Recensione di “Tempo di seconda mano”, di Svetlana Aleksievič

La caduta dell’URSS è stato un avvenimento che ha lasciato profonde tracce, non solo nell’ordine politico-economico internazionale. Aleksievič ripercorre il crollo della più grande potenza comunista di tutti i tempi, attraverso le vite dei suoi cittadini.

Entro in libreria e nella sezione storia vengo attirata da un tomone di quasi 800 pagine. S’intitola Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo.

Supero il blocco della mole spropositata del mattone e del titolo abbastanza impegnativo, lo prendo e comincio a sfogliarlo. L’occhio mi cade su queste righe: “La vita è mostruosa, disumana, eppure l’anima resiste. Dovrebbe ascoltare i discorsi di queste donne … resterebbe di stucco! Dovrebbe sentire come parlano d’amore. Senza pane si può vivere, ma senza amore no … Non si può proprio”.

Mi rendo subito conto che non si tratta di un saggio, né di un’inchiesta, né tantomeno di un romanzo, ma quindi cos’è? La curiosità mi ha spinto a comprarlo; avrei risolto l’enigma solo vivendo l’esperienza di lettura. Ed ora, eccomi qui a cercare di recensirlo. Sarò onesta, non è un’impresa semplice. Ma procediamo per gradi.

Tempo di seconda mano è l’ultima opera della scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, pubblicata nel 2014 da Bompiani. Avendo già trattato temi delicati e poco affrontati come il ruolo delle donne e dei bambini durante la seconda guerra mondiale, il disastro di Černobyl’ e la cruda guerra in Afghanistan, qui la Aleksievič decide di dare voce alle multi-sfaccettate disillusioni, amarezze e fragilità di quello che definisce homo sovieticus.

Tempo di seconda mano, Aleksievic
Tempo di seconda mano, traduzione di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti. Bompiani, 2016.

Questo tipo di uomo si è formato sulle idee comuniste del 1917, fino a far aderire completamente la propria esistenza a quella dell’impero sovietico. Ma quando questo impero inizia a sgretolarsi davanti ai suoi occhi, fino a cessare di esistere, come fa ad adattarsi a una realtà completamente diversa pur vivendo nello stesso luogo?

L’incapacità di adattarsi al nuovo mondo non colpisce solo la gente comune ma anche chi è ai vertici del potere. È così che la Aleksievič decide di dedicare un capitolo al suicidio di Sergej Achromeev, consigliere militare del presidente dell’URSS e uno dei simboli del potere sovietico. Attraverso gli estratti delle sue interviste, le dichiarazioni di colleghi, familiari e semplici cittadini e le sue ultime parole affidate a due brevi messaggi, riusciamo a percepire la tragicità della disillusione di chi aveva attivamente contribuito alla realizzazione dell’ideale rivoluzionario.

Diviene allora emblematica l’affermazione dell’ottantasettenne Vasilij Petrovič N., membro del partito comunista dal 1922: “Vivo da troppo tempo, non si dovrebbe … non è opportuno … anzi pericoloso. La mia epoca è finita prima della mia vita. Invece bisognerebbe vivere e morire nella propria epoca”.

La polifonia della scrittura, per cui Svetlana Aleksievič è stata insignita del premio Nobel per la letteratura nel 2015, raggiunge qui la sua massima estrinsecazione. Tempo di seconda mano è, infatti, diviso in due parti: L’apocalisse come consolazione e Il fascino del vuoto, che raccolgono rispettivamente le testimonianze dal 1991 al 2001 e dal 2002 al 2012.

Il leitmotiv che percorre tutta l’opera è presente già nelle due epigrafi: vittima e carnefice non sono contrapposti, ma entrambi contribuiscono alla tragedia. È per questo che la Aleksievič intitola la premessa Memorie di una complice, riportando la propria testimonianza e ponendosi come una delle voci all’interno del coro:

Mio padre era solito ricordare che lui aveva cominciato a credere al comunismo dopo il volo nello spazio di Gagarin. Siamo i primi! Possiamo tutto! E lui e mamma ci hanno cresciuti in questo spirito. Io sono stata ottobrina, ho portato il distintivo col bambino riccioluto, sono stata pioniera, poi komsomoliana, La disillusione è arrivata in seguito

Per Svetlana Aleksievič la gente si identificava con il socialismo, viveva con la consapevolezza di dover morire per la patria e ne era felice. La guerra era un’ideale e la libertà personale non era contemplata in questa visione.

È proprio la libertà il punto di scontro tra la generazione sovietica e quella post-sovietica: le due concezioni differiscono rivelando l’incomunicabilità di figli di epoche, o meglio, pianeti diversi. Un tema universale soggetto alla peculiarità della catastrofe sovietica.

Nelle storie che leggiamo si percepisce come il crollo dell’URSS sia stato una vera e propria perdita dell’identità collettiva: il socialismo viene sostituito dalla tanto combattuta ideologia capitalista e i popoli sovietici si riscoprono non più fratelli ma acerrimi nemici dando inizio ai violenti scontri di stampo etnico culminati spesso in attentati terroristici.

In questa miriade di testimonianze si incontrano le più svariate esperienze di vita raccontate dai protagonisti-narratori: c’è la storia dell’amore contrastato tra l’armena Margarita e l’azero Abul’faz, paragonati a Romeo e Giulietta; la tragedia di Igor’ Poglazov, un quattordicenne che compone versi e che, non riuscendo a conformarsi ai principi del machismo sovietico, decide di togliersi la vita; e ancora lo straziante racconto di una madre che cerca di scoprire la verità sulla morte della figlia militare in Cecenia o anche la storia dal sapore dostoevskiano dell’amore predestinato tra una donna e un condannato a morte.

Queste voci travolgono, colpiscono, feriscono e fanno male, ma sono quanto di più umano possa essere catturato da inchiostro e carta. Alla fine della lettura riesco quindi a risolvere l’enigma che mi aveva spinto ad acquistare Tempo di seconda mano: non si tratta di un romanzo, né di un saggio, neanche di un’inchiesta.

Peskov, CCCP
Una vignetta di Vitalij Peskov del 1991

Ho appena letto una raccolta di racconti biografici, un variegato flusso di coscienza di un popolo. La Storia infarcita di fatti e date sembra fagocitare le esistenze dei singoli disumanizzando tempo e spazio, così la pensa Aleksievič che è determinata a combattere contro questo tritacarne per cercare di rendere familiari e comprensibili gli eventi passati.

È la filosofia che sta alla base della sua scrittura e che ne sancisce la grandezza. Leggere, anzi, ascoltare queste voci richiede coraggio sia da parte della scrittrice che del lettore.

Cerco una lingua. Gli esseri umani hanno molte lingue: la lingua di quando si parla ai bambini, quella per parlare d’amore … E poi c’è quella che usiamo per parlare con noi stessi, nelle nostre conversazioni interiori. Per strada, sul lavoro, in viaggio, dappertutto, si sentono cose diverse e non sono soltanto le parole a cambiare, ma anche il tono e il senso.

Recensione a cura di Martina Fattore

 

Martina Fattore

Cresciuta nelle terre molisane, non potevo far altro che innamorarmi di un posto altrettanto irreale. Le incomprensioni con perfettivi e imperfettivi non mi hanno impedito di vivere il celebre inverno russo: gelido ma pieno di calore umano condiviso davanti a una buona tazza di čaj e kalitki.