«La Russia non può seguire di nuovo la via della repressione»

Lo storico Jurij Dmitriev rischia 15 anni di colonia penale. Andrea Gullotta, esperto di Gulag, spiega perché tutto il mondo è dalla sua parte.

Il 22 luglio il tribunale di Petrozavodsk pronuncerà la sentenza per lo storico Jurij Dmitriev, accusato di violenza sessuale sulla figlia adottiva. Il procuratore ha richiesto per Dmitriev 15 anni di coloniа penale. Gli amici e i colleghi dello storico sono convinti della sua innocenza, mentre gli attivisti per i diritti umani definiscono il caso politico: sono convinti che le indagini siano legate all’attività di ricerca di Dmitriev sulle sepolture di massa delle vittime delle repressioni del periodo sovietico.

“Meduza” ha parlato con Andrea Gullotta, docente della cattedra di russistica dell’Università di Glasgow e specialista di storia e letteratura dei Gulag, del contributo di Dmitriev allo studio delle repressioni politiche e dell’atteggiamento degli studiosi occidentali verso il suo caso.

Ha conosciuto Jurij Dmitriev prima o dopo l’inizio del processo?

– Credo fosse il 2010. Allora lavoravo alla tesi di dottorato sul lager sovietico delle isole Solovki. Avevo bisogno di alcune informazioni, così diversi insegnanti e storici mi suggerirono di parlare con Jurij Dmitriev. Gli scrissi e andai a Petrozavodsk. Lavorai con lui in archivio, mi aiutò molto, aveva un archivio stupendo.

Allora avvenne un episodio interessante. Io ero un dottorando e non sapevo niente di Jurij Dmitriev, non sapevo niente di Sandarmoch (n.d.r.: una fossa comune vicino a Petrozavodsk dove, tra il 1937 e il 1938, furono uccise e seppellite le vittime delle repressioni, provenienti soprattutto dal lager delle isole Solovki. Il luogo della sepoltura fu scoperto nel 1997 da un’equipe di ricercatori guidati dai membri di “Memorial” provenienti dalla Carelia e da San Pietroburgo: Jurij Dmitriev, Irina Fliege e Veniamin Ioffe). Vidi una sua fotografia e gli chiesi “Era un soldato?”. Lui disse: “Ora le mostro che guerra era”, e mi mostrò le fotografie di Sandarmoch. Еro molto entusiasta [per il lavoro di Dmitriev]. Capii che davanti a me avevo un gigante.

Da allora siamo rimasti in contatto, ma non ci siamo sentiti spesso perché ci occupiamo di temi differenti. Ma ovviamente seguivo il suo lavoro. Quando ho saputo del suo arresto, mi sono subito dato da fare per la sua liberazione. Abbiamo fatto una raccolta firme [in sostegno a Dmitriev]. Io, il traduttore John Crowfoot e i colleghi di Memorial Italia abbiamo scritto una lettera [da parte di studiosi stranieri in sostegno a Dmitriev].

In pubblico ho parlato spesso del caso di Dmitriev e della sua attività. Adesso siamo in contatto tramite sua figlia, è difficile comunicare con lui in altro modo. Gli si può scrivere tramite posta, ma io vivo in Scozia ed è lontano. Lui dice di ricordarsi di me, e questo mi fa molto piacere.

– Come ricorda Dmitriev da quell’incontro?

– Lui è veramente unico, una persona incredibile. Quando ci vedevamo, aveva sempre quest’aspetto: barba e capelli lunghi. In inglese lo si potrebbe definire focused, cioè una persona molto concentrata sul proprio lavoro. In generale prende molto sul serio il suo lavoro.

Un’altra cosa interessante: Dmitriev è uno storico dei Gulag, esperto del Belomorkanal e fumava sempre le sigarette Belomorkanal. È molto sui generis (n.d.t.: Belomorkanal è il termine russo con cui si indica il canale che collega il Mar Bianco al Baltico, inaugurato nell’agosto del 1933. Fu la prima opera prodotta dallo sfruttamento del lavoro dei detenuti. In onore della costruzione del canale venne creata una marca di sigarette omonima, la più diffusa durante il periodo sovietico, corrispondente, grosso modo, alle Nazionali italiane).

Mi sorprende come Jurij Aleseevič riesca a sopportare tutto ciò, quanto sia forte. Direi che è un esempio per tutti noi. Sono già passati tre anni e mezzo dal suo arresto, ma non si è mai perso d’animo, non ha mai detto nulla di negativo.(N.d.r.: L’evoluzione dell’affaire Dmitriev. Nell’aprile del 2018 il tribunale di Petrozavodsk ha assolto lo storico Jurij Dmitriev da due accuse: atti di libidine su minori e produzione di materiale pedopornografico. Tuttavia, nel giugno del 2018 la Corte Suprema della Carelia ha annullato la sentenza e Dmitriev è finito nuovamente in carcere giudiziario con l’accusa di violenza sessuale sulla figlia adottiva minorenne).

Inoltre lavorava continuamente. È uscito recentemente il libro “Mesto pamjati Sandarmoch” (Sandarmoch: Il luogo della memoria), a cui ha lavorato in carcere. Quando l’ho saputo ho pensato che io, al posto suo, non sarei mai riuscito a lavorare in quelle condizioni. Penso che il semplice fatto che lui riesca a lavorare in una situazione così difficile la dica lunga sulla sua persona.

– Qual è, secondo lei, il maggior contributo scientifico di Dmitriev?

– Dmitriev è un particolare tipo di studioso russo: è storico ed etnografo, ma non di professione, non lavorava in università. È uno storico che si è assunto il compito di occuparsi della storia e della memoria dei Gulag. Ha fatto dei lavori incredibili: liste commemorative e soprattutto il suo lavoro su Sandarmoch e su Krasnyj bor (n.d.t.: altra fossa comune in Carelia, teatro di esecuzioni di massa).

Il lavoro di Dmitriev su Sandarmoch è unico. Insieme a Irina Fliege e Viniamin Ioffe non solo ha trovato il luogo della fucilazione, ma è anche riuscito a raccogliere varie testimonianze sulle vittime. Un vero miracolo. Generalmente per noi, ricercatori dei Gulag, è sempre molto difficile reperire informazioni sull’identità dei detenuti. Mi sono imbattuto in questo problema lavorando al libro sulle isole Solovki: avevo una lista di circa cento nomi, ma comunque è stato difficile trovare delle testimonianze su queste persone. Ora chiunque voglia occuparsi della storia di Sandarmoch ha tutti i nomi, le liste e le biografie delle vittime, e tutto questo proprio grazie al lavoro di Dmitiriev e dei suoi colleghi ricercatori.

In seguito Dmitriev ha pubblicato un’importante raccolta di documenti sul Belomorkanal. Ce l’ho a casa, per me è una fonte utilissima.

Posso dire di avere in casa decine di libri sui Gulag in cui vengono citati i lavori di Dmitriev. È davvero una figura importante, direi, per chi è interessato al tema, una delle più importanti nello studio dei Gulag e soprattutto di Sandarmoch.

– Che cosa, nello specifico, Dmitriev ha raccontato al mondo sui Gulag?

– Credo che qui sia importante ciò che ha fatto non solo come storico ed etnografo, ma anche come attivista. Nei giorni dedicati alla memoria di Sandarmoch, in varie interviste e testi, ha sempre detto che il Gulag è una storia terribile non solo per chi è morto o ha sofferto, ma per tutti. Personalmente sono convinto al 100% che i Gulag, così come l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale siano un fenomeno globale. E non per la diversa origine delle vittime, ma perché è un fenomeno in cui è lo stato che ha deciso di uccidere le persone, gli individui. Una situazione del genere è molto importante per l’umanità.

Nell’ultimo libro, “Mesto pamjati Sandarmoch” (Sandarmoch: il luogo della memoria), per Dmitriev è fondamentale parlare del rapporto tra i cittadini e lo stato: è lo stato che deve lavorare per il cittadino, e non viceversa. Sia la storia dei Gulag, sia quella delle repressioni sovietiche, secondo lui, sono la storia di uno stato che ha deciso le sorti dei cittadini, quando invece dovrebbe essere il contrario.

Egli stesso scrive che, secondo lui, viene perseguitato proprio per questa sua idea (“A Sandarmoch ci sono monumenti commemorativi delle vittime. Sono già più di una decina e questo è solo l’inizio. Sono fermamente convinto che una persona che conosce la storia della propria famiglia, almeno delle ultime sette generazioni, e che ricordi i propri antenati, può costruire i propri rapporti con lo stato su principi completamente diversi rispetto al passato. Non è l’uomo a esistere per lo stato, ma lo stato per l’uomo. Io lavoro in questa direzione ed è per questo che sono scomodo”).

Io questo non lo posso dire per certo, lui lo sa meglio, ma credo che sia un’idea importante. Vediamo ciò che avviene adesso in America, dove poliziotti uccidono persone di colore e il potere sostiene gli assassini: anche questo è un esempio di quando è lo stato a decidere cosa fare delle persone. Possiamo pensare che tipo di stato abbiamo e che genere di cittadini siamo: è un problema che riguarda tutto il mondo.

– Jurij Dmitriev non è sostenuto solo in Russia. Qual è l’opinione della comunità mondiale degli storici in merito a questo caso?

– Come ho già detto, quando è iniziato il processo contro Dmitriev, io e altre persone dal Regno Unito e dall’Italia abbiamo scritto una lettera in suo sostegno, in cui affermiamo che questo caso fa parte della guerra alla memoria che è in corso adesso in Russia. Dmitriev è innocente al 100% ed è una vittima di questa guerra.

Questa lettera è stata firmata da più di 400 persone provenienti da 27 Paesi, compreso il Premio Nobel John Maxwell Coetzee. Molti altri hanno scritto parole di sostegno, dicendo che bisogna lottare per Dmitriev, che il suo caso è una questione di libertà intellettuale, mentre la memoria dei Gulag non è un’eredità solo russa, ma di tutta l’umanità, e che bisogna preservarla. Inoltre, è stato creato un sito dove chi non conosce il russo può informarsi sul caso Dmitriev, sulla sua attività e sulle ultime notizie [del caso].

Dmitriev è innocente. Lo pensiamo perché c’è stata una sentenza di assoluzione del tribunale, ci sono stati esperti che hanno parlato della sua innocenza. Il secondo processo è qualcosa di inconcepibile. È chiaro a tutti che questo potrebbe essere un momento di svolta per la sorte di tutti gli studiosi dei Gulag in Russia e membri di organizzazioni no profit (come per esempio “Memorial”) che non vengono viste di buon occhio dal potere. Per questo tutti hanno sentito la necessità di sostenere Dmitriev. È importante che venga liberato.

– Prima che il tribunale scagionasse Dmitriev, cosa pensava delle accuse?

– Non ho mai dubitato che fosse innocente, e non solo perché lo conosco di persona. Ho parlato subito con alcuni suoi collaboratori in Russia che lo conoscono molto bene. Mi hanno spiegato cos’è successo, come e perché quelle fotografie erano state scattate e che nessuno le aveva mai viste prima dell’arresto di Dmitriev. Era chiaro che fosse innocente.

Posso dire che, ai tempi del primo processo, quando abbiamo organizzato delle manifestazioni pubbliche in Occidente, la gente era scettica. L’accusa è terribile, forse una delle peggiori al mondo. La gente voleva sapere perché avesse scattato quelle fotografie. Noi riportavamo tutto quello che avevamo saputo dagli amici, dai colleghi di Dmitriev e dai giornalisti che seguivano il caso. Dopo che abbiamo spiegato tutto, la gente ha capito. È stato molto difficile, ma ora penso che nessuno dubiti della sua innocenza.

– Cosa la turba di più in questo caso giudiziario?

– Posso dire che non dormo già da due notti, da quando ho saputo che per Dmitriev erano stati chiesti 15 anni di colonia penale. Ha 64 anni e si è già ammalato quest’inverno. 15 anni equivalgono per lui a una condanna a morte. Non riesco a dormire quando ci penso.

Durante il primo processo molte persone hanno detto: “ecco la Russia di Putin, vedete cosa succede ai ‘nemici del popolo’, eccetera”. Ma alla fine il tribunale ha dato ragione alla difesa e ha scagionato Dmitriev dall’accusa di pedopornografia. Penso che sia stato un bel momento, quando tutti pensavamo che lo avrebbero rinchiuso in qualche colonia penale, e alla fine non è successo. Voglio sperare che anche questa volta andrà così.

Dobbiamo avere fiducia. Non può finire così. Tutti noi amiamo la Russia, tutti noi sappiamo che la Russia non può seguire di nuovo la via della repressione com’è accaduto in passato. La Russia di oggi è un Paese diverso.

Andrea Gullotta (foto dal profilo facebook)

– Ha accennato al fatto che il processo contro Dmitriev sia collegato ai suoi lavori. Che rapporto c’è oggi in Italia e nel Regno Unito con la memoria storica? È possibile che qualcuno venga perseguito per le ricerche storiche? Esistono dei tabù?

– Esistono situazioni simili. Per esempio, in Italia abbiamo le vittime delle Foibe, uccise durante la Seconda Guerra Mondiale dai comunisti jugoslavi e poi gettate in fosse naturali. Per decenni nessuno ne ha parlato dal momento che dopo la guerra molti intellettuali erano comunisti e non volevano parlarne. Col tempo, dopo circa 50-60 anni, tutti hanno iniziato a parlarne, ma nessuno storico è stato arrestato, né portato in tribunale con accuse inverosimili.

In Inghilterra, dopo il Black Lives Matter Movement, tutti parlano della storia coloniale, di questo passato decisamente problematico. Ma, anche qui: nessuno storico si ritrova in carcere, nessuno va a disseppellire le vittime, i gestori dei musei non vengono rimossi dai propri incarichi, come è successo con “Perm’-36”.

– Secondo lei, per quale motivo il governo russo ha un rapporto così sofferto con i temi di cui si è occupato Dmitriev e con la questione della memoria storica?

– Penso che in Russia ci sia una situazione particolare, la memoria dei Gulag è molto complessa: nella storia delle Foibe si capisce chi è il nemico, chi la vittima e chi il carnefice. La storia del Gulag e delle repressioni sovietiche in generale è una storia complicata, in cui i russi uccidevano altri russi, gli ucraini altri ucraini, e così via; in cui a volte un fratello denunciava un altro fratello. Quando ce n’è stata l’occasione, per esempio con Chruščev, quando ci sono state le prime riflessioni sullo stalinismo e sul terrore, questa storia non è stata studiata a fondo. Con Gorbačev sono emersi temi più urgenti legati al crollo dell’URSS, e così alla fine la memoria non è stata elaborata abbastanza né dagli storici, né dalla società.

Negli ultimi anni ci sono stati dei tentativi da parte del governo di rileggere il passato. All’inaugurazione del “Muro del dolore” (Stena Skorbi), dedicato alle vittime delle repressioni politiche, Putin ha detto che il potere riconosce quanto è accaduto, ma che è necessario pensare al futuro della Russia e lavorare a quel radioso avvenire, invece di fare i conti col passato. Per questo, per esempio, la pubblicazione da parte di “Memorial” dell’elenco dei carnefici è proprio ciò che il potere non vuole. E così nasce un conflitto.

Perché in Russia, secondo me, c’è una situazione particolare? Devo dire che in Russia il potere fa effettivamente cose buone per ricordare i Gulag: il museo della storia del Gulag a Mosca è un bellissimo museo, anche se solleva molte questioni; c’è il “Muro del dolore”, un grande monumento alle vittime delle repressioni; c’è il Fondo della Memoria. Finalmente adesso si parla più spesso dei Gulag, ma allo stesso tempo è in corso anche un’occupazione della memoria, si fa pressione sulle organizzazioni no profit attraverso la legge sugli agenti stranieri, c’è il caso di Dmitriev. Il potere vuole mettere a tacere chi non condivide l’idea che “è stata una storia terribile, ma ora dobbiamo pensare al futuro”.

Secondo me questa storia va avanti da quasi 20 anni. Dal momento che tutti la chiamano “guerra”, nel mio libro [in corso di stampa] ho deciso di vestire i panni del giornalista e di descrivere ciò che vedo. Usando termini bellici, racconto che all’inizio c’è stata la Guerra Fredda, poi i primi scontri, poi la fase di attacco e ora la fase dell’occupazione [della memoria]. Ora è in corso un tentativo di occupare i luoghi della memoria, di sottrarre la memoria storica delle repressioni sovietiche dalle mani delle organizzazioni no dei ricercatori indipendenti. Penso che il caso Dmitriev sia il momento più importante di questa guerra.

Kristina Safonova

07:00, 13 Luglio 2020. Fonte: Meduza Traduzione italiana a cura di Anna Mangiullo e Anastasia Komarova

Anna Mangiullo

Originaria della Terra d'Otranto, ho poi intrapreso gli studi di Lingua e Letteratura Straniera presso l'Università di Torino, dove tutt'ora frequento la magistrale in Lingue e Letterature Comparate. Tra lo studio delle "cose russe" ci sono finita tramite la musica: galeotto fu Rachmaninov!, e da allora la Russia non mi avrebbe più abbandonata...