La memoria come medicina

Ol’ga Allenova su come lo Stato e la società ricordano Beslan in modo diverso.

A partire dallo scorso anno in Ossezia del Nord l’anno scolastico comincia il 4 settembre. La decisione è stata presa dalle autorità locali, con il supporto degli abitanti della regione. Perché andare ogni anno a scuola l’1 settembre sapendo che nella palestra incendiata di Beslan si piange davanti alle fotografie dei morti, dei bambini e dei loro parenti adulti, è insostenibile.

Per molti anni ci è stato detto che ricordare Beslan l’1 settembre è come ammettere che i terroristi hanno raggiunto il loro scopo, che hanno rovinato la festa nazionale del Giorno della Conoscenza.

E persino il 3 settembre non è stato istituito dallo Stato “Giorno del ricordo delle vittime di Beslan”,  come ci si aspettava in Ossezia, ma “Giorno del ricordo delle vittime di tutti gli attentati terroristici”.

Ma di quali? Se ne ricordano sempre meno persone. La mancanza di nomi, denominazioni, date spersonalizza gli eventi, rendendoli irrilevanti per la memoria umana.

E così la memoria si cancella.

Per molti anni i parenti delle vittime di Beslan ci hanno chiesto di ricordare. Dicevano:  «Se la società si ricorderà dei nostri bambini, vuol dire non saranno morti invano. Vuol dire che potranno salvare qualcun’altro. Perché se le persone ricordano, se parlano di dolore e di errori, una cosa del genere non si ripeterà». La memoria, il supporto, il dialogo aiutano a sanare i traumi collettivi. La piccola Ossezia da molti anni vive in questo trauma. Si potrebbe pensare che non è poi così difficile supportare, parlare, piangere insieme.

Ma lo Stato vive nel paradigma sovietico: «non dobbiamo sembrare vulnerabili, dobbiamo essere forti, perché i sentimenti sono una debolezza, e la debolezza umilia».

E in questo paradigma continua a vivere la nostra società post-sovietica. E per questo lo Stato oggi finge che Beslan non ci sia mai stata. Ed ecco che il 3 settembre, a partire da quest’anno, diventa una nuova festa nazionale, una giornata della gloria militare della Russia, il “Giorno della fine della Seconda guerra mondiale”, coprendo il ricordo di Beslan.

Il fatto che di Beslan serbino il ricordo milioni di persone comuni non è un merito dello Stato, ma della stessa società. È un merito di Jurij Dud’, della Novaja Gazeta, degli insegnanti di scuola e dei cittadini che ogni anno, in questo giorno, parlano con i loro figli di quello che è successo a Beslan. E, ovviamente, è merito delle madri di Beslan. Proprio queste donne hanno fatto qualcosa che a pochi riesce negli imperi: hanno resistito alla macchina statale, che si adopera affinché ci si dimentichi. Hanno posto alle autorità domande scomode sul numero degli ostaggi e sui nuclei operativi, sulle richieste dei terroristi, sulle bugie di Stato. Hanno parlato con i giornalisti, hanno scritto lettere aperte, si sono rivolte ai tribunali. Dall’anno scorso girano la Russia con una minuscola mostra, dedicata alla tragedia di Beslan. Sono stata a questa mostra a Mosca, e per la prima volta dopo 15 anni ho trovato dentro di me la forza di guardare le cronache di quei giorni a Beslan e di parlarne. E ho capito perché alle persone che vivono una tragedia è necessario un percorso di supporto psicologico: se non parlano del proprio dolore, se non analizzano i propri errori e quelli degli altri verranno distrutti dalla paura e dall’angoscia.

Ho osservato in volto le persone che venivano a vedere la mostra, piangevano e abbracciavano quelle donne che hanno attraversato l’inferno, e ho sentito quanto sia enorme e autentico quello che fanno le madri di Beslan per la nostra società.

Ci insegnano a parlare del dolore. A lavorare sugli errori. A soffrire insieme senza aver paura di sembrare deboli per questo.

Un’ideologia di forza e infallibilità elaborata nel corso dei decenni si sgretola e si distrugge lì dove compaiono queste donne, con i loro occhi pieni di amore e di dolore. E viene voglia di essere deboli e stare accanto a loro, e non lì dove persone forti e sicure della propria incrollabile ragione fingono che lo Stato non commetta errori.

Fonte: Kommersant” 03/09/2020, Autrice: Ol’ga Allenova, Traduttrice: Benedetta Lazzaro

Benedetta Lazzaro

Inizialmente sembrava trattarsi di un’infatuazione adolescenziale per Dostoevskij (ci siamo passati tutti), poi con lo studio della letteratura russa è cominciato il vero amore. Nutro anche un profondo interesse per la storia e la cultura sovietica in tutte le sue manifestazioni. Siciliana di nascita ma siberiana per vocazione, mi sono laureata in Slavistica alla Ca’ Foscari di Venezia nel 2019