Come la Grande guerra patriottica cambiò la medicina sovietica

Le cinque più importanti innovazioni mediche durante il periodo bellico
Feriti in degenza presso un ospedale da campo sul fronte sudoccidentale

La pandemia odierna viene talvolta paragonata a una guerra. Si tratta ovviamente di un’esagerazione, ma esiste un aspetto nel quale tra i due eventi vi è in effetti una somiglianza: la Seconda guerra mondiale, così come il coronavirus, ha costretto gli scienziati di tutto il mondo a cercare rapidamente soluzioni mediche straordinarie. Durante la guerra, i governi di tutto il mondo hanno dovuto far fronte a un numero sempre più alto di soldati gravemente feriti e a una notevole penuria di medicinali. L’Unione Sovietica, naturalmente, non fece eccezione. Di fronte all’occupazione di gran parte del suo territorio nel 1941-1942, i medici, gli scienziati e i farmacisti sovietici fecero ricorso a vari metodi per affrontare la dura realtà della guerra. Nel corso del tempo, alcuni di questi farmaci sono stati sostituiti, e non vengono più utilizzati nella medicina odierna basata su prove di efficacia. Appositamente per «Meduza» Pavel Vasil’ev – candidato in scienze storiche dell’ Università nazionale di ricerca «Scuola superiore di economia» di San Pietroburgo – ha preparato una lista di cinque farmaci sovietici che sono stati testati per la prima volta durante la Grande guerra patriottica.

Come Zinaida Ermol’eva inventò la penicillina sovietica e salvò centinaia di migliaia di soldati sovietici

La penicillina è stata scoperta alla fine degli anni Venti dal microbiologo Alexander Fleming, ma è stata scarsamente utilizzata a causa della mancanza su scala industriale della tecnologia idonea alla sua produzione. Solo l’intenso lavoro degli scienziati britannici Howard Flory, Ernst Cheyne e Norman Heathley nel biennio 1940-1941 ha permesso di fornire agli eserciti alleati milioni di dosi del medicinale in un breve periodo di tempo e di rimettere in piedi un enorme numero di soldati feriti. Nel 1945, Fleming, Cheyne e Flory furono insigniti del premio Nobel e ancora oggi la loro opera è considerata uno degli eventi più importanti della storia della medicina del ventesimo secolo.

Con l’inizio della Grande guerra patriottica, gli scienziati sovietici si trovarono di fronte a una sfida simile a quella affrontata dai colleghi britannici: mettere a punto la produzione industriale di antibiotici in Unione Sovietica. La ricerca venne condotta dalla professoressa Zinaida Ermol’eva, una personalità carismatica nota per le sue azioni coraggiose e straordinarie. Ad esempio, nei primi anni Venti, mentre studiava il colera, Ermol’eva condusse un pericoloso esperimento di autoinfezione per dimostrare la possibilità di sviluppare vibrioni del colera nell’intestino umano. Nel 1942, Ermol’eva fu inviata a Stalingrado e trascorse sei mesi nella città assediata dando inizio alla produzione di farmaci anticolera in condizioni da campo di battaglia.

Fu proprio l’équipe di Ermol’eva ad avviare su scala industriale, in assenza di forniture estere, la produzione dell’analogo sovietico della penicillina. La muffa necessaria per produrre il farmaco venne raccolta per tutta Mosca. Alla fine, l’operatrice di laboratorio Tamara Balezina riuscì a trovare il fungo Penicillium crustosum, che divenne la base della penicillina sovietica. Questa scoperta permise di ridurre radicalmente la mortalità per infezioni purulente al fronte e di rimettere in piedi centinaia di migliaia di soldati sovietici.

Secondo alcune stime, il farmaco sviluppato in Unione Sovietica fu anche leggermente più efficace dell’originale occidentale. Nonostante lo sviluppo attivo di antibiotici di altro tipo nel dopoguerra, la penicillina viene ancora utilizzata nel trattamento delle malattie infettive. Si può leggere della vita e delle ricerche di Ermol’eva nel romanzo «Libro aperto» di Veniamin Kaverin. Dal romanzo sono stati tratti due film nel 1973 e nel 1977.

Un altro caso di sostituzione dell’importazione: la Gramicidina S

La penicillina non era l’unico antibiotico richiesto in tempo di guerra. Parallelamente alle ricerche del gruppo di Ermol’eva, l’Istituto di malaria e parassitologia medica stava lavorando alla creazione di un analogo sovietico dell’antibiotico denominato gramicidina. Come nel caso della penicillina, per i test vennero raccolti campioni di terreno provenienti da tutta Mosca e dalle regioni circostanti. Secondo i ricordi dei testimoni oculari, «le tasche dei dipendenti erano piene di piccoli pacchetti di terra». In seguito, in condizioni di laboratorio, da questa poltiglia terrosa hanno preso vita colonie di stafilococco e di microorganismi del suolo.

Sulla base di queste ricerche, i microbiologi Georgij Gauze e Maria Bražnikova riuscirono a creare un preparato che ricevé il nome di «gramicidina S», cioè «sovietica», per distinguerla da quella americana. Anche questo antibiotico venne ampiamente utilizzato al fronte aiutando il trattamento di infezioni purulente, cancrene e ustioni.

Decotto di conifera: vitamina C per la Leningrado assediata

In tutto il paese gli scienziati furono costretti a produrre nuovi farmaci ricorrendo a quanto avevano «a portata di mano». E, probabilmente, l’emergenza non era così acuta da nessun’altra parte come nella Leningrado assediata. In assenza di prodotti alimentari d’uso comune, la popolazione della città necessitava non solo di cure mediche, ma anche di vitamine, la cui carenza esponeva al rischio di pericolose malattie quali lo scorbuto e la pellagra (causate rispettivamente dalla carenza di vitamina C e PP).

Uno dei primi ad accorgersi dell’estrema carenza di vitamina C nella popolazione di Leningrado fu il chimico Aleksej Bezzubov, dipendente del centro di ricerca panrusso di integrazione alimentare. Già nei primi giorni del blocco, il gruppo da lui guidato iniziò a lavorare sulla tecnologia di produzione della vitamina C a partire dall’unica materia prima in quel momento disponibile: gli aghi di pino. Basandosi anche su materiale d’archivio, il gruppo di ricercatori fu in grado di presentare un progetto di farmaco verso la metà di ottobre 1941. Per mantenere il necessario livello di vitamina C all’interno del corpo, ogni residente doveva assumere ogni giorno tra i 100 e i 200 millilitri di decotto di conifere.

Già verso la fine del novembre 1941, negli ospedali e nelle fabbriche leningradesi furono organizzati «impianti di conifere» e vennero diramate istruzioni per la decozione del preparato a casa. La popolosa Leningrado aveva bisogno di oltre due milioni di dosi giornaliere del preparato e vi furono notevoli difficoltà nell’accumulo di scorte delle materie prime. Inizialmente, ogni giorno una squadra di ammassatrici si recava a piedi nella periferia di Leningrado e tornava in città caricandosi gli aghi di pino sulla propria schiena. Come ricordava Bezzubov, «le lacrime abbondavano: le donne tornavano con i tacchi consumati». Successivamente, venne organizzato un trasporto su cavalli e slitte.

Si riuscì perciò ad organizzare la produzione di decotto di conifere e di altri preparati vitaminici su scala industriale e rifornire i cittadini, principalmente attraverso la cosiddetta «farmacia delle vitamine« sulla dodicesima linea dell’isola Vasil’evskij. Di conseguenza, fu possibile evitare le conseguenze potenzialmente catastrofiche causate dalla carenza di vitamine. Al termine del conflitto, Bezzubov e il suo collega Aleksandr Šmidt vennero insigniti con il premio Stalin per aver sintetizzato industrialmente la vitamina C.

Bioprospecting sovietico in Siberia: il sirenid

Durante la guerra, in varie regioni dell’Unione Sovietica si fece ampio ricorso alla pratica di sfruttare le specie vegetali originarie di determinati territori per lo sviluppo di medicinali (per riferirsi alla quale è attualmente in voga il termine «bioprospecting»). Di particolare rilievo è stato il lavoro degli scienziati dell’Istituto di medicina di Tomsk. Lo studio delle piante medicinali della Siberia e dell’Altaj era stato un campo di ricerca molto frequentato dai ricercatori dell’Istituto già nel periodo prebellico e, alla fine degli anni Trenta, un gruppo guidato dal professor Nikolaj Veršinin scoprì un nuovo metodo per produrre canfora levogira da fronde di abete siberiano. Questa scoperta si rivelò in seguito utilissima quando l’importazione di preparati a base di canfora naturale divenne limitata.

La guerra diede nuovo impulso alle ricerche degli scienziati di Tomsk. La città divenne uno dei centri di accoglienza dei feriti evacuati dal fronte e, a causa della carenza dei farmaci d’uso comune, si fece ampio ricorso ai farmaci di origine vegetale; nei laboratori e nelle cliniche vennero condotti test con decine di specie di piante utilizzate nella medicina tradizionale dei popoli siberiani e dell’Altaj.

Dato il difficilissimo contesto bellico, gli scienziati furono spesso costretti a ricorrere a misure straordinarie quali, ad esempio, sperimentare l’effetto dei farmaci con l’autosomministrazione. Fu questo il caso, ad esempio, del sirenid, un medicinale cardiologico dalla specie sirenia siliculosa. Il professor Dmitrij Jablokov ha ricordato così i suoi esperimenti: «Mi sdraiavo sul divano e l’infermiera mi iniettava in vena i farmaci forniti da Nikolaj Vasil’evič [Veršinin]. Io osservavo da vicino quello che accadeva al mio cuore. Non ci sono mai state conseguenze negative. Quindi, nuovi medicinali venivano immediatamente prescritti ai malati. Non c’era altra soluzione».

Infuso di eucalipto: la battaglia di Mumidžan Aliev per la vita dei feriti (e per il suo metodo)

La maggior parte dei protagonisti di questo articolo sono stati generosamente ricompensati dallo Stato per le loro scoperte scientifiche (con l’assegnazione del premio Stalin), ma Mumidžan Aliev dové invece lottare per vedere riconosciuto il suo contributo alla medicina sovietica.

A partire dal 1944, Aliev, emerito medico della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, impiegò un metodo originale per il trattamento delle ferite recenti infette presso il reparto di chirurgia dell’ospedale cittadino di Soči n. 2 facendo uso di un infuso di foglie di eucalipto. L’autore stesso parlò di «brillanti risultati».

Tuttavia, il riconoscimento del metodo innovativo nei circoli più ampi fu difficoltoso. Nonostante il fatto che il nuovo metodo di trattamento fosse stato approvato come «avente un prezioso valore pratico e bellico» durante una riunione del consiglio medico-scientifico del Ministero della Salute dell’Unione Sovietica, sorsero difficoltà nella fase di sperimentazione clinica. Il ritardo di molti mesi nella realizzazione degli studi fece sì che Aliev iniziasse a sospettare dell’esistenza di una qualche cospirazione di burocrati avversi al metodo innovativo da lui inventato.

Si verificarono dei problemi anche con la pubblicazione del libro in cui Aliev tentò di ricapitolare l’essenza del suo metodo. Dopo una serie di riscontri negativi al suo manoscritto, l’inventore decise di spedire una lettera direttamente a Efim Smirnov, Ministro della Salute dell’Unione Sovietica. Facendo ampio ricorso alla retorica del tardo stalinismo, Aliev sottolineò come il suo metodo fosse «audace», «sovietico» e «innovativo» e utilizzasse solo materie prime nazionali. Allo stesso tempo, contrappose il suo approccio agli «antiquati» metodi «tedeschi» e insisté sul fatto di non voler «aspettare […] il momento in cui uno scienziato e uomo d’affari occidentale avrebbe pubblicato il suo [metodo] come “proprio” soffiando il primato della scoperta alla scienza sovietica». Al termine della sua lettera, Aliev espresse la proprio fiducia nel fatto che «nell’era del grande leader Iosif Vissarionovič Stalin e dei suoi compagni di lotta, l’atteggiamento di sprezzo nei confronti della sua invenzione avrebbe trovato una risposta adeguata».

A quanto pare, l’appello alle massime autorità ebbe il suo effetto. Nel 1950, il libro di Aliev «Trattamento delle malattie purulente con infuso di eucalipto» venne pubblicato dalla casa editrice «Medgiz». In seguito, questi materiali vennero utilizzati per condurre studi sulle proprietà medicinali dell’eucalipto e di altre piante tropicali e subtropicali. Ciò aveva tra l’altro particolari implicazioni nell’ottica degli obiettivi politici (oggi si parlerebbe di «soft power») dell’Unione Sovietica in Africa.

Personale sanitario evacua le vittime di un bombardamento tedesco.
Bonus: «cioccolata dietetica» con ingrediente segreto

Nei fondi dell’Archivio di Stato della Federazione Russa a Mosca siamo riusciti a trovare una serie di interessanti documenti che raccontano di un tentativo di migliorare la capacità di combattimento dei soldati dell’Armata rossa a livello ormonale. Nel 1943, su «incarico speciale» dell’Amministrazione per l’approvvigionamento alimentare (Uprodsnab) dell’Armata rossa e con la partecipazione di scienziati specializzati, presso la fabbrica «Ottobre rosso» a Mosca venne elaborata la ricetta per una «cioccolata dietetica» con un contenuto dell’1% di testicoli di bestiame in polvere. L’idea era apparentemente di aumentare i livelli di testosterone attraverso l’alimentazione per rendere l’Armata rossa più aggressiva. In data 17 aprile 1943, durante una riunione urgente del Comitato farmacologico (il principale organo regolatore sovietico in materia, analogo della FDA americana) venne approvata la produzione di cioccolato come prodotto «stimolante». Ma, sfortunatamente, è ignota la portata che ebbe in seguito l’iniziativa.

Fonte: meduza.io – 9 maggio 2020 – Traduzione di Lorenzo Penta

Lorenzo Penta

Nato a Pistoia nel 1993, ho studiato traduzione (inglese, russo e tedesco) presso l’Università di Trieste, dove mi sono laureato con una proposta di traduzione (destinata a rimanere tale) del romanzo Poslednij kommunist di Valerij Zalotucha. Nel 2017 ho avuto la possibilità di vivere cinque mesi ad Astrachan’ grazie a un programma di scambio universitario. Dal 2018 lavoro come traduttore libero professionista.