Storia degli skopcy: come i ‘castrati’ divennero una delle più influenti sette russe

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Storia degli skopcy: come i ‘castrati’ divennero una delle più influenti sette russe

Esistono molti modi per attirare e trattenere una persona all’interno di una setta. Tutti però hanno un tratto in comune: la promessa di potere, denaro, o della grazia celeste dopo la morte. Ovviamente, niente viene mai dato per niente; al contrario, agli adepti sono richiesti in cambio enormi sacrifici. Quanto più duri e crudeli essi sono verso se stessi, tanto più si rafforza il loro legame e la loro fedeltà agli ideali della setta. I membri della ricca e potente setta russa degli skopcy (‘castrati’, sing. skopec) rappresentarono un ottimo esempio di tale spirito fanatico di abnegazione e coinvolgimento.

Nella seconda metà del XVIII secolo, quando l’epoca delle persecuzioni contro gli apostati delle religioni canoniche era pressoché giunta a termine, fecero la loro comparsa in Russia un discreto numero di strane sette. Una delle più numerose e misteriose fu quella dei chlysty (lett. ‘scudisci, fruste’), i cui seguaci chiamavano le proprie comunità korabli (‘navi, vascelli’) e si riferivano a se stessi come gente di Dio.

Sotto la coltre di severità che ammantava questa setta si nascondevano rituali molto sui generis. È sufficiente ricordare che le funzioni religiose dei chlysty (radenija) si concludevano con quello che i missionari ortodossi definivano sval’nyj grech, vale a dire, secondo la lingua d’oggi, sesso di gruppo. Alcuni culti contemporanei, fondati da millantatori, hanno fatto propri alcuni singoli tratti di questa setta.

Radenie, il rituale estatico praticato dai chlysty.

Al tramonto di una giornata dell’illuminato XVIII secolo, alla porta di una di queste ‘navi’ bussò un povero vagabondo muto. La guida della comunità, una donna di nome Akulina Ivanovna, chiamata da tutti bogorodica (‘madre di Dio’), ordinò di far entrare lo sconosciuto.

Il muto spiegò gesticolando alla donna di essere un servo in fuga dalla coscrizione obbligatoria. L’uomo chiese di essere accettato all’interno del ‘vascello’ e far parte della loro comunità. Dopo una breve riflessione, Akulina Ivanovna accettò il servo all’interno della setta, e subito avvenne il miracolo: il muto iniziò a parlare!

Il contadino in fuga si chiamava Kondratij Selivanov, ed era apparentemente muto dalla nascita. Quest’ultima era senz’altro una bugia, ma la bogorodica poté sfruttare la menzogna di Selivanov per rafforzare la propria autorità all’interno della setta. Selivanov venne dichiarato «figlio di Dio», frutto del seno della stessa Akulina Ivanovna.

L’annuncio rese immediatamente Selivanov la seconda persona più importante all’interno della comunità dopo la stessa bogorodica. Il suo comportamento, tuttavia, era in netto contrasto con quello degli altri seguaci della setta: Selivanov si rifiutava di prendere parte ai riti orgiastici praticati dai chlysty, dedicandosi invece alla preghiera e alla lettura dei testi sacri.

Il fondatore della setta degli skopcy Kondratij Selivanov.

Dopo qualche tempo, Selivanov lanciò una dura condanna delle pratiche dissolute della setta e iniziò a sostenere con insistenza che l’unico mezzo per dominare le tentazioni fosse l’auto-privazione volontaria della possibilità fisica di commettere atti impuri. Per dare il giusto esempio ai membri della sua comunità, Selivanov si castrò con un ferro arroventato, quindi richiese agli altri adepti della setta di fare lo stesso.

I fratelli e le sorelle di Selivanov non erano però pronti a simili gesti di sacrificio e respinsero i suoi insegnamenti. Egli fu perciò costretto ad abbandonare la ‘nave’ che l’aveva raccolto e cercare da solo la via verso il Signore.

Selivanov si trasferì nel governatorato di Tambov, dove fondò una propria ‘nave’. Nonostante l’organizzazione simile a quella dei chlysty, la sua setta si distingueva soprattutto per castità e severità. Selivanov iniziò a proclamarsi «figlio di Dio» e «redentore» e a definire come sua missione terrena la salvezza dell’umanità dalla lussuria.

Arma principale per combattere tale battaglia era, secondo il neo-profeta, la «flagellazione del serpente malefico», parole che potevano essere interpretate in modo sia figurato che sia letterale. La lotta contro il «serpente» era da lui chiamata «battesimo di fuoco», espressione che designava nient’altro che un grossolano e barbaro rito di castrazione.

A tale rito dovevano sottomettersi tutti coloro che entravano a far parte della setta. Esso veniva praticato da specialisti (un artigiano per gli uomini e un’anziana per le donne), il cui numero però era limitato, motivo per cui spesso i settari eseguivano autonomamente l’operazione, senza attendere l’arrivo al villaggio di uno specialista.

Gli strumenti impiegati per l’operazione di castrazione.

I tipi di castrazione praticati erano due. Il metodo più semplice era la pervaja pečat’ (‘primo sigillo’), che consisteva nella «recisione dei testicoli assieme a parte dello scroto dopo il preliminare stringimento della base della sacca scrotale per mezzo di uno spesso filo, un nastro o una cordicella» (Pelikan E., «Studi di medicina legale sulla setta degli skopcy»).

Il ‘primo sigillo’ non costituiva la forma più estrema di sacrificio per uno skopec in quanto coloro che si sottoponevano all’operazione non si privavano della possibilità di avere rapporti sessuali, ma solamente di procreare. La massima protezione dalle tentazioni mondane era rappresentata dalla vtoraja o carskaja pečat’ (‘sigillo secondo’ o ‘regale’), che prevedeva non solo l’amputazione dei testicoli, ma anche del membro sessuale. Talvolta gli skopcy si spingevano oltre asportandosi anche i capezzoli.

Per evitare il problema delle minzioni involontarie, gli skopcy ricorrevano a vari stratagemmi. Il più delle volte essi praticavano un foro nell’uretra con speciali spuntoni di piombo o stagno, che venivano infilati nel tratto urinario subito dopo l’operazione, anche allo scopo di impedirne la cicatrizzazione.

Alle donne che entravano a far parte della setta venivano asportati il clitoride e le labbra vaginali, mentre l’asportazione del seno era molto più rara. A differenza dell’uomo, le donne non perdevano la possibilità di procreare e sono noti casi di adepte che, abbandonata la setta, hanno trovato marito e avuto dei figli.

Seguaci della setta degli skopcy sottoposti al rito della carskaja pečat’.

La setta cercava di attirare i contadini più ricchi, i quali, a loro volta, potevano costringere con il ricatto i propri debitori a entrare nella setta promettendo loro di condonare la somma dovuta. In generale, la componente finanziaria era molto importante all’interno della setta. Non avendo figli che avrebbero potuto ereditare i loro capitali, gli skopcy lasciavano i propri averi ai propri fratelli e sorelle; di conseguenza, la comunità si arricchiva e attirava sempre nuovi adepti tramite persuasioni e ricatti.

Gli skopcy erano ben disposti ad aiutarsi economicamente l’un l’altro perché consci che dalla crescita del benessere di ciascun membro dipendeva il potere e l’influenza di tutta la setta. Non erano perciò pochi coloro che decidevano di entrare nella setta per motivazioni economiche, disposti a pagare un simile prezzo pur di uscire dalla povertà. I casi più terribili erano rappresentati dalle castrazioni dei bambini obbligati dai parenti a diventare seguaci della setta.

Il numero di skopcy crebbe rapidamente e sempre più spesso entravano a far parte delle loro reti personalità di rilievo assieme ai loro figli. Tale fenomeno non poteva rimanere inosservato a lungo e presto le autorità iniziarono a perseguitare i membri della setta. Il primo processo contro degli skopcy ebbe luogo nel 1772: la sentenza condannava 300 adepti, insieme al fondatore della setta Kondratij Selivanov, all’esilio in Siberia.

Nel corso del trasferimento al confino, Selivanov riuscì a fuggire e continuò a predicare come se niente fosse. La personalità di questo misterioso personaggio è circondata da numerosissime congetture e illazioni; le più note sono le voci che vogliono Sulivanov essere in realtà lo zar Pietro III, il legittimo imperatore estromesso dalla propria consorte, Caterina II.

Il periodo di maggior prosperità della setta coincise con il regno di Alessandro I, durante il quale venne posta fine alle persecuzioni dei suoi seguaci e alle perquisizioni della polizia a casa di Selivanov. Senza più il timore di azioni penali, quest’ultimo si dedicava personalmente alle operazioni di castrazione di uomini e ragazzi direttamente a casa propria. La setta godeva evidentemente dell’appoggio di potenti protettori.

Tutto ebbe fine nel 1820, quando uno dei favoriti dello zar, il conte Miloradovič, eroe della guerra contro Napoleone del 1812, apprese che due suoi nipoti erano stati attirati all’interno della setta. Il caso arrivò in tribunale e Selivanov venne arrestato e condannato all’isolamento all’interno del monastero di Serafimo-Diveevskij, nel governatorato di Suzdal’, dove morì nel 1832.

La morte del fondatore non comportò la scomparsa della setta: il numero di skopcy sul territorio dell’Impero russo continuava ad attestarsi nell’ordine delle decine di migliaia di adepti e le loro file crescevano continuamente. Il posto di Selivanov venne occupato da Maksim Ploticyn, un mercante originario di Moršansk.

Nel 1869, il nuovo leader della setta venne sorpreso mentre pagava una tangente a un pubblico ufficiale. Il reato servì da pretesto per la perquisizione della casa di Ploticyn, durante la quale vennero rinvenuti 30 milioni di rubli, una quantità di denaro incredibile per l’epoca.

Il caso Ploticyn attirò nuovamente l’attenzione delle autorità sugli skopcy e segnò l’inizio di una nuova ondata di indagini e condanne. Sotto Alessandro II vennero deportati in Siberia non soltanto i membri della setta, ma anche tutti coloro che avevano un qualche legame con essi.

Skopcy al confino in Jakuzia.

Tuttavia, né Alessandro II, né i suoi discendenti riuscirono a sradicare il movimento degli skopcy. La lotta contro la setta verrà portata a termine solamente diversi decenni dopo dalle autorità sovietiche. L’ultimo processo noto contro degli skopcy in Unione Sovietica ebbe luogo nel 1929, dopo la cui conclusione non si sentì più parlare della setta dei ‘castrati’.

Fonte: bigpicture.ru – Traduzione di Lorenzo Penta

Lorenzo Penta

Nato a Pistoia nel 1993, ho studiato traduzione (inglese, russo e tedesco) presso l’Università di Trieste, dove mi sono laureato con una proposta di traduzione (destinata a rimanere tale) del romanzo Poslednij kommunist di Valerij Zalotucha. Nel 2017 ho avuto la possibilità di vivere cinque mesi ad Astrachan’ grazie a un programma di scambio universitario. Dal 2018 lavoro come traduttore libero professionista.