12 parole che aiutano a capire la cultura italiana

Che cos’è l’apericena, qual è la relazione tra l’altezza dei campanili e il patriottismo, chi viene definito “persona con tre narici” e perché il luogo in cui fu ucciso Giulio Cesare è diventato una colonia felina ufficialmente riconosciuta.

 1. Bello

Raffaello Sanzio, Le tre grazie, 1504-1505. Musée Condé

La parola “bello” è conosciuta anche da chi non parla l’italiano. L’espressione “Ciao, bella!” può servire, a seconda del contesto e dell’intonazione, da comune forma di saluto tra amici o da fastidioso tentativo di chiamare qualcuno per strada.
In italiano, a differenza di altre lingue, la parola “bello” indica non solo ciò che è piacevole agli occhi. È proprio questo aggettivo – e non “buono” – che gli italiani usano per fare apprezzamenti sul meteo, su un libro, uno spettacolo, un film e molto altro. “Bello” può riferirsi non solo all’aspetto esteriore di una persona, ma anche alle sue qualità interiori. “È una bella persona” corrisponde al russo “È una persona buona”.

Forse non è un caso che gli italiani siano persone che sono cresciute e vivono circondate da una natura e un’architettura belle in modo inimmaginabile; sono insomma inclini a valutare molte cose dal punto di vista estetico.
Il “Bel paese” – o anche “Belpaese” in italiano – non è uno stato astrattamente bello, ma una diffusa perifrasi per riferirsi all’Italia che si incontra già in Dante e Petrarca: “Il bel paese là dove ‘l sì suona” [Inf. XXXIII, v. 80, N.d.T.], “il bel paese / Ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe” [Canzoniere CXLVI, N.d.T.].
Questa denominazione viene utilizzata anche oggi, spesso con un’amara ironia, soprattutto quando il discorso va a parare su politica e corruzione.

2. Campanilismo

Lealtà al proprio campanile, patriottismo locale.

Il campanile della chiesa di Santo Stefano a Luciniano, 2009. Fonte: Wikimedia Commons.

Fino alla seconda metà del XIX secolo l’Italia non era un paese unito. Nel corso di tutta la sua storia, città separate sono passate di mano in mano, si sono combattute le une con le altre, hanno formato alleanze e le hanno rotte.

Per un italiano è il luogo di nascita (non il Paese, e nemmeno la regione, ma una sua parte identificabile in modo più specifico) a rappresentare una costante di autoidentificazione; un’area la cui vita si concentra attorno a una piazza e a una chiesa con un campanile, dove tutti si conoscono e parlano la stessa varietà linguistica.
Da qui, una rivalità tra aree che si protrae per secoli, le guerre millenarie tra città vicine, il sarcasmo nella descrizione dei pisani da parte del fiorentino Dante, le centinaia di proverbi e nomignoli.

Secondo una leggenda, la parola “campanilismo” rimanda alla storia del campanile del borgo di San Gennaro Vesuviano vicino a Napoli: sul suo muro orientale prima degli anni Ottanta non c’era nessun orologio, così che gli abitanti nella vicina Palma Campania non potessero usarlo per sapere l’ora.

Secondo un’altra versione, il termine è nato dalla rivalità tra i paesi di San Pancrazio e Lucignano. A San Pancrazio c’erano un fonte battesimale e un campanile con quattro campane, mentre a Lucignano soltanto una modesta struttura con tre campane. Gli abitanti di Lucignano si afflissero a lungo, finchè nella prima metà del XX secolo il prete del paese, don Visibelli, non costruì un campanile di 30 metri (sproporzionatamente alto rispetto al piccolo paesino) e vi pose quattro campane. Ora le campane di Lucignano hanno un suono migliore e udibile da distanze maggiori rispetto a quelle di San Pancrazio.

Il ruolo dei campanili è particolarmente evidente per la formazione dell’identità locale nell’area più pianeggiante d’Italia: la pianura del fiume Po.
Si tratta del territorio piatto filmato da Bertolucci e descritto da Guareschi: su di esso per alcuni mesi cala una nebbia così fitta che non si riesce a vedere nulla, tranne i campanili illuminati e i loro orologi. Per questo motivo, ogni campanile ha una forma diversa e il viaggiatore può così riconoscere con facilità la propria casa, perchè dopotutto il suo campanile è il più bello.

Nell’Italia unita il campanilismo viene combattuto: un popolo coeso non può essere formato da una moltitudine di gruppi rivali. Il campanilismo viene considerato una delle cause del nepotismo e della corruzione: come non aiutare un proprio compaesano, dopotutto? La parola stessa ha una sfumatura negativa, ma non sarà mai possibile eliminarla: gli italiani non sarebbero più italiani.

3. Ammazzacaffè

Alcool che viene bevuto dopo il caffè.

Pietro Longhi, Ritratto di una famiglia veneziana con servo che serve il caffè, 1752. Rijksmuseum

Gli italiani ritengono che l’alcool uccida il caffè, o comunque ne attenui l’ultima nota amara e, cosa più importante, indebolisca l’azione della caffeina. Questo fa sì che una persona possa addormentarsi persino avendo bevuto un espresso dopo cena; la combinazione tra il caffè e un liquore forte e possibilmente amaro, oltretutto, favorisce la digestione. Questo è il motivo per cui l’ammazzacaffè viene servito dopo il caffè, coronando così il pasto.

L’ammazzacaffè può essere un bicchierino di sambuca, di grappa, di amaro o di limoncello. In alcuni luoghi, per esempio a Vicenza e dintorni, l’alcool viene versato direttamente nella tazzina del caffè appena bevuto. Nel dialetto locale, questo prende il nome di resentin, “lavaggio”.

Quella della relazione tra gli italiani e il caffè è una questione a parte. C’è pure una storia del genere in un cartone disegnato dall’animatore e regista Bruno Bozzetto che parla del carattere nazionale italiano.

Innanzitutto, gli italiani ritengono che il loro caffè sia il migliore al mondo, nonchè quello preparato nel modo più corretto. Gli studenti napoletani, arrivando a Mosca per uno stage, portano con sé non solo un pacchetto di caffè Kimbo e la propria moka, ma anche una grande bottiglia di acqua dall’acquedotto di Napoli, perché altrimenti il caffè non viene.

In secondo luogo, gli italiani bevono caffè a qualsiasi ora del giorno e in molte varianti, e tuttavia la scelta della bevanda deve seguire regole ferree. Il cappuccino si beve solo al mattino, e se non è mattina allora si beve un marocchino (la stessa tipologia di caffè con una densa schiuma di latte, ma in un bicchiere di vetro). Dopo aver mangiato si beve un “normale”, cioè un comune espresso, oppure un “corretto”. Si può “correggere” un caffè con la grappa o magari con il cognac. Il caffè “corretto” viene bevuto quando c’è poco tempo o fa male la testa, mentre “ammazzare” il caffè solitamente è qualcosa che si protrae a lungo e con piacere, estendendo una lunga cena ancora di una mezzoretta. Il caffè meno forte, che noi in Russia chiamiamo “americano”, nel nord Italia da qualche tempo viene chiamato “tedesco”.

Andando dal caffè al latte c’è un’intera scala di bevande: “caffè”, “caffè macchiato” (tazzina di caffè con un cucchiaino di latte), “caffellatte” (latte e caffè in parti uguali, bevuto soprattutto da bambini e anziani), “latte macchiato” (tazza di latte con un cucchiaino di caffè), “latte” (semplice, senza caffè).

In generale, il caffè accompagna una persona da mattina a sera per tutta la vita – persino le persone con malattie cardiovascolari: decaffeinato o d’orzo, ma comunque nelle stesse varianti: normale, macchiato, corretto…

4. Apericena

Aperitivo che serve da cena

Tutto ciò che è legato al cibo (e questa è una parte fondamentale della cultura italiana) segue delle regole. Gli italiani mangiano a orari ben stabiliti: colazione (caffè e qualcosa di dolce) prima del lavoro, pranzo subito dopo mezzogiorno, cena attorno alle otto o, nell’Italia meridionale e soprattutto in estate, più tardi: alle nove o addirittura dieci di sera, quando cala il caldo.

Una persona che passa a fare una visita in un momento non dedicato a un pasto nella maggior parte dei casi può contare solo su un caffè. Per lo stesso motivo, solo nei luoghi turistici le cucine dei ristoranti rimangono aperte nel lasso di tempo tra il pranzo e la cena.

“Aperitivo” è il nome con cui viene chiamato il momento in cui ci si reca in un bar tra le sei e le otto di sera, quando insieme a un calice di vino o a un cocktail ti vengono date gratuitamente ciotoline con noci, patatine o olive – insomma, un piccolo spuntino.

Negli ultimi anni questa tradizione si sta però evolvendo: l’“apericena” è una moda rivoluzionaria nata a inizio anni Duemila nel nord Italia e che ha gradualmente preso piede, soprattutto tra i giovani. L’apericena (molto più ricco di un aperitivo tradizionale) in sostanza sostituisce la cena. Tuttavia l’apericena si distingue dalla cena per il fatto che inizia prima ed è composto da tante piccole porzioni di cibo (pizzette, tramezzini, etc), mangiate nella maggior parte dei casi con le mani.

I giovani italiani hanno apprezzato molto il neologismo “apericena” e lo utilizzano ampiamente, mentre tra le persone anziane e i guardiani delle tradizioni il nuovo fenomeno genera perplessità.

5. Magnifico

Artemisia Gentileschi, Ritratto di gonfaloniere, 1622. Collezioni comunali d’arte / Istituzione Bologna Musei.

La parola “magnifico” [velikolepnij, N.d.T.] esiste anche in russo. Ma immaginate di utilizzarla non per descrivere qualcosa di buono, ma per rivolgervi a qualcuno dicendo “O magnifico”. A chi vi potreste rivolgere? Forse a Lorenzo de’ Medici. E invece gli italiani si rivolgono così a qualsiasi rettore di qualsiasi università – e non durante il Rinascimento, ma ora, nel XXI secolo.

Non “spettabile”, non “venerabile” e non “gentile”, ma “magnifico” – e solo così.

Negli ultimi decenni le formalità si stanno però attenuando e persino gli italiani di una certa età iniziano volentieri a dare del “tu” a tutti.

L’amore e l’attenzione per i titoli, tuttavia, se ne vanno molto lentamente dalla coscienza collettiva degli italiani: sulle targhette dei citofoni, nelle lettere e nei telegrammi, nei documenti officiali si continua a scrivere con orgoglio “ingegnere”, “avvocato”, “ragioniere”.

Basta finire l’università per essere “dottore” o “dottoressa”. Insegnare anche solo in una scuola media per essere “professore” o “professoressa”. E alla scuola elementare o materna per essere “maestro” o “maestra”, sempre con solennità.
Se bisogna mandare una lettera a un professore, allora lo si chiama “distinto”; una persona comune è invece “egregio”, un’azienda “spettabile”, un qualsiasi deputato “onorevole”. E se qualcuno viene insignito di una medaglia o del riconoscimento di un ordine allora diventa subito “cavaliere”, cioè ricar’.

È sorprendete chiedere “Abita qui il signor Rossi?” e sentirsi rispondere con severità “No, qui non vive il signor Rossi, solo l’avvocato Rossi”. Oppure al telefono: “Pronto, lei è tizio caio?” “No, io sono il cavaliere tizio caio!”.

Oggigiorno la lingua italiana si sta semplificando e la combinazione tra un universale e praticamente familiare “tu” e questa sfilata di titoli spesso crea un effetto divertente.

6. Papabile

Possibile vincitore, favorito; il primo significato è “cardinale che ha delle possibilità di essere scelto come papa”.

Questo divertente aggettivo è entrato in molte lingue, tra cui il russo; c’è addirittura un articolo su Wikipedia, sebbene papabil’ sia presentato come sostantivo. I politologi ecclesiastici lo hanno utilizzato piuttosto attivamente soprattutto in questo secolo, dopo la morte di Giovanni Paolo II e nel 2013, dopo la rinuncia al pontificato da parte di Benedetto XVI. Questi eventi sono stati seguiti da tutto il mondo.

In italiano “papabile” si utilizza non solo in relazione ai cardinali che cercano di diventare papa. Si parla in questi termini anche di politici prima delle elezioni o di calciatori di cui si discute un possibile passaggio a un’altra squadra, o addirittura di città che concorrono per il diritto di ospitare le Olimpiadi o una tappa del Giro d’Italia.

7. Ricambiare

Ringraziare, ripagare, rispondere a un servizio con un servizio.

Il verbo “ricambiare” non è sempre semplice da tradurre in russo. Può riferirsi a un sorriso (“ricambiare il sorriso”), a una visita come ospiti (“ricambiare la visita”), a un aiuto o a un favore dovuto (“ricambiare la cortesia”).
“Ricambiare” può essere utilizzato se si parla di auguri, inviti o persino parole d’offesa. Con questa parola si parla anche di amicizia, amore o odio reciproci.

Gli italiani non amano avere debiti e cercano di ripagare i conti il più velocemente possibile. Per una persona educata nell’ambiente culturale russo può risultare difficile abituarsi a questa diretta e immediata espressione di gratitudine, che è invece così comune in Italia (per esempio, il regalare un foulard per ricambiare subito l’aiuto con una traduzione).

8. Trinariciuto

Persona che ha subito un lavaggio del cervello, che non sa pensare con la propria testa. Letteralmente “persona con tre narici”.

Caricatura realizzata da Giovannino Guareschi per il numero della rivista “Candido” del 19 aprile 1959. © RCS MediaGroup S.p.A.

Non si tratta di una mutazione genetica, e nemmeno della conseguenza di un qualche intervento di otorinolaringoiatria. Una persona con tre narici è colui che segue per prima cosa i dettami del partito, e non della propria coscienza. La terza narice serve a liberare la testa dal cervello e riempire lo spazio con le direttive del partito.

Questa parola comparve per la prima volta nel fermento della lotta politica del dopoguerra. Le elezioni del 1948 – le prime dopo la fine del regime fascista, della guerra, dell’occupazione e del cambiamento di sistema governativo (l’Italia da monarchia divenne una repubblica) – dovevano definire lo sviluppo successivo dello Stato. L’Italia sarebbe diventata un Paese del blocco socialista (e addirittura una repubblica dell’URSS, come alcuni temevano) o avrebbe accettato il Piano Marshall?

Il Partito Comunista Italiano in quel momento aveva molto seguito ed era l’unico all’epoca in Italia con una rigida disciplina quasi militare e un duro controllo dall’alto.

Furono proprio i comunisti a inventare, sulle pagine della rivista milanese di satira politica “Candido”, un personaggio con tre narici che compie, per “obbedienza cieca, istantanea e assoluta” qualsiasi azione ridicola o folle.

Da quel momento sono passati più di settant’anni, il PCI non esiste più ma la parola “trinariciuto” si utilizza attivamente tanto quanto prima nel discorso politico – e non solo dai politici e decisamente non solo su chi è di sinistra.

Con queste parole, per esempio, in un’intervista rilasciata poco prima della morte, il famoso scrittore siciliano Andrea Camilleri ha parlato di un altro famoso autore della Sicilia, Leonardo Sciascia: “Era un anticomunista con tre narici!”.

9. Qualunquista

Persona che si trova in uno stato di apatia politica, convinta che nulla dipenda da lei.

Guglielmo Giannini con il giornale “L’Uomo Qualunque”. Wikimedia Commons.

Uno dei termini più utilizzati nelle discussioni politiche non si arrende ad alcuna traduzione. Le pagine Wikipedia in inglese, tedesco, croato e sloveno dedicate a questo fenomeno (“Qualunquismo”) lo traducono come “apatia politica”, ma si tratta di una traduzione non completa, dal momento che non permette di avere un’immagine della persona che aderisce a queste caratteristiche.

Tutto ebbe inizio a metà degli anni Quaranta, quando l’ex regista Guglielmo Giannini fondò, prima, la rivista “L’Uomo qualunque”, poi l’omonimo movimento, partito e intero fronte. L’ideologia di Giannini e dei suoi seguaci consisteva in una generica insoddisfazione verso tutto ciò che accadeva, verso tutte le forze politiche esistenti e tutte le azioni di qualsiasi tipo di autorità. Cosa più importante, verso la necessità in generale di interrogarsi su ciò che avveniva in politica.

Questo movimento di “cittadini arrabbiati” senza un programma propositivo ebbe grande popolarità per un certo periodo e nel corso della successiva storia italiana si è presentato nuovamente in una forma o in un’altra. Il Movimento 5 Stelle, fondato dall’ex comico Beppe Grillo e oggi in una importante posizione di potere, per esempio, in alcune proposte politiche ricorda molto gli orientamenti ideologici dei qualunquisti storici.

La cosa interessante è che in questo termine l’idea di una certa indifferenza politica si combina con l’idea di insoddisfazione e demagogia. Una parola molto utile.

Negli ultimi tempi è comparso accanto a questo termine un altro, altrettanto intraducibile: “benaltrismo”. Esso deriva dall’espressione “ben altro”, il cui significato è più o meno “qualcosa di completamente diverso”. I “benaltristi” sono le persone che davanti a qualsiasi notizia commentano: “Perché parlare di questo, l’importante ora è ben altro”.

10. Gattara

Anziana signora non sposata, vecchia zitella eccentrica che nutre e accudisce gatti randagi.

Anna Magnani con alcuni gatti. © Sadie Coles

Accanto all’Abbazia delle Tre Fontane a Roma, sul luogo della morte dell’apostolo Paolo, alcuni anni fa delle gattare (plurale della parola “gattara”) costruirono un’intera città per gatti randagi, e ogni Natale vi portavano un albero addobbato e regali. Si tratta di un fenomeno tipicamente romano (e italiano).

“Gattara” (molto più raramente “gattaro”, di genere maschile) ha spesso in italiano una connotazione negativa e ironica e si utilizza insieme a “vecchia zitella”, “strega”, etc. Le femministe italiane non lo amano per niente, dal momento che con la parola “gattara” si indicano praticamente solo donne.

Sebbene si possa udire la parola “gattara” in ogni parte d’Italia, la sua origine è a Roma, e non è un caso. È già tanto tempo che gatti randagi nutrono una passione per le rovine romane e, sebbene siano ormai stati sfrattati dai luoghi più turistici (il Colosseo o il Foro Romano, per esempio), il vicino Largo di Torre Argentina (il luogo dell’omicidio di Giulia Cesare) è diventato una colonia felina ufficialmente riconosciuta. Una delle tante, ma la più illustre d’Italia.

Le volontarie che si occupano dei gatti si definiscono “gattare” in tono di sfida persino sul proprio sito ufficiale e sono orgogliose del fatto che la grande attrice italiana Anna Magnani, che viveva lì vicino, era una di loro.

Nella coscienza collettiva ha tuttavia preso piede lo stereotipo che vede la gattara come una vecchia litigiosa, trasandata, spesso pazza, che ama i gatti più delle persone.

Secondo alcuni la connotazione negativa della parola “gattara” nella lingua italiana si spiega con alcuni problemi sociali che portano alla diffusione di questo fenomeno; in primo luogo, il crescente numero di anziani soli, dal momento che sempre più giovani se ne vanno a studiare a lavorare lontano da casa.
E anche le conseguenze dell’attività di queste signore non le rendono più simpatiche: gli avanzi del cibo che viene dato ai gatti nei parchi e per le strade delle città italiane attirano topi, ratti e persino cinghiali.

11.Meriggiare

Riposarsi nel caldo momento della giornata che segue il pranzo nella fresca ombra di alberi in giardino.

Tutti gli italiani conoscono questo verbo (che comunque non è tra i più usati) grazie alla poesia di Eugenio Montale Meriggiare pallido e assorto.
Esistono diverse traduzioni in russo: “Immergersi in un giardino alla ricerca di frescura” (Evgenij Solonovič), “Aspettare che passi mezzogiorno” (Antonina Kalinina), “Trascorrere il mezzogiorno in giardino, esausti” (Ol’ga Trubina e G. Belussi).

I traduttori svelano le diverse sfaccettature di significato che compongono questo verbo così ricco: la necessità di unione con la natura, il languore causato dal caldo, le ore centrali della giornata e la solitudine. Tutto ciò fa sì che “meriggiare” si distingua dal semplice “pisolino” – una “leggera dormita dopo pranzo”- o da un “abbiocco” – il “cadere addormentati per aver mangiato troppo”.

“Meriggiare” è un processo lento, impossibile in una stretta stanza o in ufficio, e richiede la presenza di fitte ombre di alberi, del canto delle cicale e di alcuni soffi di venticello caldo.

12. Porca miseria!

Maledetta povertà!

Questa esclamazione (espressione di fastidio e irritazione) che a prima vista può sembrare insolita si incontra molto spesso in italiano e non è altro che un eufemismo per sostituire un’imprecazione molto pesante, cioè la bestemmia.

Le bestemmie sono così strutturate: al primo posto troviamo una parola di esclamazione (la parola “porca”, letteralmente “scrofa”, in questo caso serve da imprecazione), e successivamente il nome di Dio o della Madonna. “Porca miseria” viene detto quando occorre un’esclamazione ma allo stesso tempo non si vogliono offendere sentimenti religiosi.

Gli italiani usano molte parolacce e non lo considerano come qualcosa di riprovevole.
Le parole che possono corrispondere per significato alle parolacce russe in italiano vengono massicciamente desemantizzate e nessuno di stupisce se le sente non solo per strada in un gruppo di amici, ma anche sugli schermi televisivi o in parlamento.

Le bestemmie – un corredo di insulti che offendono Dio, la Vergine Maria e i santi – non vengono però solo condannate, ma anche considerate un illecito amministrativo. Per il loro utilizzo su suolo pubblico è possibile ricevere una multa da 51 a 309 euro, e prima del 1999 lo si considerava reato penale.

Per l’uso di bestemmie vengono sospesi dallo schermo i partecipanti ai reality e si qualificano calciatori (a ottobre è successo con due giocatori: Francesco Magnanelli del Sassuolo e Matteo Scozzarella del Parma). I colpevoli spesso si giustificano dicendo che non avevano in mente nulla di male e che nelle loro regioni d’origine tutti si esprimono così (soprattutto la Toscana è famosa per questo).

 

FONTE: Arzamas, 6 dicembre 2019 – di Ol’ga Gurevič e Ksenija Javnilovič, Traduzione di Olga Maerna.

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.