanno vissuto l’innaturale condizione di padronanza e schiavitù non è assolutamente inappropriato. Probabilmente di questo si parlerà anche nel breve discorso che verrà anteposto al film quando sarà reintrodotto nella piattaforma della HBO.

 

È divertente notare che i media russi (sia quelli ufficiali sia quelli presenti sui social network) pur non avendo taciuto il fatto stesso dell’aggiunta di un commento, lo hanno pur sempre ridimensionato. Fondamentalmente, ci si affligge per il film quasi quanto per un defunto, come se il primo non fosse stato rimosso da una sola piattaforma di streaming temporaneamente, bensì cancellato per sempre da ogni parte.

 

Eppure l’idea di un commento di questo tipo da allegare agli artefatti del passato, siano essi romanzi, film o serie tv (i quali di solito rappresentano un calco del tempo che descrivono e invecchiano piuttosto rapidamente) è molto sensata.

 

Nel nostro programma scolastico rientra il racconto lungo di Gogol’ «Taras Bul’ba», in cui i personaggi compiono un pogrom di inaudita crudeltà contro gli ebrei e il lettore è reso compartecipe dei loro sentimenti tramite la narrazione.

 

In questo caso però nessun tipo di disclaimer viene anteposto. Per gli studenti tutto dipende dall’insegnante che avranno. E l’approccio dell’insegnante può variare. Personalmente ricordo ancora lo sconcerto e l’indignazione che sconvolsero (fino alle lacrime) mio figlio quando, senza nessun preavvertimento, arrivò da solo a quel passaggio e ai tempi frequentava la settima classe[1].

 

In alternativa prendiamo un altro esempio che può sembrare meno eclatante. Si tratta di un film che forse noi amiamo anche più di «Via col vento». Di recente ho guardato insieme ai miei studenti «Mosca non crede alle lacrime». Sebbene fosse strano, alcuni di loro non l’avevano mai visto. Alla fine del film è seguito un silenzio piuttosto lungo, poi però hanno iniziato tutti a parlarsi sopra, chiedendo: com’è possibile che il film finisca così? Come ha potuto quella donna restare con un uomo del genere? Che le aveva apertamente detto che non sarebbe più spettato a lei decidere liberamente della sua vita, bensì a lui per il solo fatto di essere uomo?

 

Katerina e Goša in una scena del film «Mosca non crede alle lacrime».

 

E che razza di uomo non è in grado di superare il fatto che la sua donna si trovi in una posizione lavorativa più importante e con uno stipendio più elevato?

 

Allora ho iniziato a parlare con loro del contesto temporale, del perché il messaggio principale di questo film, ossia la priorità del privato (e addirittura del privato in senso patriarcale) sul pubblico, abbia colpito così tanti spettatori. Personalmente, non considero «Mosca non crede alle lacrime» un film eccellente (e non considero tale neanche «Via col vento»), eppure visto dalla posizione distaccata di oggi, con l’ottica corrente, esso ci appare subito del tutto frivolo. E non se lo merita forse?

 

Non è la prima volta che il mondo affronta l’abbattimento di alcune norme etiche, forse però è la prima volta che noi abbiamo la possibilità di riflettere questo cambiamento. Non si parla di consenso o dissenso, quanto proprio di riflessione. Riflessione sul tentativo di dare delle spiegazioni. Di fissare il cambiamento dei tempi. Di spiegare non solo il presente con il passato, ma anche il passato con il presente.

 

E allora perché ci stiamo opponendo così tanto? 

 

 

Novaja Gazeta, 13 giugno 2020 – di Anna Narinskaja, traduzione di Paola Ticozzi

 

[1] All’età di 13 anni.

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.