Fabio Mastrangelo: “Non riesco a immaginare il mio destino senza Russia”

L’8 agosto nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo si aprirà il Festival Internazionale “Opera per tutti”, di cui il portale Kultura.rf trasmetterà in diretta l’opera Boris Godunov.
Alla vigilia dell’evento abbiamo parlato con Fabio Mastrangelo, direttore artistico del festival, a proposito di gusti musicali, passone italiana, amore per Pietroburgo e persino della parola più buffa della lingua russa.

Fabio, dall’8 al 22 agosto si terrà, sebbene con un leggero ritardo, il festival “Opera per tutti”, amato da pietroburghesi e turisti. Perché per l’apertura ha scelto proprio Boris Godunov di Modest Mussorskij?

Boris Godunov è una delle opere russe più famose nel mondo. L’ho scoperta ancora bambino a Bari, la città del sud Italia in cui sono nato e ho frequentato il conservatorio Niccolò Puccini. Negli anni Settanta il maestro Claudio Abbado, primo direttore e direttore artistico del teatro La Scala, mise in scena per la prima volta Boris Godunov e per noi fu un evento sensazionale. Mi ricordo che lo spettacolo fu trasmesso dalla RAI e il ruolo di Godunov fu interpretato da Nikolaj Gjaurov. Mi impressionò molto.

In un secondo momento, Boris Godunov rimase sempre presente nelle nostre discussioni per i futuri programmi del festival. Quindi io non parlerei tanto del “perché abbiamo scelto proprio quest’opera per la nona edizione del festival”, ma del fatto che “finalmente lo abbiamo fatto”. Ovviamente avremmo potuto aspettare ancora un anno, fino alla decima edizione di “Opera per tutti”, ma non potevamo più pazientare. Oltretutto per l’apertura facciamo sempre una promozione: possiamo suonare senza tagli e non stare poi così attenti all’orologio. “Boris Godunov” in ogni caso non sarebbe rientrato nelle nostre tempistiche prefissate senza un qualche taglio, ma così abbiamo la possibilità di mostrarne un po’ di più.

Che cosa attende il pubblico del festival, che potrà assistere agli spettacoli non solo offline ma anche online?

La perla della nona edizione del festival è l’opera Capuleti e Montecchi di Bellini. Da tempo volevamo mettere in scena Romeo e Giulietta di Charles Gounod, ma è piuttosto lunga e non rientra nel nostro format di massimo 2 ore e 15 minuti. Abbiamo quindi trovato Vincenzo Bellini, una versione che viene messa in scena raramente in Russia e che trasmetteremo sulla piattaforma video Wink tramite Rostelekom.

Gli spettatori troveranno scoperte, bellezza, rapimento. Anche talenti: in Russia ci sono molti giovani talenti in grado di cantare in diverse lingue. In questa edizione 2020, per esempio, oltre a Boris Godunov e Rusalka di Dargomyžskij in russo, ci sarà Il flauto magico di Mozart in tedesco e Capuleti e Montecchi in italiano. E io, da italiano, lo sottolineo: la pronuncia italiana dei nostri ragazzi è assolutamente fantastica! Migliore, a volte, che tra i madrelingua – e davvero, non è un’esagerazione.

Festival "Opera per tutti" di San Pietroburgo

Come è cambiato il festival nel corso degli otto anni della sua esistenza? Può affermare che l’opera sia a tutti gli effetti diventata un’arte per tutti?

A essere sincero, non sono un amante delle polemiche “era versus è diventato”. Mi sembra che l’opera sia sempre stata per tutti. È chiaro che, dato che quasi tutti i teatri del mondo impiegano molti mezzi nella realizzazione dei costumi e delle scenografie, a volte questo ha come conseguenza un alto costo dei biglietti. Provate ad acquistare un biglietto per un’opera famosa al Teatro Bol’šoj: talvolta non è per nulla facile. Quando ci è venuta l’idea di chiamare il festival “Opera per tutti” volevamo mostrarne la componente sociale: non chiediamo al pubblico nemmeno una copeca e mettiamo in scena le opere in modo totalmente gratuito. E se la matematica non è un’opinione (ma rimane la scienza più fredda e priva di emozioni) l’ultimo spettacolo dell’edizione del 2019 ha raccolto venticinquemila spettatori. Davanti a queste cifre è difficile dire che l’opera non interessa.

Tenendo conto dell’attuale situazione nel mondo, come vi siete preparati a questo evento durante la quarantena?

Abbiamo iniziato a fare le prove in gruppi separati, così da ridurre al minimo gli assembramenti di persone sul palcoscenico. Tutto veniva controllato con estrema attenzione: misurazione della temperatura corporea all’arrivo, disinfezione delle mani. Queste misure ovviamente non sono troppo piacevoli, ma soffrire un po’ per poi continuare a vivere, lavorare e incontrarsi è una cosa che possiamo sopportare. Rispettiamo il distanziamento sociale tra i membri dell’orchestra – gli strumenti a corde, per esempio, sono disposti in modo che ogni leggio venga utilizzato da una sola persona e non sia condiviso da due, come accade solitamente. In ogni caso, siamo felici che, nonostante le limitazioni, il festival si terrà comunque.

Eppure molti eventi musicali in tutto il mondo sono stati cancellati. Ce n’è qualcuno per cui è particolarmente dispiaciuto?

Tra la seconda metà di marzo e l’inizio di agosto ho perso trenta concerti. Tra le perdite più grandi c’è sicuramente l’esibizione alla Tonhalle, l’auditorium sinfonico di Zurigo appena restaurato; la data è già stata spostata al prossimo anno. Inoltre, insieme alla mia orchestra avrei dovuto tenere un’esibizione al Musikverein di Vienna, un’occasione unica. Ma che ci si può fare, tutti quest’anno abbiamo perso qualcosa.

Lei personalmente, invece, come è stato colpito dai mesi di isolamento?

Ci tengo a ricordare che, prima di essere direttore d’orchestra, io sono stato e ovviamente rimango un pianista. Per noi violoncellisti, violinisti e pianisti non c’è nulla di sorprendente nell’isolamento: siamo abituati a stare da soli con i nostri strumenti. Io, per esempio, non devo correre ogni giorno alle sei di mattina attorno alla Fortezza di Pietro e Paolo – per fortuna sono un “normale italiano”. L’essere direttore mi mantiene in forma: quando muovi le braccia per otto ore di fila persino Jane Fonda potrebbe essere invidiosa di te (ride).

I cambiamenti sono più psicologici che fisici. Provate a convincere gli italiani a non abbracciarsi e non baciarsi quando si salutano. Noi abbiamo dei contatti molto ravvicinati con i membri della nostra famiglia e con gli amici – come in Russia, in effetti, e la cosa più difficile per me si è rivelata il non dimostrare fisicamente il mio affetto per le persone. Ho comunque osservato sempre le misure prescritte: mi lavo le mani almeno dodici volte al giorno. Le mascherine sono, ahimè, il momento meno piacevole, dal momento che sono state introdotte da “non musicisti” che ancora non si sono messi d’accordo su quale sia la loro utilità. Ma se è un ordine bisogna eseguirlo.

La sua patria, l’Italia, ha sofferto molto durante i primi mesi dell’epidemia… Lei ha anche fornito un suo aiuto.

Sì, è vero, anche se non amo parlarne troppo. Volevo fare anche io qualcosa di utile e ho ricevuto una chiamata dal mio amico Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, la regione in cui sono nato. Mi ha chiesto un aiuto, e io mi sono attivato subito, ho fatto tutto ciò che ho potuto: abbiamo raccolto due milioni di mascherine chirurgiche e cento respiratori.

La Russia, invece, la ritiene ormai la sua patria? Come è accaduto che, dopo aver girato mezzo mondo, abbia finito per stabilirsi a San Pietroburgo?

Vivo in Russia da quasi vent’anni ma prima del virus, stranamente, non mi era mai capitato di vivere così a lungo nello stesso posto. Dico ovviamente di “vivere a San Pietroburgo”, ma solitamente capitano dei mesi in cui mi trovo qui solo per quattro o cinque giorni. Così ora questa frase ha assunto concretezza.

San Pietroburgo è stata la prima città russa in cui sono arrivato nel 1999 con l’obiettivo di frequentare la masterclass del maestro Il’ja Musin, insegnante di talenti come Temirkanov, Gergiev e Sinajskij. Tuttavia pochi giorni prima dell’evento il maestro Musin morì, con mio sommo dispiacere, e la lezione venne tenuta da un altro suo allievo, Aleksandr Kantorov. Tutto è nato così: mi trovavo in città da mezz’ora e subito mi innamorai. È quasi lo stesso sentimento di quando ti innamori di una donna e sembra che non ce ne sia più nessun’altra: una sola persona diventa più importante di tutte. Così è accaduto anche con Pietroburgo: ho sentito che questo è “il mio posto”. Ho ascoltato il mio cuore e non mi sono sbagliato: tutto ciò che poi è accaduto nella mia vita privata e professionale ne è la conferma.

Oggi non riesco a immaginare il mio destino senza Russia, soprattutto perchè la musica sarà sempre la mia vita. La Russia è in questo momento l’ultimo Paese al mondo in cui un musicista può vivere completamente di musica e non occuparsi di altro. La musica e la cultura occupano qui una posizione di grande prestigio – ecco perché sono rimasto a vivere qui e quasi dieci anni fa sono diventato cittadino russo.

Freddo, matreška, vodka, Gagarin, perestrojka – è questo l’usuale sfilza di immagini evocata dagli stranieri prima di un viaggio in Russia. Lei invece come si immaginava la Russia prima del suo primo viaggio? E che cosa ha iniziato ad amare dopo un po’ di tempo?

Il mio caro padre – che, purtroppo, ora non c’è più – per anni è stato tesserato presso l’Associazione Italia – URSS, perciò anche prima di conoscerla sapevo molto della Russia. A casa nostra ci sono sempre stati libri russi (Dostoevskij, Puškin, Turgenev, Tolstoj) e molti oggetti di vita quotidiana (originali, non falsi). A cinque anni ho iniziato a suonare il pianoforte a coda e i primi brani di cui ho fatto la conoscenza sono stati quelli di Prokof’ev e Kabalevskij. Quando poi mi sono trasferito qui mi aspettavo un rapporto molto stretto con la musica russa.

Era ovviamente un momento abbastanza bizzarro: l’estate del 1999 fu la più calda dopo molto anni per Pietroburgo. Rimasi in Russia per quasi un mese, durante il quale la temperatura fu sempre di 27-30 gradi. Pensai “Ecco, mi hanno ingannato, non fa freddo!”. In seguito, ovviamente, mi sono convinto che invece era vero (ride).  Però prima di trasferirmi in Russia avevo studiato all’università di Toronto e non direi che in Canada le condizioni meteorologiche fossero poi tanto migliori.

Ora, in qualità di musicista, sono molto contento di poter eseguire opere russe da direttore russo. Anche in precedenza ho sempre avuto rispetto l’opera russa. Avevo subito preso una decisione: finché non sarò in grado di capire ogni parola non dirigerò un’opera russa.

L’unica situazione di compromesso è la cucina. Sebbene io mi ritenga un “entusiasta del mondo”, sono rimasto un fervente patriota quando si tratta di cucina italiana. Mi piace mangiare pasta tutti i giorni: spaghetti, tagliatelle e orecchiette con vari sughi. Però non amo di meno i pel’meni, i bliny e le patate russe.

Musica a San Pietroburgo

Lei parla fluentemente cinque lingue, ma quanto è stato difficile imparare il russo? I nostri studenti che studiano italiano spesso ne temono la parola più lunga: precipitevolissimevolmente. Con quale parola russa le sono sorte difficoltà?

Molti ritengono che sia una leggenda, ma quando avevo nove anni trovai a casa un’enciclopedia in cui era presentato l’alfabeto russo. Non ho mai capito perché – non fui forzato né dai miei genitori, né dai nonni – ma all’improvviso decisi che avrei imparato a memoria tutte le lettere. Ovviamente io personalmente non ci credo, ma se per caso la teoria della reincarnazione dell’anima fosse vera, io forse in una qualche vita passata era russo? (Ride).

Ho iniziato a studiare il russo quando già vivevo in Russia. All’inizio degli anni Duemila in giro erano poche le persone che sapevano parlare inglese o francese. Da persona che ama comunicare con gli altri, mi resi subito conto che sarebbe stato necessario padroneggiare in fretta il russo, altrimenti sarei rimasto senza la mia dose quotidiana di conversazione. In questo mi aiutò molto il mio orecchio musicale: ascoltavo molto bene la sonorità di ogni suono ed ero in grado di ripeterlo con un accento specifico.

La parola più divertente era per me šašlik [sorta di spiedino di carne, N.d.T.]. Non riuscivo per nulla a comprenderne la relazione con la carne e il suo metodo di preparazione. È la prima volta che lo ammetto!

Sette anni fa lei è diventato il direttore artistico del Music Hall di San Pietroburgo. Il teatro ha un destino molto chiaro: quando era ancora la sala d’opera Narodnij Dom Nikolaja II [Casa del Popolo di Nicola II, N.d.T] vi si esibì Fedor Šaljapin, mentre quando fu ribattezzato Leningradskij Music Hall [Music Hall di Leningrado, N.d.T.] vi si esibirono Isaak Dunaevskij e Leonid Utesov. Dopo alcuni tempi difficili era suo desiderio far rivivere il teatro; che cosa lo attende nei prossimi anni?

Sì, il teatro si chiamava inizialmente Casa del Popolo dell’Imperatore Nicola II, e ho lavorato a lungo perché venisse riportato al vecchio nome. Ecco, forse “Casa del Popolo” potrebbe confondere qualcuno, mentre invece “Nikolaevskij” sarebbe, credo, molto appropriato, dal momento che a Pietroburgo ci sono già i teatri Mariinskij, Aleksandriinskij e Michajlovskij.

D’altra parte il nostro teatro è il più vicino a un’affascinante figura storica: Fedor Šaljapin [1873-1938, fu un importante cantante d’opera, N.d.T.]. Sarebbe bello dedicarlo a lui, per esempio chiamandolo “Teatro musicale Šaljapin”. Oltretutto questo teatro è l’unico al mondo in cui Šaljapin non solo eseguì ruoli da protagonista che sono poi diventati famosi in tutto il mondo, ma mise anche in scena delle opere come regista.

Nei nostri piani c’è il restauro del teatro. Non so ancora quando esattamente, ma ci trasferiremo in un altro edificio, quello della vecchia chiesa anglicana, che diventerà una succursale del teatro con il nome di “Sala da concerti sul lungofiume degli Inglesi”. La sala non è molto grande, 250-300 posti in tutto, ma vi si trova un organo meraviglioso realizzato nel 1877 da Brindley & Foster. Stiamo progettando di rimetterlo in funzione e abbiamo invitato uno specialista inglese che ne è rimasto entusiasta e ha affermato possiamo considerarlo una certezza.
Abbiamo già incontrato all’interno della ex chiesa Sua Altezza Reale il principe Michael di Kent e abbiamo suonato per lui. L’acustica è fantastica.

Russia, musica a San Pietroburgo

Guardando alla scuola musicale russa con gli occhi di uno straniero, da una prospettiva laterale, quali caratteristiche peculiari ne evidenzierebbe? Quanto sono diversi i percorsi per diventare musicista in Europa e in Russia?

Uno dei miei figli – Stefan – a dieci anni e mezzo è già un pianista molto dotato. Guardando il suo percorso musicale ho finalmente capito perché i pianisti sovietici erano per noi, europei e italiani, i più “pericolosi”: ci “facevano fuori” durante i concorsi (ride). Mio figlio a oggi ha già suonato in un gran numero di concerti! Alla sua età io, anche se non di minor talento, avevo forse l’1% delle possibilità che ha lui di esibirsi in pubblico. In Russia, Paese successore delle tradizioni dell’Unione Sovietica, si è sviluppato un sistema che prepara i musicisti alla professione. Una parte importante della tua professionalità è la capacità di saper stare sulla scena, mantenere i nervi saldi e il controllo su te stesso. Ammiro ciò che mio figlio può fare già ora. Solo così si possono formare solisti sicuri di sé e che capiscono che le emozioni sono qualcosa di normale ma che devono essere convogliate nell’esecuzione, non in paura di fronte agli spettatori. In Europa i musicisti hanno molte più difficoltà psicologiche per via delle insufficienti possibilità di suonare davanti a un pubblico. In Russia invece questo è il momento centrale nella formazione dei musicisti.

 La metà agosto in Italia segna il momento del Ferragosto, tempo di vacanze. Anche in Russia molti scelgono questo mese per riposarsi. Può consigliare ai nostri lettori dei luoghi russi, a parte San Pietroburgo e la capitale, che a lei personalmente piacciono molto?

Grazie al mio lavoro viaggio molto in Russia e ho già visto molte città: Jakutsk, Krasnojarsk, Omsk e altre. Forse anche più delle persone che sono nate qui. Non solo quelle vicine alla parte centrale del Paese, come Nižnij Novgorod o Kazan’, che per me rappresenta la città dell’amicizia per eccellenza: una città in cui musulmani e cristiani vivono in pace e amore e di cui racconto sempre ai miei colleghi occidentali. Ciò che però amo di più in Russia è la Carelia, con la sua natura semplicemente magica, e la città di Petrozavodsk [capitale della Repubblica della Carelia, N.d.T.], sebbene in alcuni punti non sia “in forma”. E anche le aree vicino a Sestroreck, a nord di San Pietroburgo, in cui la natura semplicemente magica, e la città di Petrozavodsk [capitale della Repubblica della Carelia, N.d.T.], sebbene in alcuni punti non sia “in forma”. E anche le aree vicino a Sestroreck, a nord di San Pietroburgo, in cui la natura dà una fortissima carica di energia. L’anima si riposa subito. 

FONTE: Kul’tura.rf – di Tat’jana Grigor’eva, Traduzione di Olga Maerna.

Olga Maerna

Il fatto che mi sia stato messo un nome slavo senza che nessuno nella mia famiglia lo fosse è stato probabilmente un segno del destino. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere studiando tra Milano e Mosca. Ora sogno di riabbracciare presto una betulla siberiana e di aprire un giorno una mia casa editrice. Nel frattempo, recensisco libri e traduco.