“Soffrire di sciocchezze”, “congelare la stupidità”, “sorvolare come compensato sopra Parigi”: cosa significano le espressioni idiomatiche russe più famose?

La lingua russa è davvero incredibile. Possiede una moltitudine di espressioni idiomatiche e formule in grado di lasciare qualsiasi straniero a bocca aperta. Anche se si è studiato russo per molto tempo si deve sapere come trattarle. La risposta “da, net, konečno” (letteralmente “sì, no certamente”) può “mandare in cortocircuito” il cervello di chiunque. Oppure prendiamo, ad esempio, un dialogo rappresentativo:

– Che porci! (“svini”, lett. “maiali”)

– Perché?

– Perché sono delle carogne! (“kozly”, lett. “caproni”)

Il suo significato letterale potrebbe destare uno “sfasamento” in qualsiasi arabo, americano, europeo o cinese che ha studiato a scuola e nelle università la lingua misteriosa dei vicini del Nord. Esaminiamo ora i singoli detti russi che potrebbero confondere qualsiasi straniero e cerchiamo di capire di più sulla storia del loro insorgere.

 

Perché i soldi sono chiamati “babki”, “nonnine”?

Questa designazione ebbe origine nel XIX secolo. Allora fu emessa una banconota da cento rubli raffigurante Caterina II, la nonna dei due imperatori russi Nicola I e Alessandro I. In numerose leggi e documenti ufficiali vi era una menzione alla “nostra grande nonna, Caterina II”, e proprio nella società la defunta imperatrice era chiamata “nonna”. Quando, nel 1892, i cento rubli furono stampati con sopra il suo viso, il popolo iniziò a chiamarli “nonne”. A poco a poco, questa denominazione venne estesa ad indicare tutto il denaro: si radicò e sopravvisse all’Impero Reale. Anche ai tempi dell’Unione Sovietica il denaro veniva indicato con questa espressione ed è tuttora chiamato così nella moderna Federazione Russa.

Perché si dice “kozel otpuščenija”, “capro espiatorio”?

Questa espressione era attivamente impiegata nel giudaismo. La locuzione “capro espiatorio” si riferisce ad un intero rituale che prevedeva che sull’animale si eseguisse una cerimonia simbolica per far sì che tutti i peccati commessi dalla popolazione potessero su di esso essere deposti. Nella fase successiva del rituale la capra veniva abbandonata nel deserto. Questo rito era effettuato durante la ricorrenza dello Yom Kippur ed è dettagliatamente esposto all’interno dell’Antico Testamento.
Nella cristianità il “capro espiatorio”, in alcuni casi, può essere interpretato con il sacrificio di Cristo. Giovanni il Battista dichiarò che il Salvatore prese “su di sé i peccati del mondo divenendo L’Agnello di Dio”.
Oggi, “capro espiatorio” è una popolare espressione che viene impiegata in senso figurato. È così che si identifica una persona che deve essere punita per altrui crimini o colpe.

Perché i poliziotti vengono chiamati “musory”, “rifiuti”?

È così che i russi hanno iniziato a chiamare i funzionari delle forze dell’ordine già prima della rivoluzione. Il fatto è che a quel tempo l’acronimo MUR è stato ridenominato MUS, che altro non è che il Dipartimento Investigazioni Criminali di Mosca. Questa abbreviazione si è poi estesa alla parola russa “musor”, “spazzatura”, divenendo un soprannome offensivo.

Perché ai matrimoni si urla “gor’ko”, “amaro”?

Esistono tre principali versioni circa l’origine di questa espressione.
Prima versione: nell’antichità, in queste occasioni, si gridava “gor’ko”, “amaro”, suggerendo che il vino nei bicchieri non si distinguesse effettivamente per la sua dolcezza. Però, nel momento in cui il giovane baciava la sua fidanzata, questo avrebbe dovuto magicamente divenire più dolce.
Seconda: abitualmente i matrimoni in Russia erano celebrati in inverno, quando la neve ricopriva tutto il suolo e non era di conseguenza previsto alcun lavoro sui campi. Nel cortile, vicino alla sposa, si costruiva un grande collinetta di neve e se ne cospargeva la sommità con dell’acqua. Successivamente, la giovane saliva in cima con le sue amiche, mentre il suo fidanzato con i suoi compagni si arrampicava sulla collina per raggiungere la sua amata. Assistendo a questo allegro teatrino, tutti i presenti cantavano: “gor’ka!”, “collinetta!”. Quando lo sposo raggiungeva la sua sposa, la baciava e tutti si lanciavano scivolando dall’alto.
Terza: in passato, la sposa era solita girare attorno ai presenti con un vassoio. Gli ospiti vi gettavano soldi ed afferravano un contenitore con della vodka. Allo stesso tempo, prima di bere, gridavano: “gor’ko”, “amaro”.

Da dove viene l’espressione “šivorot-navyvorot”, “alla rovescia”?

Fino a qualche secolo fa, col termine “šivorot”, “collottola”, si indicava il colletto degli indumenti indossati dai boiardi. Questi erano ricamati, il che esaltava la grandiosità e la ricchezza dei nobili. Durante il regno di Ivan il Terribile, i boiardi caduti in disgrazia furono costretti a sedere di schiena su un cavallo magro, dopo avergli fatto indossare i loro vestiti a rovescio. In quelle condizioni e sotto le grida soddisfatte e il fischio della folla, i trasgressori venivano portati per tutta la città con indosso “il colletto al contrario”.

Che cosa significa l’espressione “gol kak sokol”, “essere al verde” (lett. “nudo come un falco”)?

L’espressione ha origine in tempi antichi. Non ha nulla a che vedere con il volatile, il falco: esistono diverse versioni riguardanti l’origine di questo modo di dire.
Prima: “sokol” (l’enfasi è sulla seconda sillaba), ovvero “falco”, era il termine utilizzato per far riferimento all’ariete, strumento con cui i soldati abbattevano le porte dei castelli assediati e delle città nemiche. Questo poteva essere un tronco avvolto in lamiere di ferro o una trave di ghisa. E anticamente, “goly”, “nudo”, era definito non solo un uomo spogliato, ma anche un tronco privo di rami, spoglio.
Seconda: Valerij Mokienko (celebre ricercatore e linguista) ritiene che “sokol”, sia una traduzione del termine francese “faucon”, utilizzato dai militari per riferirsi a determinati strumenti. Nella sua trasposizione in russo, però, può indicare un uccello, appunto il falco.
Terza: la denominazione originale è “sukol”. Questa parola non è più impiegata in russo, ma in passato denotava i paletti-supporto che sostenevano le palizzate sgangherate. Erano “nudi”, “golye” perché spogli, privi di rami e ramoscelli. Questi pali erano associati alla povertà.

“Dojti do ručki”, “toccare il fondo” (lett. “arrivare al manico”)

L’origine di questa espressione può essere spiegata ricorrendo a due versioni. La prima ha a che fare con i kalači. Questi prodotti da forno sono cotti in Russia da un’epoca talmente lontana che se n’è perduta la memoria. Venivano infornati con la forma di un “lucchetto” con un arco circolare a mo’ di manico. Le persone compravano i kalači dai commercianti e li mangiavano in strada, tenendoli per l’archetto. Proprio questo, per ragioni di igiene, non veniva mangiato ma al contrario si era soliti lasciarlo ai cani o ai mendicanti. Da questa usanza è nata l’espressione in questione. Dunque, colui che non disdegnava di mangiare il manico, possedeva lo stesso status sociale dei mendicanti ed era alla stessa stregua dei cani randagi.
La seconda versione che spiega l’origine di questa espressione è la seguente: mendicanti e vagabondi senza specializzazione non erano ammessi nelle fabbriche. Ai più degradati erano affidate le mansioni più semplici e meno retribuite. All’esterno, si conduceva l’azionamento del macchinario: il mastro reclutava tutti i desiderosi, collegava la manopola alla macchina e li ingaggiava per girarla senza interruzione, a turno, fino al termine della giornata lavorativa. Per questa elementare funzione meccanica i lavoratori erano pagati un centesimo.
Così apparve l’espressione “arrivare alla maniglia”, cioè toccare il fondo della vita.

“Popast’ vprosak”, “avere un intoppo”

La parola “prosak” un paio di secoli fa indicava una macchina a fune. Consisteva in una vasta rete di corde che andavano dalla ruota (per la filatura) alla slitta. Nel punto finale, si attorcigliavano. Tali macchine tessili furono collocate in strada poiché occupavano molto spazio. Se vestiti, dita, capelli o barba vi si fossero impigliati, ciò avrebbe potuto portare ad una tragedia. Nel migliore dei casi, si poteva subire un grave infortunio o rimanere disabili, nel peggiore dei casi morire per danni collaterali non compatibili con la vita. Da qui proviene l’espressione “avere un intoppo”. Oggi significa ritrovarsi in una situazione difficile o esilarante.

“Poslednee kitajskoe predupreždenie”, “ultimo avvertimento cinese”

Questa formula è nata negli anni ’50-’60, quando tra la Cina e gli Stati Uniti si è verificata un’acutizzazione delle relazioni, legata alla “questione taiwanese”. Gli americani effettuarono voli di ricognizione sulle acque territoriali della Repubblica Popolare Cinese. Per ognuna di queste violazioni, i cinesi avanzarono un avvertimento agli Stati Uniti. Ma nessuna azione li seguì. Tutte queste note e proteste si sono poi fissate. Siccome l’esercito americano violò spesso i confini dello spazio aereo e acquatico, il numero di avvertimenti salì a molte centinaia. Solo alla fine del 1964 si registrarono circa 900 di questi “attacchi”. Per questo la stampa mondiale ironizzò su di loro e gli americani stessi non prestarono attenzione al successivo “avvertimento”. Così nacque l’espressione.

“Nastavit’ roga”, “mettere le corna”

Leggende e dicerie hanno a lungo circolato attorno all’emergere di questa espressione. Secondo una di queste narrazioni, l’imperatore di Bisanzio Komnin concesse ai mariti delle sue amanti di cacciare nelle proprie tenute. Le corna di cervo erano appese alle porte dei castelli dove vivevano, come segno di un tale privilegio.
Un’altra versione recita che era proprio il suono di un corno a richiamare i signori feudali in servizio. Queste “campagne” potevano durare anni e le mogli dei signori avevano la possibilità di “andare a sinistra”, ossia di cadere in tentazione.
La terza racconta degli elmetti cornuti che le mogli ponevano sulle teste dei soldati tedeschi per accompagnarli in una lunga guerra.
Quarta variante: l’espressione questa volta origina dal mito di Atteone. Questi osò spiare la nuda Diana e la dea arrabbiata lo trasformò in un cervo.
Quinta: il decreto dell’imperatore tedesco del 1427 vietava ai soldati di ammettere le loro mogli nell’esercito. I trasgressori ricevevano come punizione la condanna di indossare le corna.

“Delo pachnet kerosinom”, “quando c’è puzza di cherosene”

Questo detto si è formato nella prima metà del XX secolo. Il tutto grazie all’articolo “La verità”, in cui venne pubblicata una nota satirica sullo scandalo del petrolio negli Stati Uniti, scritta da Kol’cov. Molti grandi funzionari furono colti in flagrante ad accettare illegalmente tangenti e a commettere varie frodi. Kol’cov (il suo vero nome era Friedliard) scritte nel feuilleton che una delle tangenti “puzzava fortemente di cherosene”. Dopo il rilascio del materiale, questa formula si trasformò in una citazione e così l’espressione “la cosa puzza di cherosene” è divenuta famosa.

“Filkina gramota”, “lettera di Filippo”

Durante il suo regno, Ivan Il Terribile riceveva spesso delle missive con le critiche del metropolita Filippo. L’ecclesiastico condannava le esecuzioni e l’opričnina (la prima polizia politica russa). Il monarca chiamava con disprezzo queste epistole “lettere Filkin” (oggi, documenti “analfabeti”, privi di forza giuridica).

“Stradat’ chernej”, “soffrire di sciocchezze”

Molti pensano che questa espressione provenga dalla parola “cher”, “fallo”, che denota volgarmente l’organo sessuale maschile, ma in realtà è apparsa proprio da tutt’altro termine. In lingua latina “hernia” designa un’ernia. A questa diagnosi ricorrevano spesso, in passato, gli avidi medici militari che, in vista di una ricompensa, aiutavano i figli di ricchi commercianti e funzionari a sbarazzarsi dell’obbligo di leva dal momento che non volevano arruolarsi.

“Vsypat’ po pervoe čislo”, “colpire come si deve”

In tempi antichi, la punizione per eccellenza per i bambini era la sculacciata. A volte gli adolescenti sciocchi cercavano di colpirsi in modo che i segni del bastone rimanessero fino al mese successivo. Proprio così nacque l’espressione.

“Delo vygorelo”, “il caso è bruciato”

Questa espressione è legata alla prassi giuridica prerivoluzionaria. Sovente, negli edifici della giustizia, là dove si conservavano le pratiche contenenti le prove contro gli imputati o, al contrario, le cause giudiziarie condotte contro gli accusati, scaturiva un incendio. Il che voleva dire che tutti i documenti raccolti soccombevano al fuoco. Quindi, compiaciuti, gli imputati si rallegravano che il loro caso fosse “bruciato”, e che non avrebbero di conseguenza avuto alcun tipo di problema.

“Ujti po-anglijski”, “ritirarsi all’inglese”

Il detto in questione altro non è che una spassosa conferma della rivalità esistente tra inglesi e francesi. La prima versione sancisce che questa sorse durante la guerra degli anni 1756-1763, durante la quale l’esercito francese fuggì in massa dalle unità. Gli inglesi dunque iniziarono a schernirli utilizzando la locuzione: “ritirarsi alla francese”. Allora gli inglesi, bersagli delle beffe dei francesi, per vendicarsi, stravolsero l’espressione, trasformandola come se ne fossero stati gli “ideatori”. La seconda versione è collegata a Henry Seymour. Questo lord britannico, che viveva un tempo a Parigi, si dice che abbandonò le serate a cui era stato invitato senza salutare i padroni di casa.

“Golubaja krov’”, “(avere) sangue blu”

Gli aristocratici sono sempre stati considerati persone speciali. Le donne dell’alta società cercavano di avere un colorito pallido ed evitavano i raggi del sole, poiché la tintarella era associata alla gente comune, mentre la loro pelle nivea brillava. Per questo, lasciava spesso intravedere dei vasi sanguigni di colore blu. Sembrava che queste signore non avessero sangue rosso, ma blu. Da qui nacque questa espressione, così come la denominazione degli aristocratici.

“I ežu ponjatno”, “è chiaro persino ad un riccio”

Questa formula è apparsa per la prima volta in una poesia di Majakovskij per bambini. L’espressione risulta piuttosto strana, ma facendo riferimento al poeta si tratta della “storia di Pete, un bambino grassottello e di Sim che è esile”. Riprendendo la citazione esatta “è chiaro persino ad un riccio, che questo Petja era un bourgeois” e in generale riprendendo tutto il poema, possiamo concludere che era difficile trovare una parola che facesse rima con bourgeois, anche per lo stesso Majakovskij. Inoltre, a questo si aggiunge che la poesia è dedicata ai bambini. A poco a poco è divenuta popolare e di conseguenza anche l’espressione, oggi in voga. Curioso off-topic: lo sapevi che Majakovskij aveva giustamente intuito che il cervello di un riccio è davvero semplice, liscio e senza circonvoluzioni, con una massa di soli 3,4-3,5 grammi?

“Sem’ pjatnic na nedele”, “sette venerdì alla settimana”

Fin dall’antichità il venerdì in Russia è stato considerato il giorno “del mercato”. La gente negoziava, concludeva affari, comprava ciò di cui aveva bisogno. Ma vi erano commercianti che non assolvevano ai loro impegni: ad esempio, esponevano la merce richiesta il giorno di mercato successivo. A tal proposito si menzionarono i “sette venerdì alla settimana».

“Smorozit’ glupost’”, “dire sciocchezze” (lett. congelare la stupidità)

Questo detto iniziò ad essere impiegato per la prima volta nelle palestre prerivoluzionarie. In greco “moros” significa “stupidità”. Gli insegnanti spesso si rivolgevano così ai ginnasti che non avevano interiorizzato le spiegazioni e balbettavano sciocchezze: “basta portare il gelo”!

“Ne v svoej tarelke”, “(sentirsi) fuori luogo”, (lett. “non nel proprio piatto”)

Questa frase è apparsa a seguito di una traduzione errata dal francese. La locuzione “trovarsi in una posizione instabile” (il cui secondo significato è “non essere nello spirito” o “in vena”), è stato tradotto come “non essere a proprio agio”.
“Ne pas être dans son assiette”, dove “assiette” nel senso di “condizione” o “posizione” è stato tradotto ad orecchio come “piatto” (omonimo di “assiette”).

“Proletet’, kak fanera nad Parižem”, “sorvolare, come compensato sopra Parigi”

Molti filologi sostengono che questa frase sia legata al volo dell’aviatore francese Fanier sopra la capitale. Lo sfortunato pilota è morto, ma grazie a lui è apparsa l’espressione di cui parliamo. In realtà, la versione più realistica è che questa locuzione debba la sua nascita, il film “Aeronauta”. In esso è questione dell’atleta Ivan Zaikin, che decise di diventare un aviatore. Nel film, Zaikin si reca a Parigi, ruba un aereo di compensato e lo sorvola la capitale francese.

“Kuram na smech”, “ridono anche i polli”

Questi pennuti sono sempre stati oggetto di scherno a causa della loro stupidità e dei loro timori ingiustificati. Sono molte le espressioni dispregiative note in relazione ad essi: scrivere a zampe di gallina, avere una memoria di pollo, e così via. Il fraseologismo “ridono anche i polli” è divenuto un commento spregiativo nei confronti di qualcosa. I polli ridono? Certo che no! Il senso è un altro: ogni volta che si guarda qualcosa di ridicolo e imbarazzante, anche i polli che non lo fanno mai, possono ridere.

“Želtaja pressa”, “la stampa gialla”

La prima versione a cui si fa riferimento per indagare sull’origine di questa formula ha a che vedere con i giornali tabloid, stampati alla fine del XIX secolo su carta gialla. Proprio questi erano imputati di alimentare la speculazione tra i lettori di scandali e notizie gonfiate. La seconda versione fa capo al fumetto “The Yellow Kid”, oggetto di controversie tra due giornali newyorkesi. Si trattava di una dura parodia dei giapponesi che ostentavano il loro patetico patriottismo nella guerra contro la Cina.

“Na sed’mom nebe”, “(essere) al settimo cielo”

Aristotele divise il cielo in sette sfere. Nell’ultima di esse si trovava il paradiso, che concedeva ai morti la beatitudine. Da qui, la famosa espressione sul settimo cielo.

“Vzjat na pont”, “imbrogliare” (lett. “prendere l’asso”)

La parola “pont” è un prestito dal francese. Così venivano chiamati gli “assi” nel gioco delle carte. Il secondo significato della parola è “barare”. Nella Russia prerivoluzionaria, la lingua francese era molto popolare. Gli aristocratici dicevano “prendere l’asso”, con cui si intendeva l’atto di usufruire delle briscole o carte vincenti (appunto, gli assi) per vincere a carte. A poco a poco, l’espressione è divenuta sempre più popolare tra coloro che giocavano a carte imbrogliando. I bari dotarono così l’espressione di un nuovo significato: “intimidire, bluffare, raggirare senza motivo”.

“Pobeditelja ne sudjat”, “il vincitore non viene giudicato”

Fu l’imperatrice Caterina II a proferire queste parole, quando Rumjancev corse al suo cospetto a lamentarsi di Suvorov. Il grande condottiero conquistò la Fortezza di Turtukaj senza autorizzazione, nonostante il divieto del maggiore. Storicamente, questo fatto non è attestato da nessun documento.

 

Fonte: moiarussia.ru, 9 marzo 2020 – di Andrej Russu, traduzione di Silvia Masi

Silvia Masi

Romana, classe ’96, laureata in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Sono una linguista e traduttrice specializzata in Francese e Russo, follemente innamorata delle diversità. Ho vissuto a San Pietroburgo per 3 mesi ed ho scoperto la bellezza di un ambiente multiculturale ed infinitamente dinamico, respirando a pieni polmoni le tradizioni ed immergendomi in toto nella straordinaria complessità della lingua, a stretto contatto con la riservatezza e l’estrema generosità del popolo russo. Nel tempo libero leggo, analizzo, traduco, sogno.