Lezioni bielorusse

Cosa pensano i russi degli avvenimenti di Minsk

A seguito degli avvenimenti che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in strada in tutta la Bielorussia a chiedere le sue dimissioni, Aleksandr Lukašenko potrebbe porsi la famosa domanda di Luigi XVI: «È una rivolta?», e sentirsi ripetere l’altrettanto famosa risposta: «No, è una rivoluzione!»

Queste «lezioni bielorusse» hanno un valore inestimabile per la Russia, dove l’autorità, proprio come in Bielorussia, è sicura di poter manipolare per anni i risultati delle elezioni senza ammettere oppositori, di reprimere il malcontento con l’intervento dei gendarmi, di illudere i più ingenui attraverso la televisione e di poter continuare a governare in futuro. Di conseguenza, nella società è stato inculcato un senso di impotenza appresa, perché «non ha senso lottare contro i potenti; contro la forza la ragione non vale; è lo stesso, tanto non c’è niente da fare…»

La prima e più sostanziale lezione bielorussa è che in realtà «fare qualcosa» è possibile.

«Ma allora si poteva fare così?» al momento sono in molti a porsi questa domanda in Russia. E la risposta sembrerebbe proprio un sì.

E questo è straordinariamente importante in vista del 2024. Infatti, è molto probabile che ciò a cui stiamo assistendo adesso in Bielorussia sia una proiezione di ciò a cui assisteremo in Russia con le prossime elezioni presidenziali, quando, di nuovo, il gruppo al potere cercherà di impedire un cambiamento di autorità con la certezza che, di nuovo, tutto filerà liscio.

Tuttavia, qualcosa potrebbe accadere anche prima di quella data: magari nel 2021, alle elezioni della Duma, o prima ancora, su scala locale, alle elezioni regionali del 13 settembre 2020.

Se i bielorussi vincessero, aumenterebbe nettamente la probabilità che questi cambiamenti possano verificarsi anche in Russia.

Per molti anni i politologi hanno descritto nei manuali le condizioni necessarie alla caduta dei regimi autoritari: uno scisma tra élites e siloviki[1], un’opposizione parlamentare forte, leader dell’opposizione che godano del favore dei cittadini e mezzi di comunicazione influenti e autorevoli. E quando tutti questi fattori si combinano con il malcontento della popolazione si presenta una possibilità di successo.

Tuttavia, a giudicare da quello a cui abbiamo assistito la scorsa settimana in Bielorussia, tali manuali dovranno essere seriamente rivisti.

Poiché, per citare una famosa poesia di Bulat Okudžava, è quando «I sudditi non rispettano più il proprio regno» che esso non ha scampo.

Poiché quando una folla di persone si ribella, rifiutandosi di accettare oltre un vile inganno e di continuare a tollerare un dittatore, pronta anche ad andare incontro a manganelli, idrogetti e proiettili di gomma, questo sembra di gran lunga più importante delle condizioni necessarie descritte sopra.

E questa è la seconda grande lezione bielorussa.

Ci saremo accorti del fatto che le azioni repressive dei militari bielorussi e la brutalità inaudita, disumana e ferina a cui ha assistito il mondo intero rientrano pienamente nello statuto di Roma della Corte penale internazionale sotto la definizione che lo statuto fornisce dei crimini contro l’umanità.

Non a torto tutto questo ha ricordato ai bielorussi i tempi dell’occupazione nazista: pestaggi a sangue per le strade, torture e minacce di abusi nelle prigioni. E ciò accade in Europa centrale nel XXI secolo? Per questo sono inutili adesso i tentativi del ministro degli affari interni di scusarsi per coloro che hanno perso la vita «accidentalmente» (come se tutti gli altri si fossero meritati di finire così), le ipocrite intenzioni di Lukašenko di «indagare» su quanto accaduto e i discorsi sugli «eccessi avvenuti sul posto» (un’espressione molto familiare). Ed è di fondamentale importanza che dal punto di vista del diritto internazionale tali crimini non vengano considerati un fatto esclusivamente interno allo stato bielorusso, poiché essi trascendono i confini della territorialità.

Terza lezione bielorussa: le persone hanno capito che bisogna lottare con le cause e non con gli effetti, e tra gli slogan politici che propongono troviamo: dimissioni del dittatore, immediata liberazione di tutti coloro che sono stati arrestati e dei prigionieri politici, processo per tutti i colpevoli di omicidi e torture, e infine nuove e oneste elezioni (in sostanza questo è anche il programma di Svetlana Tikhanovskaja, sostenuto in modo evidente dalla schiacciante maggioranza della popolazione).

In Russia questa lezione è già stata assimilata a Khabarovsk[2], dove la popolazione non rivendicava l’aumento degli stipendi e dei sussidi, ma il rispetto delle sue scelte elettorali, le dimissioni del viceré di Putin, Degtjarëv, e del presidente stesso.

Così come è già stata assimilata a Kuštau[3], dove i cittadini, dispersi con crudeltà durante le manifestazioni, hanno ottenuto la visita del capo del governo della repubblica di Baschiria e la promessa di interrompere i lavori sulla collina.

Ed è stata assimilata anche ad Arkhangel’sk, dove non si chiedeva soltanto di interrompere il progetto del gigantesco punto di raccolta dei rifiuti di Mosca nella città di Šies[4], ma anche di iniziare a trattare le regioni della Federazione Russa come tali, e non più come colonie da saccheggiare impunemente. E non è un caso che sempre più di frequente durante le proteste di queste regioni vengano esibite bandiere locali:

I cittadini vogliono una vera federazione, così come è descritta nella costituzione, e non un impero ibrido in cui le risorse e i pieni poteri sono concentrati ai vertici, mentre gli obblighi e le responsabilità sono lasciati alla parte inferiore.

Tuttavia, quello che è importante ricordare è che la Russia non è la Bielorussia, è molto di più e lo è in modo molto più eterogeneo. I veri cambiamenti potranno verificarsi solamente quando le proteste inizieranno nelle regioni più svariate, non limitandosi alle capitali di due repubbliche e a un paio di grandi città. Poiché se una protesta rimane principalmente una questione circoscritta alla capitale, come è avvenuto tra il 1989 e il 1991, possono cambiare i connotati dell’autorità, ma il sistema originario in gran parte viene mantenuto. Oppure ritorna gradatamente al sistema che l’ha preceduto, come abbiamo visto nella storia recente del nostro Paese…

Come amano ripetere alcuni osservatori poco acuti, quelli che in russo vengono chiamati pikejnye žilety[5], «Il regime cadrà quando per le strade della Russia si riverseranno milioni di persone!»

Tuttavia, milioni di cittadini non si riversano per le strade in un sol colpo.

Prima saranno cento. E potranno disperderli e arrestarli. Poi saranno mille, diecimila, e otterranno lo stesso risultato.

Ma verrà la volta delle centinaia di migliaia e dei milioni, e come da regola accadrà in modo inaspettato.

Contro di loro il regime non potrà più nulla.

Anche questa è una lezione bielorussa.

Fonte Novaja Gazeta, 17/08/2020 – di Boris Višnevskij, traduzione di Paola Ticozzi

[1] Letteralmente «uomini di forza», nel linguaggio politico si usa per indicare i rappresentanti degli organi responsabili di mantenere l’ordine nel paese: le organizzazioni che fanno capo alle unità di ricognizione, le forze armate e altre strutture simili, alle quali lo stato conferisce il diritto di usare la forza. Rientrano in questa categoria anche i cosiddetti ministeri forti, come il ministero degli affari interni, delle situazioni di emergenza, della difesa, della giustizia e delle finanze. Questo termine viene spesso usato anche per indicare rappresentanti di gruppi politici, singoli esponenti politici e uomini d’affari che hanno legami con le strutture sopra citate.

[2] Città della Russia sudorientale sul fiume Amur, capoluogo del territorio di Khabarovsk. È qui che le proteste popolari sono scoppiate a partire dall’11 luglio 2020, diffondendosi in diverse altre città, e sono tutt’ora in corso. Motivo scatenante della protesta è stato l’arresto del governatore del territorio, Sergej Furgal, regolarmente eletto e stimato dalla popolazione, a cui è seguita la nomina, il 20 luglio, di Mikhail Degtjarëv, deputato alla Duma per il partito liberal-democratico.

[3] Collina situata nella parte sud degli Urali, in Baschiria, simbolo della regione insieme ad altre tre alture, luogo sacro per la popolazione e area protetta. La causa del conflitto tra gli abitanti della zona e un’azienda leader nella produzione di bicarbonato di sodio, la BSK, è dovuta alla concessione di sfruttamento delle materie prime dell’altura che l’azienda ha ottenuto dalle autorità federali, scavalcando la volontà delle autorità locali e ignorando il disastro ecologico che causerà tale operazione.

[4] Città semidisabitata a 700 chilometri da Arkhangel’sk e a 95 chilometri dalla capitale della repubblica del Komi. Nel 2018 la popolazione è venuta a conoscenza del progetto della discarica a lavori già iniziati.

[5] Letteralmente «gilet di piqué», usato per indicare uomini di estrazione borghese che amano discutere di questioni globali con fare da intenditori. L’espressione proviene dall’opera di Il’f e Petrov «Il vitello d’oro», in cui figurano degli anziani decadenti con indosso, appunto, dei gilet di piqué, continuamente indaffarati a discutere di politica e a ripetere sempre gli stessi concetti.

Paola Ticozzi

Nella rete di casualità e cambi di rotta che mi contraddistinguono ci sono due costanti: la letteratura russa e Mosca. La traduzione è il ponte di collegamento tra questi poli di attrazione e la mia vita quotidiana. Il tutto con un pizzico di goffaggine.