Коммуналка – Kommunalka

Etimologia

Composto di KOMMUNAL’naja e Kvartira, appartamento comune.

Definizione

Appartamento in comune messo a disposizione dalle autorità cittadine e occupato da diverse famiglie[1].

[1]T. Efremova, Novyj Tolkovo-Slovoobrazovatel’nyj Slovar’ Russkogo Jazyka, Russkij jazyk, Moskva, 2000, s.v. Kommunalka.

Kommunalki

Le kommunalki sorsero in Russia poco dopo la Rivoluzione di Ottobre e la presa del potere dei bolscevichi. In un Paese in cui non esisteva la proprietà privata e si lottava per combattere la disuguaglianza economica e sociale, gli appartamenti comunitari rappresentarono un’ottima soluzione per un dichiarato raggiungimento di uguaglianza sostanziale a livello abitativo.

Sulla base del principio marxista di equa redistribuzione delle ricchezze, nel 1917 il regime avviò una campagna di ridefinizione dell’area abitativa, che prevedeva la confisca da parte dello Stato di alloggi vuoti o aventi una quantità di stanze superiore al numero dei membri della famiglia abitante, per poi trasferirvi dei proletari.

La politica abitativa del regime bolscevico promuoveva perlopiù il recupero di ricchi palazzi e appartamenti ereditati dall’aristocrazia dell’epoca zarista. Le pratiche di reinsediamento si intensificarono nel 1918, quando entrò in vigore il decreto sull’abolizione dei diritti di proprietà privata sui beni immobiliari, che prevedeva che ogni casa ed edificio divenisse di proprietà dello Stato, inaugurando una ripartizione forzata dei beni immobiliari del Paese.

Molti proletari vennero quindi trasferiti in nuove case, dove si trovavano spesso a convivere con i vecchi proprietari, con i quali dovevano condividere tutto. Tali sistemazioni vennero chiamate nel linguaggio colloquiale dell’epoca kommunalki e divennero presto una costante della vita in URSS. A volte si trattava di abitazioni piccole, ospitanti 2 o 3 famiglie (con un massimo di 5 persone a stanza), ma le case più grandi potevano ospitare anche 10 o più famiglie.

Per tutti gli anni Venti, nelle aree urbane si verificarono inoltre ingenti ondate di migrazioni dalle campagne alle città, fatto che generò una situazione di sovraffollamento abitativo, spesso in condizioni di estrema scarsità igienica.

A fronte di questa crisi abitativa, durante gli anni della NEP il governo fu costretto a re-instaurare la proprietà privata, dando ai cittadini la possibilità di tornare a possedere e costruire edifici residenziali. In realtà, tale possibilità venne accolta da un numero molto ristretto di persone, in quanto i costi erano esorbitanti e i materiali da costruzione piuttosto scarsi. La maggior parte degli edifici rimase quindi sotto la giurisdizione del settore pubblico.

Nel 1921 venne abolito l’affitto, introducendo nel 1922 un sistema che prevedeva soltanto il pagamento dei servizi di acqua, luce, gas, ecc.

La Seconda Guerra Mondiale portò ulteriori problemi: il numero di abitazioni venne drasticamente ridotto, poiché molti edifici vennero distrutti o resi inagibili, e circa 35 milioni di civili rimasero senza un posto in cui vivere.

Tra il 1923 e il 1950, si registrò una riduzione dello spazio vitale urbano da 6,45 m2 a circa 4,67 m2.

Nel 1957, Nikita Chruščëv annunciò un importante decreto che permetteva il passaggio da casa condivisa a casa famigliare. Il primo segretario del PCUS diede il via ad un massiccio piano di edificazione, grazie al quale vennero costruiti indicativamente 13 milioni di appartamenti in tutto il Paese.

Gli appartamenti condivisi, tuttavia, rappresentavano ancora una sistemazione piuttosto popolare.

La kommunalka era diventata parte integrante della quotidianità sovietica e la vita al loro interno, caotica e stressante, fu percepita come normale per lungo tempo. Tali sistemazioni cambiarono per sempre la concezione stessa di “casa”: se prima questa era sinonimo di intimità, di vita famigliare e di rifugio della società, ora le kommunalki costringevano il privato e il pubblico a convivere.

La camera da letto, in cui generalmente risiedeva una famiglia, era l’unica porzione di spazio “privato” e si aveva il diritto di arredarla e decorarla a proprio piacimento, a differenza degli ambienti comuni, come la cucina, il corridoio e il bagno.

La cucina era il centro dell’appartamento, l’agorà che radunava tutti i residenti e costituiva il fulcro degli eventi della vita comunitaria: qui si cucinava, si conversava, si stendevano i panni.

La vita comunitaria non si basava però soltanto sul riconoscimento e rispetto dei luoghi pubblici e privati della casa, ma era anche regolata da un numero variabile di regole scritte e non scritte, della cui osservazione si occupava un coinquilino appositamente eletto, che solitamente non era altri che l’ex-proprietario dell’abitazione stessa.