Le regole di vita di Andrej Sacharov

Andrej Sacharov (1921-1989), fisico sovietico e uno dei padri della bomba all’idrogeno sovietica, ma anche attivista per i diritti umani e premio Nobel per la pace. Ricordi e riflessioni sulla stretta di mano di Berija, la bomba atomica, il coraggio e la religiosità. Articolo di Michail Kaznik

[Fin da bambino] mi ha emozionato la possibilità di ricondurre l’intera varietà dei fenomeni naturali alle leggi relativamente semplici delle interazioni fra gli atomi…

Nel febbraio 1945, lessi… sulla rivista «Britanskij sojuznik» [L’alleato britannico] (una pubblicazione dell’Ambasciata inglese a Mosca rivolta ai lettori sovietici) dell’eroica operazione condotta in Norvegia dai commando britannici e norvegesi… L’operazione portò alla distruzione di una fabbrica e delle relative forniture di acqua pesante destinate alla realizzazione della bomba atomica tedesca… Questa, a mio parere, fu la prima menzione della bomba atomica sulla stampa.

La mattina del 7 agosto [1945] uscii per recarmi in panetteria e mi fermai di fronte a una bacheca sulla quale era stato affisso un giornale. Notai una notizia… una bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima alle 8 del mattino del 6 agosto 1945… Mi sentii mancare le gambe. Mi resi conto che il mio destino e quello di molti altri, forse di tutti, era improvvisamente cambiato. Qualcosa di nuovo e terribile era entrato nella mia vita, e vi era entrato provenendo da quella elevatissima scienza per la quale provavo profonda ammirazione.

Non potevo non rendermi conto di quali terribili e disumane azioni stavamo compiendo. Ma la guerra era appena finita… Non ero stato soldato di quella guerra; tuttavia, mi sentivo un soldato della nuova guerra scientifico-tecnologica. (Kurčatov a volte diceva: «noi siamo soldati», e non lo diceva tanto per dire.)

Per vent’anni mi sono occupato di operazioni di segretezza assoluta legate alla creazione di un’arma termonucleare e altre operazioni affini. Dalla fine del mese di giugno del 1948 al marzo del 1950 ho lavorato nel gruppo di Tamm presso il FIAN (Istituto di fisica dell’accademia delle scienze, N.d.T.), e dal marzo del 1950 al luglio del 1968 (anno in cui sono stato allontanato dalle attività coperte da segreto militare) – ho lavorato presso il «sito», come chiamavamo la città segreta dove vivevano e lavoravano le persone coinvolte nelle attività di sviluppo di armi nucleari e termonucleari.

Come mi è stato raccontato, durante ogni test muoiono migliaia di uccelli: essi spiccano il volo in un lampo, dopodiché precipitano, bruciati e accecati.

Non credo in alcun dogma, non mi piacciono le Chiese ufficiali… Allo stesso tempo, non posso immaginare l’Universo e la vita umana senza un qualche principio che li comprenda, senza una fonte di “calore” spirituale che risieda al di fuori della materia e delle sue leggi. Tale sentimento potrebbe probabilmente definirsi “religioso”.

Andrej Sacharov. Mosca, 1974. © Christian Hirou / Gamma-Rapho via Getty Images

Confido che, superando i pericoli, una volta raggiunto un grande sviluppo in tutti i campi della vita, l’umanità riuscirà a conservare l’umano dentro l’uomo.

Ho sempre avuto un rapporto complicato con l’acqua, non ho mai imparato a nuotare…

Ero un ragazzo piuttosto immerso in se stesso, in una certa misura egocentrico, dolorosamente senza legami… Non ho perciò quasi niente da dire circa i miei contatti umani durante gli anni di scuola.

Sono stato un po’ tirchio, e in questo vi è sia qualcosa di positivo che di negativo.

Di fronte a me ho una fotografia che ritrae il gruppo di bambini del nostro cortile. […] Dei cinque ragazzi della mia età… tre sono morti durante la guerra. Questo è stato il destino di una generazione.

I sentimenti forti e autentici del popolo – l’odio per la guerra e l’orgoglio per ciò che è stato fatto in guerra – sono adesso spesso sfruttati dalla propaganda ufficiale, semplicemente perché non c’è nient’altro da sfruttare.

Come diceva Landau: «Il pollo non è un uccello, il logaritmo non è l’infinito».

Una volta, nella primavera del 1950, me ne stavo andando al lavoro a piedi a tarda ora. Era una notte di luna, la lunga ombra del campanile cadeva sulla piazza dell’albergo. D’un tratto vidi Zeldovič. Camminava assorto, il suo volto pareva sereno. Quando mi vide, disse: «Chi crederebbe a quanto amore si nasconde in questo petto».

Nel 1983, sulla rivista illustrata «Smena» [Turno di lavoro], rivolta a un pubblico più amplio possibile, comparve una serie di articoli firmati da Jakovlev. […] Se si volesse riassumere in breve le arzigogolate argomentazioni di Jakovlev, si giungerebbe alla seguente conclusione. Io sarei una persona fuori di senno che va pazzo per le deliranti idee del governo mondiale, della tecnocrazia e dell’odio per il socialismo, un uomo mentalmente instabile guidato dai servizi di sicurezza occidentali.

Personalmente non ho mai avuto paura per me stesso, ma ciò è dovuto in parte ai tratti del mio carattere, e in parte al fatto che sono partito da una posizione sociale molto elevata.

Ho imparato a leggere da solo a quattro anni da cartelli, nomi di piroscafi…

Andrej Sacharov. 1989. © Sarembo / ullstein bild via Getty Images

[Berija per primo] mi porse la mano. Era paffuta, un po’ umida e fredda come quella di un morto. Solo in quel momento apparentemente compresi che stavo parlando faccia a faccia con un uomo spaventoso.

Berija diceva con fermezza «turma» anziché «tjurma» (prigione). Il suono era piuttosto inquietante.

[Il giorno della morte di Stalin] in una lettera a Klava[1] (destinata, naturalmente, solo a lei) scrissi: «Ho l’impressione che sia morto un grande uomo. Penso alla sua umanità». Non posso garantire di aver impiegato proprio questa parola, ma il senso era questo. Molto presto, ripensando a queste parole, le mie guance iniziavano ad arrossire. Come spiegare la comparsa del rossore? Fino in fondo, non riesco a capirlo nemmeno adesso. Già molto sapevo dei suoi terribili crimini: arresti di innocenti, torture, fame, violenza. Certo, non sapevo tutto e non avevo messo insieme tutti i pezzi. Inoltre, da qualche parte nel mio subconscio c’era anche l’idea, ispirata dalla propaganda, che la crudeltà fosse inevitabile nel corso di grandi avvenimenti storici («quando si abbatte la foresta, le schegge volano»).

Insieme al carattere brutale e di massa delle repressioni, era la loro irrazionalità che incuteva terrore: ecco che cos’è la vita quotidiana quando non è possibile capire chi e per quale motivo viene arrestato.

Solženicyn scrive nel suo libro «La quercia e il vitello» che gli feci una forte impressione in questo primo incontro. Io posso dire lo stesso.

Durante una di queste visite a Valerij[2] era presente una bella donna apparentemente molto indaffarata, seria ed energica. […] Valerij non me la presentò, e lei non mi badò. Ma quando la visitatrice se ne andò, Valerij disse con un certo orgoglio: «Quella era Elena Georgivna Bonner. Ha passato la maggior parte della sua vita in contatto coi detenuti, aiuta molte persone!».

Intenti a raccogliere ovunque materiale compromettente su mia moglie, gli ufficiali del KGB passarono diverse ore a interrogare il capotreno del treno-ospedale dove Ljusja aveva prestato servizio [durante la guerra]. […] Ma lui non poté riferire niente di utile: «Elena Georgivna era molto amata da tutti noi».

Nel corso di questo processo compresi ancora più chiaramente perché il KGB violasse costantemente la legge e consentisse l’ingresso in sala solamente a un pubblico accuratamente selezionato. […] Tali processi si rivelano autorivelatori per i loro organizzatori. Non è possibile nascondere che le persone vengano giudicate per le loro convinzioni, per aver divulgato fatti reali, nella cui verità esse sono pienamente convinte.

Che cosa è possibile fare e a che cosa si deve puntare sono due domande diverse.

Andrej Sacharov ed Elena Bonner. Mosca, 1988. © Chip Hires / Gamma-Rapho via Getty Images

Il 10 dicembre 1975, giorno dell’assegnazione del premio Nobel per la pace e secondo giorno del processo contro Serëža[3] Kovalëv, io e Rema non ci recammo in tribunale dopo la pausa. Fummo invitati dai lituani ad ascoltare assieme la trasmissione da Oslo e festeggiare l’assegnazione del premio. Il padrone di casa, Petkus, aveva già trascorso 14 anni in carcere per le sue poesie, accusate di nazionalismo. […] I transistor erano accesi. Ascoltavamo il suono delle fanfare. La signora Bonner-Sacharov, facente le veci del marito alla cerimonia, viene invitata a recarsi sul palco per l’assegnazione del premio. Il presidente del comitato per l’assegnazione del Nobel, Aase Lyonnes. pronuncia la decisione del comitato di assegnare il premio Nobel per la pace per l’anno 1975 ad Andrej Sacharov. Sento i passi di Ljusja: sta salendo le scale. Quindi inizia a parlare. Capisco il significato delle parole a ritroso, dopo qualche minuto. All’inizio percepisco solo il timbro della sua voce, così vicina e così cara e allo stesso tempo ascesa in un mondo altro, solenne e splendente.

Sono spesso invidioso coloro che vedono i risultati del proprio lavoro.

Non sono un politico di professione e, forse, è per questo motivo che sono sempre tormentato da questioni inerenti l’opportunità e il risultato finale delle mie azioni.

Non mi sono mai annoiato stando da solo.

 

[1] Diminutivo di Klavdija, N.d.T.

[2] Valerij Nikolaevič Čalidze (1938-2018), dissidente sovietico, attivista per i diritti umani, fisico e pubblicista.

[3] Diminutivo di Sergej, N.d.T.

 

Materiale elaborato con il sostegno di «Rosatom»

Fonti: 

  • Sacharov A. D. Vospominanija. D 2 t. Mosca, 1996.
  • Holmberg M. «Bombens fader» gar till kamp mot orattvisorna. Dagens Nyheter (quotidiano), Svezia, 4-6-1973.

Fonte: arzamas.academy – di Michail Kaznik, 23 agosto 2020. Traduzione di Lorenzo Penta

Lorenzo Penta

Nato a Pistoia nel 1993, ho studiato traduzione (inglese, russo e tedesco) presso l’Università di Trieste, dove mi sono laureato con una proposta di traduzione (destinata a rimanere tale) del romanzo Poslednij kommunist di Valerij Zalotucha. Nel 2017 ho avuto la possibilità di vivere cinque mesi ad Astrachan’ grazie a un programma di scambio universitario. Dal 2018 lavoro come traduttore libero professionista.